ASPETTANDO LE SEI

Fotografia ed Erotismo

Dalla nostra collaboratrice esterna Claudia Libra

Era stata una giornata di lavoro molto pesante. Il mio capo continuava a ripetermi di stare più attento, di essere più preciso. Lo sentivo alle mie spalle come un gufo mentre assemblavo ogni pezzo del robot virtuale che dovevo costruire al computer: un futuro gioco per bambini.

Eravamo quel pomeriggio in ufficio, ma sembravo proprio io il suo unico bersaglio e avevo bevuto troppo poco caffè per sopportarlo. Stringevo le mani a pugno fino a sentire le unghie che ne segnavano i palmi. Quanto avrei voluto picchiarlo, quanto mi costò non farlo e quanto mi sarebbe costato farlo, un posto di lavoro con cui mi stavo pagando la casa, la moglie e l’ipotesi di un bambino che avrei fatto giocare con qualsiasi cosa, ma mai con quel robot. Non vedevo l’ora arrivassero le sei per finire e tornare a casa da Elisa e rivedere il suo viso dolce, la sua bocca piccola e carnosa come fosse il disegno su una geisha bionda con gli occhi grandi e occidentali.

Così la immaginavo, forse perché era sempre estremamente delicata e servizievole. Era cresciuta in una famiglia estremamente religiosa dove si faceva la pasta in casa e si celebravano i defunti. Mi innamorai perdutamente della sua grazia acuita da una devozione verso tutti i membri della sua famiglia, e soprattutto me.

Alle sei finisco, lo salvo il lavoro, spengo tutto e mentre sto per uscire, il mio capo, mi ferma e mi chiede se posso dargli ancora dieci minuti per aiutarlo a finire un suo lavoro molto più semplice del mio, di pura contabilità, e per il quale era pagato tre volte tanto. Una vergogna. Verme. Ovviamente, accettai. Nel frattempo, mi era salita una tale fame e una tale voglia di bere che mi rendevano ancora più arrabbiato e nervoso, ma feci quella stupida tabella di sette colonne in meno di cinque minuti per far sentire umiliato l’uomo che amava umiliarmi con il dito indice con cui ungeva lo schermo del mio computer. Lo salutai e gli ribadii che era stato molto facile quel lavoro che quando avrebbe voluto glielo avrei insegnato con piacere. Infine, anche di passare una bella serata.

Mentre guidavo verso casa, alzai il volume dell’autoradio quasi al massimo e battevo forte sul volante come fossi un batterista heavy metal. Il movimento incalzava la mia arrabbiatura anziché lenirla. Finalmente, arrivai a casa. 

Infilai le chiavi nella serratura, e aprendo sentii il minipimer andare rumorosamente. Chissà cosa aveva pensato di fare per cena, magari quella vellutata al curry e patate che adoro. Quando lo spense, la sentii cantare una canzone piano in francese. Dall’uscio della porta della cucina la guardai senza entrare. La riconobbi come la ragazzina di chiesa di cui mi ero innamorato. Era scalza come usava fare in casa con le unghie dei piedi colorate di un rosa infantile.

Le guardai la nuca col caschetto biondo, le spalle spigolose sotto una maglia molto larga che faceva intravedere il pizzo del reggiseno ed ebbi voglia di lei. Poi ne osservai  glutei e le rotondità appena accennate e pensai che solo una donna altamente religiosa non si sarebbe resa conto di quanto quei piccoli pomi vestiti di jeans fossero in realtà quelli di una cortigiana. O di un’adultera. Quell’idea si sommò all’arrabbiatura del pomeriggio. Mi avvicinai a lei e salutandola con un bacio sulla guancia e una sculacciata. Era un gesto a cui avevo pensato spesso ma che non avevo mai osato fare. Lei sobbalzò. Respirò a pieni polmoni e poi si voltò di nuovo sul piatto che stava preparando. Abbassò il capo per mostrarmi il collo e poi chinò la schiena. Le intravidi le labbra e mi sembrava sorridesse. 

«Adesso più forte», disse. E così feci. 

Mi chiese poi di abbassarle i pantaloni e da dietro,  alla cieca, le slacciai i bottoni uno a uno. 

«Adesso fallo sulla pelle nuda, voglio sentire come cambio il suono.

«Ascolta allora» 

«Ancora più forte».

Eseguii con piacere le sue richieste fra grida e gemiti. 

«Ne vuoi ancora una o preferisci che ti porti a letto?».

«Ne voglio ancora dieci e poi voglio inginocchiarmi».

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