Voglio proporvi un gradito, spero, regalo che Jamie McGuire, autrice di “Uno Splendido Disastro” e “Il Mio Disastro sei Tu”, ha condiviso con le sue affezionate lettrici sul suo sito.

Un breve racconto inedito scritto nel febbraio del 2012 durante l’attesa dell’uscita del primo romanzo della serie, e mai pubblicato.
Un piccolo sguardo nella vita di coppia di Travis e Abby, diventati ora il Signor e la Signora Maddox, durante i preparativi e i festeggiamenti del loro primo San Valentino insieme.

BUONA LETTURA.

 

 

Lo specchio fece uno stridio nel togliere via la condensa con l’asciugamano. Avevo trascorso del tempo in più sotto il getto caldo della doccia, proprio come avevo impiegato più tempo per tornare a casa, e altro tempo per trovare il regalo perfetto per Travis.

Niente nella giornata di oggi sarebbe stato affrettato. Volevo assaporare ogni momento con mio marito.

Mio marito. Anche se era passato quasi un anno, la parola mi suonava ancora così strana e così naturale allo stesso tempo. Se qualcuno mi avesse detto quando sono arrivata al college che mi sarei sposata entro la fine del primo anno, non gli avrei creduto.

Alcune persone, semplicemente, non sono fatte per il matrimonio. Io sono una di quelle, e la stessa cosa è per Travis. In qualche modo però ci siamo riusciti, l’anno scorso è stato il più felice della mia vita.

L’asciugamano cade a terra, e mi guardò, osservando le linee eleganti e scure sulla mia pelle. Le mie dita accarezzano delicatamente i tratti dell’inchiostro, tracciando ogni delicata curva con il mio dito. Ero ancora la signora Maddox, e non una volta, che ricordi, ho rimpianto questo tatuaggio, o la mia pazza idea di correre sino a Las Vegas e sposarci. Non solo era accaduto subito dopo la tragedia, ma avevo anche giurato che non sarei mai più tornata a Las Vegas. Ma quella città dimenticata da Dio era lo sfondo perfetto per noi, per lasciare andare i nostri demoni e ricominciare da capo.

Lasciarci tutto alle spalle era simbolico, e non potevo immaginare che potesse andare diversamente.

Appena finito di asciugarmi i capelli il mio cellulare, in un angolo del lavandino, si mise a squillare. Il nome di America illuminava lo schermo.

«Ciao?»

«Ehilà! Non posso parlare molto. Shep è appena tornato a casa e vuole già uscire. Volevo solo dirti buon San Valentino dal momento che voi ragazzi non verrete stasera. Solo perchè siete sposati non significa che non potete più venire alle feste delle confraternite, lo sai.»

«Lo so, ma non sono mai state nelle corde di Trav, e sicuramente non lo sono nelle mie. Non vogliamo trascorrere il nostro primo San Valentino a un festa per studenti, Mare.»

«Non dimenticare, è stato proprio alla festa studentesca di San Valentino dello scorso anno che tu Mr Maddox vi siete rimessi insieme.»

La memoria riaffiora vivida nei suoi dettagli.

……e la fottuta certezza, lo spavento di perdere il tuo migliore amico, perchè sei stato così stupido da innamorarti di lei.

Beh, io appartengo a te!…io appartengo a te.

La voce di America mi riporta al presente. «Non criticarmi. Almeno non siamo più matricole, e Shepley non deve correre in tondo come uno fottuto schiavetto.»

Sghignazzai all’immagine, e poi buttai un occhio all’orologio. Travis sarebbe arrivato a momenti. «Bei vecchi tempi.»

«Comunque…come dicevo, non posso stare a lungo al telefono, ma ho dimenticato di dirti prima in classe, in parte perchè stavo cercando di tenere il passo con la lezione a 300 miglia del Dottor Hunter, e perchè sei in ogni singola lezione con quello stupido di tuo marito, quindi non abbiamo più un momento in privato.»

Sorrisi. Coordinare i nostri programmi scolastici aveva reso più semplici i nostri spostamenti e lo studio, ma io non ero all’oscuro di tutto. Farmi mettere l’anello al dito aveva tranquillizzato un pò Travis, ma non del tutto. I cambiamenti avvenuti erano pochi e tanti allo stesso tempo, Travis era Travis, e tutto quello che mi chiedeva come amica prima, come fidanzata dopo, era dieci volte di più come moglie.

«Buon San Valentino a voi. Vi piace il nuovo appartamento?»

Sopirò. «L’adoro.»

«Non hai ancora un anello?»

«Diavolo no.»

Scoppiai a ridere. Shepley era felice per noi al nostro ritorno,ma era terrorizzato all’idea che America si aspettasse una sua proposta. Fortunatamente per lui, America aveva una grossa avversione a sposarsi prima dei trent’anni.

«Travis sarà presto a casa.»

«Si», sussurrò. «Meglio che vada anch’io. Ti voglio bene.»

Posai il telefono sul lavandino e inarcai la fronte, consapevole che avrei dovuto fare in fretta adesso. Proprio nel momento in cui finii di arricciare l’ultima ciocca di capelli la maniglia della porta fece dei fastidiosi cigolii, un segnale che Travis era a casa. Una dozzina di piccoli ticchettii si sentivano sul pavimento, e poi sulla porta. Toto si sedeva ogni giorno a quest’ora sulla poltrona aspettando e osservando. Una volta che sentiva la chiave nella serratura, Toto si sarebbe arrampicato alla porta, in attesa di festeggiare l’arrivo di Travis.

Travis mi lasciava dopo i corsi per un paio d’ore la settimana per poi andare al lavoro. Di solito gli ultimi combattimenti di Travis lo tenevano tranquillo per un pò, ma a causa dell’incendio a Hellerton non era stato pagato. I miei risparmi si erano dilapidati a causa delle buffonate di Mick l’anno prima, e The Circle era stato soppresso per l’incendio. Ad ogni modo Travis aveva promesso di non combattere più, ma stavamo vivendo bene, vivendo di prestiti studenteschi e lavori part time. Non era così terribile, ma era una sistemazione.

Entrambi facevamo i tutor la sera – aiutavo studenti in lotta con l’algebra e calcolo di varie difficoltà, Travis faceva tutto il resto – ma la maggior parte dei nostri conti veniva pagata con i soldi che lui faceva scrivendo saggi. I lavori illegali e rischiosi venivano pagati meglio, e le vecchie abitudini sono dure a morire.

Gli stivali di Travis fecero tre rapidi passi nell’appartamento, e poi si fermarono. Un rumore di piedi strascinati mi fece sorridere. La prima neve della stagione aveva lasciato due centimetri di fango a terra, e lui sapeva che avevo pulito quella mattina, così non avrei dovuto farlo dopo la lezione.

«Piccola! Sei in casa?»

«Si ci sono!» Cinguettai, dandomi le ultime passate di mascara sulle ciglia.

Bussò alla porta del bagno.

«Non entrare.»

Si lagnò. «Non ti ho visto per tutto il giorno!»

«Mi hai visto tre ore fa.»

Dopo una breve pausa, Travis bussò alla porta con un dito. «Vedo un regalo qui. Immagino sia per me?»

«No, è per Toto.»

«Non sei gentile.»

Mi misi a ridere.«Si, Trav, è per te.»

«Anch’io ho qualcosa per te, quindi muovi quel culo.»

«La perfezione richiede tempo.»

«Se ti sei vista al mattino, sai che non è vero.»

Quindici minuti dopo, stavo indossando un abito a baby doll rosso preso in prestito da America, e poi andai in salotto dove si trovava Travis.

Stava guardando la televisione, il telecomando nella mano, una bottiglia di birra nell’altra. La mia faccia impassibile per il fatto che indossasse una cravatta. Era ufficiale: avevo visto tutto.

Travis mi vide con la coda dell’occhio e si voltò.

«Incredibile. Sono fortunato, un uomo fortunato», disse camminando verso di me fino a quando non mi ritrovai tra le sue braccia. Le sue labbra dolcemente sulle mie, per spostarsi poi sulla mia guancia, passare al mio orecchio per finire poi più giù, sul mio collo e la mia clavicola.

«Stai indossando una cravatta», dissi a bassa voce.

Si allontanò e guardò giù. «Ti sembro un coglione?»

«No. Sembri….sto considerando l’idea di rimanere qui.»

Lui sorrise, e fiero si accarezzò la cravatta. «Sto bene, eh?» Mi afferrò la mano. «Suona fottutamente bene, ma abbiamo una prenotazione.»

Mi condusse fuori per mano, fermandosi sulla porta per aiutarmi con il mio cappotto.

Febbraio era stato particolarmente spietato. Se non stava piovendo o cadendo del nevischio, il cielo scaricava tonnellate di neve. Travis mi aiutò giù per le scale, assicurandosi che non inciampassi sui miei tacchi, ma quando arrivammo sul marciapiedi mi prese in braccio.

Allacciai le mie dita attorno al suo collo, strofinando il naso appena sotto il lobo dell’orecchio. Aveva un profumo incredibile. Più ci pensavo e più ero convinta che dovevamo rimanere a casa.

Nel giro di mezz’ora, eravamo seduti al bar del Rizoli, un ristorante italiano.

Il pensiero che Travis mi aveva portato in un ristorante rivale dei genitori di Parker aveva attraversato la mia mente, ma avevo deciso di non parlarne. Il posto era pieno, ma eravamo stati fortunati a trovare due posti liberi al bar mentre aspettavamo il nostro tavolo.

Presi un sorso dalla mia cannuccia, e notai Travis accigliato. «C’è qualcosa che non va?»

«Volevo che questa serata fosse speciale. Questo posto è un pò rustico.»

«Rustico? È uno dei miei ristoranti preferiti.»

«Si, ma è…..mediocre. Volevo che il nostro primo San Valentino fosse, non so, eccezionale, credo? Tutte queste persone qui, che stanno facendo la stessa che cosa che stiamo facendo noi.»

«Non è male.»

Una donna urlò  sopra il frastuono di dozzine di conversazioni. «Maddox?»

«Forza», disse Travis, scendendo dallo sgabello del bar. Mi tese la mano. «Andiamo.»

«Ma», dissi, indicando la donna.” Ha appena chiamato il nostro nome.”

Travis sorrise, sulla sua guancia fece capolino una fossetta. «Andiamo, Pidge.»

Senza aggiungere un’altra parola, scesi e afferrai la sua mano, seguendolo fuori. Si fermò solo per prendere la cena ad un drive-thru, e poi proseguì. Curva dopo curva, Travis era diretto al college.

«Non mi stai portando alla festa della confraternita, non è vero?»

Il viso di Travis in una smorfia di indignazione.

Avevo avuto questa idea della nostra destinazione ad un isolato di distanza, ma non prima che Travis parcheggiò la nostra macchina davanti alla Bartlen Hall  mi fu esattamente chiaro che cosa stava facendo.

«Stai scherzando, vero?»

«No», disse, aprendo lo sportello del lato guida per fare il giro ed aprire la mia.

Travis prese la mia mano, rapidamente e in silenzio girammo sul retro del palazzo.

«No», dissi, fissando la finestra aperta del seminterrato.

Travis era già saltato giù prima che potessi protestare di nuovo. «Andiamo, Pigeon!»

La neve era ancora a terra. Mi sentivo infreddolita e mi sarei immediatamente ammalata.

«Non esiste!»

La mano di Travis uscì fuori dal buio della cantina. «Sarà come ai vecchi tempi.»

«No proprio no, Travis. Diavolo no.»

«Mi sto sentendo solo qui sotto.»

«Questa è un’idea terribile.»

«Stai rovinando i miei piani.»

«Tu sei pazzo! Questo non è nemmeno il mio vestito, e tu mi stai dicendo che sto rovinando tutto!»

«E’ un pò troppo presto ancora per quello.»

Potevo quasi sentirlo trattenere le risate. Incrociai le braccia. Dopo una lunga pausa, la voce di Travis, demoralizzata e disperata, uscì attraverso la finestra. «Per favore?»

Alzai gli occhi. «Va bene.»

Due spinte, un grido, e una caduta dopo, ero tra le braccia di Travis nel seminterrato del Bartlen – il posto dove ci incontrammo la prima volta.

Travis usava il suo cellulare per illuminare la stanza, ed io lo stavo seguendo attraverso una serie di corridoi. Infine, uno degli atri si aprì in una grande stanza familiare. Senza le grida e i ragazzi ubriachi stretti tra loro, sembrava ancora più grande, e meno….sudato.

Mi sembrava quasi di sentire la voce di Adam gridare attraverso il megafono, e sentire la stessa energia che esplodeva ogni volta che Travis entrava nella stanza. Ripensai agli schizzi di sangue sul mio cardigan,  e i miei occhi che lasciavano il cashmere per abbassarsi su un paio di stivali neri.

Travis mi tirò al centro della stanza. Il ricordo di lui che toglieva il sangue dal mio viso, allontanando chiunque si avvicinasse a me ritornarono nella mia mente.

«Pigeon», disse Travis, quasi nello stesso momento in cui quella parola risuonava nella mia memoria.

«Qui è dove tutto è iniziato.»

«Dove ti ho vista per la prima volta. Quando hai ribaltato il mio fottuto mondo a testa in giù.» Si chinò per baciare la mia guancia, e poi mi diede una piccola scatola. «Non è molto. Però ho risparmiato per questo.»

Lo aprii ed un grande sorriso idiota si allargò sul mio viso. Era un braccialetto con dei ciondoli.

«E’ la nostra storia», disse.

Un maglione, un paio di dadi, una perla verde con un quadrifoglio. Guardai Travis.

«Questo dovrebbe rappresentare la nostra scommessa», disse, indicando i dadi, «e questo è per la prima notte che abbiamo ballato», disse, indicando una perlina rossa.

Il ciondolo dopo era una moto, quello dopo un cuore. «Per la prima volta che ti ho detto ti amo?»

«Si.» Sembrava contento del fatto che avessi capito per conto mio.

«E questo?» dissi, indicando un mazzo di carte. «La sera del poker per papà?» Travis sorrise di nuovo. Quello dopo era un tacchino, e mi misi a ridere. Il ciondolo successivo era nero.

«Per il tempo che abbiamo passato distanti. Il periodo più brutto della mia vita.»

Quello dopo era un ciondolo a forma di fiamma. Non mi piaceva pensare all’incendio, ma era una parte della nostra storia, e quindi era una parte di noi. Il ciondolo dopo era un anello.

Alzai gli occhi verso di lui. «Questo è piuttosto sorprendente.»

«C’è spazio per altri. Questi sono solo per l’inizio della nostra storia, Pidge.»

Misi il braccialetto al polso. Travis mi aiutò con il gancio, poi giocherellò per un momento con il suo telefono, appoggiandolo su un tavolino a pochi metri di distanza. Appoggiò le mani sulle mie spalle, e una musica cominciò a suonare. Era la canzone che avevamo ballato per la festa del mio compleanno l’anno prima.

«Non ne avevo idea», dissi.

«Che cosa?»

«Che tu fossi così sentimentale.»

«Si che lo sapevi.»

Appoggiai la testa contro la sua spalla, felice questa volta di poterlo baciare finita la canzone. Terminata la musica lo baciai, misi nelle sue mani un semplice sacchetto rosso. «Avrei dovuto dartelo per prima. Il braccialetto è difficile da battere.»

«Non importa quello che è Pigeon. Mi hai già dato tutto quello che ho sempre voluto.»

 

Traduzione amatoriale.

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4 commenti

  1. Viviana

    meraviglioso, amo gli outtake 🙂
    Grazie a chi l’ha tradotto!

  2. Victoria

    già anche a mancavo davvero tanto. Grazie per la traduzione, bravissima!