Rassegna racconti inediti – Waiting for…Christmas in Love – Aspettando il Natale presenta “Un Guaio di Donna” di Alice Steward – 1° Parte

L’esordio di ieri, con la prima Alice, è andato molto bene, quindi direi di proseguire con un’altra Alice, pronta a portarci in un nuovo paese delle meraviglie.

Il secondo racconto ospite di quest’oggi, per la nostra rassegna dedicata al Natale, è un inedito di Alice Steward, mia grandissima amica e compagna di innumerevoli scorribande virtuali!

Anche lei, molto gentilmente, si è prestata regalandoci una nuova storia, creata apposta per le nostre lettrici. “Un Guaio di Donna” è il risultato del suo impegno e spero apprezzerete, quanto me, la sua irresistibile ironia.

Se volete conoscere l’infinita fantasia di Alice, sempre work in progress, trovate QUI tutti i suoi racconti.

un guaio di donna-alice steward

UN GUAIO DI DONNA 

di Alice Steward

PRIMA PARTE

 

Chloe Williams era dannatamente bella, e sapeva di esserlo.
Aveva lunghi capelli biondi e splendidi occhi blu.
Era alta, snella, aveva lunghissime gambe flessuose, ed un sedere da favola.
Era arrogante, viziata e capricciosa. Figlia di due produttori cinematografici,
aveva avuto, sempre, tutto dalla vita.
In quel preciso istante, si stava chiedendo per l’ennesima volta, cosa cavolo ci
facesse in quella stazione sperduta nel nulla.
Doveva ringraziare suo padre. Il suo caro papino, in un barlume di follia,
aveva deciso che 25 anni fosse l’età giusta per volare con le proprie ali, e che
dovesse dimostrare al mondo intero, di essere capace di portare a termine un
compito importante, come gestire un castello appena ereditato dai nonni
scozzesi.

“Un castello! Accidenti!” pensò “mica pizza e fichi!”
Il treno sbuffante ripartì e la lasciò sulla banchina.
Sospirò e afferrò le pesanti valigie. Gemette all’idea che doveva fare a meno,
per un periodo non meglio precisato, della sua servitù personale.
Mentre oltrepassava la vetrata della sala d’aspetto, ansimando per la fatica, si
accorse, dolorosamente, che il trucco della mattina era, ormai, un ricordo
lontano.
– Una ragazza per bene non dovrebbe imprecare in quel modo! – borbottò la
donna dal petto possente, fasciata in un severo abito nero, che sedeva lì
vicino.
Lei sbuffò provocando delle nuvole di vapore, a causa del freddo cane.
– Signora, mi creda, se mi metto d’impegno, so fare molto peggio! – borbottò
guardandosi intorno.
Dannazione! quella piccola stazione sembrava proprio fuori dal mondo!
Il pallido sole stava tramontando velocemente, e minacciose ombre scure si
allungavano tutte intorno, rendendo il luogo ancora più lugubre e tetro.
Mentre cercava di trascinare le due grosse valigie Vuitton, verso l’interno
della sala, uno dei tacchi vertiginosi che calzava, si ruppe.
L’aria placida e tranquilla, si riempì, di colpo, di colorate espressioni, che con
la religione avevano ben poco a che vedere.
La vecchia signora, col viso rubizzo, scandalizzata, coprì, con le mani, le
orecchie del pallido fanciullo che le sedeva affianco, tranquillo.
Chloe, si eresse in tutto il suo 1 metro e 80 di altezza, e con il tacco nella
mano, rivolse uno sguardo di sfida al mondo intero.

“Va bene, Aberdeen City, io sono pronta! Fatti sotto!” pensò furiosa.
L’interno della sala d’attesa era spartano e desolante. Si avvicinò allo sportello
informazioni, completamente deserto.
Bussò al vetro, cercando di attirare l’attenzione del vecchio rugoso che sedeva
all’interno, in apparente stato di trance.
– Scusi, buon uomo! – esclamò ad alta voce – devo andare al castello di
Dunattle –
– Signorina, sono anziano, ma non sono rincoglionito, non c’è bisogno che urli
in questo modo! – borbottò lui, sistemandosi meglio sul viso, le spesse lenti.
– Va bene, buon uomo, non si scaldi! – disse lei sollevando gli occhi al soffitto
– ho bisogno di un mezzo per il castello di Dunattle –
Lui si sporse leggermente in avanti e le lanciò un’occhiata veloce alle gambe –
vedo che il mezzo ce l’ha e sembra anche buono – disse accennando alle sue
gambe – deve uscire di qui, voltare a destra e prendere per il sentiero che si
snoda su per la collina – terminò, tornando al suo giornale.
Lo guardò perplessa – buon uomo, mi sta dicendo che dovrei andare a piedi?
– esclamò con voce isterica.
– Signorina, le sto dicendo che non ci sono mezzi fino a domani mattina,
quindi a meno che, non voglia passare la notte su quella panchina laggiù, le
conviene mettersi in cammino –
– Ma che posto è mai questo? – esclamò lei rossa in volto – com’è possibile
che non ci siano mezzi, per raggiungere il castello? – disse con tono disperato.
– Ora che ci penso – aggiunse poi pensieroso – se si sbriga può chiedere un
passaggio al Responsabile del castello, Duncan Welsh, passa tutte le sere a
quest’ora, di ritorno dal paese –
Lei non lo fece nemmeno finire di parlare. Afferrò le valigie e si precipitò fuori
in cerca di questo favolosoDuncan, che doveva avere, sicuramente, le
sembianze di una angelo.
La temperatura era scesa paurosamente. E una coltre di nebbia, nel buio,
ricopriva l’ambiente circostante, marciapiedi, prati, alberi, rendendo arduo
orientarsi.
Udì da lontano il nitrito di alcuni cavalli, ed il rumore di un carro, ma non si
fermò e proseguì lungo il sentiero, zoppicando e imprecando contro il mondo
intero.
D’un tratto una voce la fece fermare.
– Chi è là? – la voce bassa e con marcato accento scozzese, il carro si fermò con
uno stridio.
Lei si voltò e si trovò di fronte, illuminato da una piccola luce appesa al carro,
due occhi grigi, che la scrutavano dall’alto, perplessi.

L’uomo era seduto nella parte anteriore e teneva in mano le redini, con le
quali frenava i due cavalli scalpitanti.
– Buon uomo, prosegua pure il suo cammino – disse a denti stretti – non sono
né un bandito, né un drogato – rispose altera, riprendendo a trascinare le due
valigie.
– Signorina, credo non arriverà molto lontano, in quelle condizioni, inoltre, la
informo, che questo posto, di notte, è infestato da lupi – esclamò con tono
rude.
– L’ometto della Stazione, mi ha detto che su questo sentiero passerà il signor
Welsh, quindi devo proseguire – continuò ostinata, senza fermarsi.
– Il signor Welsh sono io! – esclamò lui tranquillamente.
– Come? – chiese lei voltandosi di scatto e abbandonando le valigie sulla
strada.
– Ho detto che il signor…. – provò a ripetere lui.
– Quindi, lei è la persona che dovrebbe darmi il passaggio per il castello? –
chiese sgranando gli occhi.
– Signorina, io sono Duncan Welsh, nella vita non dò passaggi a donne per
strada – disse scuotendo la testa con impazienza – ma vista la situazione
potrei fare un’eccezione – continuò squadrandola dall’alto in basso.
– Ma io non ho intenzione di arrampicarmi sul suo carro! – rispose lei
indignata – io credevo avesse l’auto! – gemette.
– Faccia come crede – disse lui stringendosi nelle spalle e riprendendo le
redini che aveva posato in grembo – la saluto – esclamò.
– Aspetti! – disse lei guardandosi intorno terrorizzata, sentendo un ululare
lontano – va bene, buon uomo, prenda le valigie e mi aiuti a salire – disse con
un sospiro, avvicinandosi al carro con l’espressione di una martire pronta al
sacrificio.
Lui non si mosse dal suo posto.
– Credo che non abbia capito – affermò tranquillamente – io le dò il passaggio,
ma deve fare tutto da sola – disse poi – quando è riuscita a salire, mi faccia un
fischio così riavvio i cavalli –
– Salire dove? – chiese lei confusa.
– Salire dietro – disse lui indicando il retro del carro, con il pollice –
tranquilla, i maiali sono un po’ rumorosi ma non mordono, li ho fatti
mangiare prima di partire – aggiunse poi un mezzo sorriso.
– Cosa? – esclamò lei incredula, poi realizzò, guardando il sorriso compiaciuto,
che quel Duncan se la stava godendo un mondo, e che probabilmente era un
bastardo fatto e finito “altro che angelo!”
Ammutolì.
Sollevò il viso con sguardo altero e trascinò le valigie dietro, riuscendo,
miracolosamente a sollevarle e gettarle all’interno del carro.
Poi sudata e stremata, si aggrappò all’asse di legno per salire.
Mentre cercava, faticosamente di sollevarsi, avvertì una mano enorme,
proprio sotto il gluteo destro, che la spingeva verso l’alto.
Si dette uno slancio e con un urletto isterico, grazie anche al suo aiuto, salì
velocemente, staccandosi dalla mano.
Si voltò a fronteggiarlo, ma trovò solo un sopracciglio alzato.
– Non sono affari miei, ma la prossima volta che intende affrontare un viaggio
nel cuore della Scozia, le conviene indossare abiti più appropriati – disse con
aria canzonatoria, avviandosi verso il posto di guida, dove salì agilmente e
riprese a condurre i cavalli, lungo il sentiero.
Lei guardò l’interno del carro, pieno di maiali maleodoranti, sospirò
sedendosi in un angolino, ed aggrappandosi al rozzo sedile in legno, cercando
di non cadere.
Poi, mentre trascinava le valigie accanto a sé, vide che il pantalone bianco era
macchiato.
Gemette, l’impronta di una mano, campeggiava fiera e indelebile sul gluteo
destro.
Il freddo era intenso ed il buio assoluto.
Viaggiavano lentamente.
Chloe si stringeva addosso la giacca di Prada, bella ed elegante, ma
assolutamente inutile contro le rigide temperature del luogo.
Il bifolco, così aveva deciso mentalmente di soprannominarlo, guidava il
carretto, tranquillo e beato, fischiettando qualche canzone nota solo a lui.
Certo, lui non aveva freddo, era completamente impaludato in un pesante
cappotto di lana, brutto e fuori moda, ma dall’aspetto caldo e confortevole.
Mentre sul capo indossava un cappello in pelliccia, completo di paraorecchie
che gli lasciava scoperti solo gli occhi.
Ogni tanto si voltava a guardare dietro, per accertarsi, probabilmente, che
non fosse morta o non avesse deciso di saltare giù dal trabiccolo ed affrontare
i lupi, piuttosto che proseguire quel viaggio così disagevole.
“Non gli darò né la prima, né la seconda soddisfazione!” pensò con ferocia,
rimanendo disperatamente aggrappata al sedile di legno come una cozza
abbarbicata allo scoglio.

Dopo un tempo che a lei parve infinito, giunsero alla vista del castello.
E il respiro le si mozzò.
L’antica ed imponente costruzione in pietra, si ergeva fiera ed alta nel cielo.
L’uomo fermò i cavalli ed il carro terminò la sua corsa.
Si voltò a guardarla con curiosità – signorina, il castello di Dunattle è di
fronte a lei – disse fissandola da sotto il cappellaccio.
Lei non rispose, era intenta ad ammirare, affascinata, la costruzione.
Lui scese agilmente, giù dal predellino e la raggiunse dietro, si arrampicò
sopra e senza molte cerimonie, afferrò le due valigie e le gettò sulla ghiaia
spessa.
– Buon uomo, le chiedo, gentilmente di fare attenzione a quelle due valigie,
sono molto costose, anzi probabilmente costano più del suo cappotto, di quel
cappello e di tutto il suo carro, maiali compresi – sbuffò con aria altera,
porgendogli la mano per farsi aiutare a scendere.
– Signorina, vorrei chiarire un paio di cosette, prima di salutarla – cominciò
lui ponendo le mani sui fianchi – prima di tutto, io sono Duncan Welsh,
direttore responsabile del castello di Dunattle, quindi, se per qualche motivo,
dovesse, malauguratamente, incrociarmi nuovamente sulla sua strada, eviti,
la prego di chiamarmi con l’appellativo di buon uomo! – disse avvicinandosi -secondo, non mi interessa conoscere il costo dei suoi abiti, delle sue scarpe,
delle sue valigie e del suo patrimonio personale, quindi può evitare di
sbattermelo in faccia, mi creda se decidessi, un giorno, di cercarmi una
moglie, non lo farei mai, valutando la dote che porta – continuò accalorandosi
– terzo ed ultimo punto – aggiunse avvicinandosi ancora, facendo oscillare
paurosamente il carro – credo che lei sia la donna più bella che io abbia mai
visto ma anche, la più maleducata, viziata, arrogante che io abbia mai
conosciuto, e spero che il soggiorno qui in Scozia duri molto, molto a lungo e
le faccia nascere un po’ di cervello in quella testa vuota! – esclamò paonazzo
in viso – ed ora, mi scusi, ma avrei una certa fretta, quindi mi liberi il carro,
grazie! – terminò e saltò giù, facendo barcollare paurosamente il mezzo.
Lei rimase in piedi, troppo scioccata per profferire parola.

“Nessuno! Nessuno! Si era mai permesso di parlarle in quel modo!” pensò scandalizzata.
– Dove crede di andare? – gli chiese, scendendo velocemente, rischiando di
procurarsi una slogatura.
– Non sono affari suoi, dove vado! – esclamò lui, continuando a camminare
verso la grande scalinata che conduceva alla porta del castello.
– Signor Welsh! – lo chiamò con tono sferzante.
Lui si voltò – cosa c’è? – chiese a denti stretti – ha bisogno di qualcuno che la
prenda in braccio? È troppo stanca per camminare? Si cerchi un posto dove dormire, piuttosto! –
Lei sospirò – il posto dove dormire ce l’ho, purtroppo! –
– Bene! lo raggiunga presto, allora! – borbottò lui con un sopracciglio sollevato.
– E’ quello che sto facendo! Se si sposta, trascino le mie costose valigie, su per
le scale e cerco un posto dove rifocillarmi, pulirmi e riposare – disse
seccamente.
La sua figura imponente si bloccò, a fissarla stupito.
– E’ lei la nuova proprietaria, di cui ci hanno informato questa mattina, via fax?
– mormorò – la comunicazione diceva che sarebbe arrivata fra due giorni! –
– Oh, mi sorprendo che in questo posto dimenticato da Dio esista un fax! e che
lo sappiate, addirittura, utilizzare! – borbottò lei continuando a trascinare le
valigie verso la scalinata.

– Si, sono io la nuova proprietaria del castello! Ho semplicemente deciso di anticipare l’arrivo – ammise.
Lui si mosse, le tolse le valigie dalle mani e la superò velocemente,
borbottando – diavolo di una donna! –
Stupita, lo raggiunse mentre lui apriva la porta con le sue chiavi.
– Mi spiace farle perdere tempo, responsabile, mi mostri la cucina e una
camera dove possa riposare sommessamente ed umilmente questa notte, e
poi è dispensato da altri incarichi, per oggi – disse con tono beffardo.
Lui strinse la mascella, ma non rispose.
L’interno dell’atrio era ampio e maestoso. Il soffitto era costituito da una
cupola ricoperta di migliaia di mosaici colorati, mentre di fronte si ergeva una
enorme scalinata che conduceva ai piani superiori, ai due lati, invece, si
aprivano due grandi archi che conducevano ad altre sale.
La condusse nella sala posta sulla destra, dove era situata una immensa sala
da pranzo, con un lungo tavolo centrale. Ritratti, bandiere ed armi
medioevali, affollavano i muri perimetrali.
La superarono e giunsero nella camera accanto, dove era situata la cucina.
Una antica cucina medioevale, adornata con graziose piastrelle maioliche,
fornita, però, di fornelli, forni, e attrezzi moderni di ogni genere.
Il bifolcosi fermò – questa è la cucina – disse – la domestica è fuori, per la
sua serata libera, come le ho detto eravamo convinti che arrivasse
dopodomani, ma non si preoccupi, se ha fame il frigorifero e la dispensa sono
pieni di cibo –
Si voltò, e continuò il breve giro, uscendo dalla cucina. Rifecero il percorso
inverso e si ritrovarono ai piedi della scalinata.

Sul primo pianerottolo, la condusse ad una delle camere da letto.
Aprì la porta e si ritrovarono in una grande camera dai colori color crema, con
parquet e pannelli di noce. Scure tende chiudevano le grandi finestre che
giravano sui due lati della camera, che occupava l’intera ala ovest.
– Credo che questa vada bene, se vorrà, domani, potrà scegliere fra le 10
camere da letto di cui è composto il maniero, e scegliere quella che incontra di
più i suoi gusti – disse ironico posando le valigie sul soffice tappeto, accanto
all’enorme letto a baldacchino.
Lei sospirò. Si sentiva stanca, e l’unica cosa che voleva in quel momento era
fare un lungo bagno e andarsene a letto.
– Va bene – disse stancamente, spostando una ciocca dalla fronte.
Lui la osservò per qualche istante, dando modo anche a lei di esaminarlo
meglio.
Aveva tolto il cappellaccio e aveva scoperto una testa piena di folti capelli neri.
Il viso era decisamente mascolino, il mento squadrato evidenziava un inizio di
barba, che gli procurava un aspetto ancora più sinistro e pericoloso. Gli occhi
grigi la osservavano con uno scintillio interessato.
“Un uomo pericoloso” pensò lei mordendosi il labbro inferiore.
– Il nostro incontro non è avvenuto nel migliore dei modi – esordì lui
pensieroso.
– Concordo – disse lei a denti stretti.
– Quello che ho detto prima, rimane, ma ammetto che avrei potuto usare toni
differenti – borbottò lui, con la mascella stretta.
– Ha ragione su quello che ha detto – esclamò lei sfilando la scarpa rimasta
intatta, e gettando l’altra sul tappeto – sono viziata ed arrogante – continuò
guardandolo dritto negli occhi – mi piace la vita comoda, agiata e ricca, non
ho mai lavorato in vita mia, non ne ho avuto mai bisogno, non ho mai dovuto
chiedere, perché ho sempre ottenuto tutto, puntualmente, senza che mi
scomodassi a reclamare – continuò sorridendo, scoprendo una fila di denti
splendenti e perfetti – quello che non sa di me, però, è che mi sono laureata
con 110 e lode, in Scienze Politiche, all’Università di Los Angeles, nota come
UCLA, e che sono perfettamente in grado di conversare in tre lingue diverse,
italiano, francese e spagnolo, oltre che naturalmente, inglese – disse energica,
sollevando il mento in segno di sfida – e che sono, perfettamente, in grado di
gestire situazioni difficili – sussurrò socchiudendo gli occhi a fessura –
buonanotte responsabile– disse poi, voltandosi verso il bagno.
– Duncan! – mormorò lui – il mio nome è Duncan, buonanotte a lei! –
esclamò prima di voltarsi e lasciare la camera.
“Perfetto!” sospirò lei sfilando gli abiti e aprendo i rubinetti della enorme
vasca che troneggiava al centro del bagno.

“Aveva appena messo piede nella proprietà di cui doveva occuparsi nei mesi a venire, e già si era inimicata il direttore della proprietà!”
Si immerse gemendo nella schiuma, deliziosamente calda e profumata, e
chiuse gli occhi.

“Ok, era un bifolco, ma doveva imparare a conviverci se voleva prendere possesso della situazione e gestirla.”

Posò la testa all’indietro, sul bordo della vasca “peccato che fosse così rude e maleducato!” pensò “non sarebbe stato semplice lavorare con lui!” sospirò e decise di accendersi una sigaretta, per rilassarsi.
Inspirò voluttuosamente, e socchiudendo gli occhi, espirò in alto una nuvola
di fumo.
Il vapore che saliva dalla vasca, ed il fumo della sigaretta, la avvolsero in una
leggera nube di benessere.
D’un tratto sentì un bussare forsennato, di là, alla porta della sua camera.
Riaprì gli occhi tendendo le orecchie.
All’improvviso il bifolco irruppe nel bagno con un secchio sciabordante acqua.
– Dov’è il fuoco? – urlò come un pazzo, guardandosi intorno come un
forsennato.
– Cosa? – urlò istericamente lei alzandosi – dov’è il fuoco?! – uscì dalla vasca,
mentre l’acqua sguazzava fuori, creando enormi pozzanghere sul pavimento.
D’un tratto si accorse che, lui, si era bloccato con il secchio in mano, e la
fissava con la bocca spalancata.
“Accidentaccio! Aveva dimenticato di essere nuda!” afferrò al volo la vestaglia
dal pavimento.
– Dov’è questo fuoco!? – chiese arrossendo suo malgrado.
Lui distolse a fatica lo sguardo e continuò a cercare in giro, finchè non vide la
sigaretta, bagnata e ormai spenta, caduta sul parquet.
– Eccolo il fuoco! – esclamò a denti stretti, dando, furiosamente, un calcio alla
cicca.
Rimase qualche istante stupita, poi una volta realizzato che lui aveva
scambiato l’odore della sua sigaretta per l’odore di un incendio, fu presa da un
irrefrenabile scoppio di risate.
Sedette sul bordo della vasca e si piegò in due per le risate. Mentre lui la
guardava incredulo.
“Doveva essere uno spettacolo esilarante! Lei completamente fradicia e
gocciolante, coperta solo da una vestaglia striminzita, lui vestito di tutto
punto, con un secchio pieno d’acqua ed il volto accigliato!”

– Se ha finito di ridere, andrei a riposare – borbottò – la mia giornata è stata
lunga e decisamente faticosa! – disse altero, cercando di uscire dal bagno con
l’ultimo briciolo di dignità che gli era rimasto, accompagnato da altri scrosci
di risate che lei, evidentemente, non riusciva proprio a contenere.
Merda! quella dannata donna era impossibile!
Gettò il cappottone sulla poltroncina e si sfilò i pesanti stivali lanciandoli
contro il muro.
Credeva che tutto il mondo le girasse intorno, soffriva di un egocentrismo
pauroso!
Cominciò a camminare avanti e indietro come un animale in gabbia.
Per non parlare poi della sua risata, lo faceva diventare idrofobo! era bassa
e rauca e se non fosse stato così incazzato, l’avrebbe, quasi, trovata sexy ed
affascinante.
L’immagine di lei completamente nuda, e con mille rivoli d’acqua che le
scivolavano sulla pelle liscia ed accaldata, gli tornò prepotente in mente.
Strinse i denti.
Ok, era arrivato il momento di fare una bella doccia.
Fredda. Decisamente fredda.

*****

La pioggia picchiettava, incessante, contro i vetri delle finestre.
La camera era buia e a tratti veniva illuminata, da lampi abbaglianti.
Chloe aprì gli occhi e dopo qualche istante, ricordò dove si trovava.
Si guardò oziosamente intorno, e decise che l’arredamento di quella camera
non le piaceva, i colori erano troppo scuri, le tende troppo pesanti ed i
pannelli di legno, che rivestivano i muri, andavano assolutamente eliminati.
Scivolò fuori dal letto, decisa a fare un’ispezione in giro.
Infilò le pantofole ed una corta vestaglia di seta per coprire il babydoll che
indossava, solitamente per dormire e, silenziosamente, scivolò fuori dalla sua
camera.
Sullo stesso piano si affacciavano diverse porte, ad ognuna di esse
corrispondeva una camera da letto.
“Chissà qual era la sua” pensò oziosamente, mordendosi il labbro “non poteva
fingere di non aver visto l’occhiata che le aveva lanciato, quando l’aveva scorta
nuda.”
Continuò ad esplorare, cautamente. Passava da una sala all’altra, la sala del
the, la biblioteca, diverse camere da letto.
Tutto era silenzioso e dormente.
Scese al piano terra e giunse in cucina.
Avvertì delle esclamazioni accompagnate ad imprecazioni.
Si affacciò alla grande sala e lo vide. Stava lottando, letteralmente lottando,
con la macchina per il caffè.
La sua attenzione fu attratta, in quel momento però da altro. Duncan Welsh
era vestito solo del pantalone del pigiama senza nulla a coprirgli le spalle ed il
torace, che scoprì muscolosi e tonici. Nulla a coprirgli il lungo, inquietante
tatuaggio che partiva dal collo e terminava sulla spalla destra. Nulla a
coprirgli i fianchi stretti, ma muscolosi.
“Accidenti!” pensò strabuzzando gli occhi “quell’uomo aveva un fisico da
urlo!”
Gli si avvicinò da dietro e lo toccò sulla spalla, a mò di saluto.
– Dio del cielo! – esclamò lui, gettando tutto quello che aveva in mano, in giro
per la sala, e cioè un barattolo pieno di caffè, e una grossa tazza di ceramica,
producendo in pochi istanti un rumore infernale, che avrebbe risvegliato
anche i morti.
Si voltò a guardarla, con gli occhi sgranati ed una mano sul petto.

– Signorina… – balbettò.
– Williams, Chloe Williams, ma lei può chiamarmi solo Chloe – disse lei,
sentendosi sciogliere dentro, sotto il suo sguardo.
– Chloe, se ha deciso di farmi fuori, la prego, almeno, di scegliere metodi
meno traumatici – disse accasciandosi sulla sedia vicino, con la mano posata
ancora sul petto ansante.
Lei si strinse nelle spalle – mi spiace volevo solo aiutarla – disse – vede lei sta
versando del caffè in polvere in una macchina che, invece, utilizza solo cialde,
di caffè.
Lui sollevò un sopracciglio pensieroso – non so, di solito è Lowenna ad
occuparsi della colazione – sbuffò.
– Cosa ci fa già in piedi? – chiese lei, guardandosi intorno sconfortata,
sembrava che in cucina, un vulcano avesse eruttato lava nera.
– Non riuscivo a dormire – borbottò lui guardandola di sottecchi – dovrebbe
indossare qualcosa di più pesante, qui le temperature non sono miti come in
California – aggiunse occhieggiando il suo babydoll.
Lei si stinse nelle spalle – io dormo solo con babydoll di seta – disse scovando
una grossa scopa, in uno ripostiglio lì vicino, e cominciano a pulire il
pavimento.
– Non è necessario! – esclamò lui – Lowenna sarà qui a momenti, e penserà lei
a pulire – continuò guardandola stupito.
– Oh, non si preoccupi, guardi che so scopare, cosa crede? – disse con un
mezzo sorriso.
– Ed io che credevo lei fosse a digiuno di certe…. – fece una pausa sollevando
un sopracciglio – …attività – terminò sardonico, afferrando degli strofinacci e
cercando di raccogliere la polvere marrone dai mobili intorno.
– Ho imparato a scopare di nascosto, sa, mio padre non amava che praticassi
certe attività – continuò lei con le allusioni – temeva che sua figlia prendesse
strade non adatte al suo lignaggio – disse altera.
Lui si strozzò con l’acqua che stava sorseggiando in quel momento, e spruzzò il
liquido tutto intorno.
Gli si avvicinò e gli battè preoccupata una mano sulla spalla – tutto bene? -chiese. “Diavolo, ma quell’uomo rischiava di morire ogni tre secondi!” pensò.
– Tutto bene, grazie! – mormorò con voce strozzata, mentre riprendeva fiato,
ed il colorito del viso passava dal bluastro al rosso paonazzo – mi sono
ricordato, improvvisamente, che ho degli impegni – borbottò poi, lasciando
tutto quello che aveva fra le mani, correndo via.
Lo vide allontanarsi. Sospirò e continuò a ramazzare il pavimento fino a che
non fu del tutto pulito.
– Dio del cielo! – sentì una voce stridula esclamare – che è successo? E chi è
lei? -Chloe si voltò e vide un donnone vestita con una improbabile divisa da cuoca.
– Sono Chloe Williams – disse guardandola dritto negli occhi, consapevole
dell’abbigliamento striminzito che indossava.
– Signora il suo nome dovrebbe dirmi qualcosa? – chiese lei posando le buste
della spesa.
“Già la spesa?” si chiese “ma a che ora si svegliavano in quell’angolo del
mondo?” – sono la nuova proprietaria del castello – disse porgendo la mano.
– Oh, Mio Dio! – esclamò lei pulendosi le mani sul grembiule di pizzo che
indossava – non l’aspettavo che in serata! – aggiunse con espressione
sconvolta.
– Non si preoccupi è colpa mia, ho anticipato l’arrivo a ieri sera – disse
tranquillamente.
– Come è arrivata qui? E dove ha dormito? –
– Il signor Duncan, mi ha dato un passaggio e mi ha fatto accomodare nella
camera da letto color crema, quella ad angolo – spiegò lei – tu devi essere
Lowenna –

– Si signora, lavoro al castello da 20 anni, sono la cuoca e il capo di tutto il
personale ausiliario – disse con un sorriso.
“Personale ausiliario!” pensò lei con un sospiro “che dolci parole!”
– Perfetto! Ora vado a mettermi a posto, e ci vediamo più tardi – disse
dirigendosi verso la scalinata.

*****

La sala della biblioteca era grande, gli scaffali ingombri di libri. Le alte
finestre coperte solo parzialmente da pesanti tende in broccato verde.
Sparsi qua e là poltrone dall’aria comoda e confortevole.
Ed al centro del muro a sinistra, un enorme, antico camino in pietra rossa.
Un allegro e scoppiettante fuoco crepitava allegramente.
Le piaceva quella sala. Aveva un aspetto così rassicurante e accogliente. Si
avvicinò al camino e sollevò le mani per riscaldarle al calore che ne
fuoriusciva.
Scosse la testa, immaginava i suoi genitori rilassati al sole, in piscina, sui
lettini gonfiabili, con un libro in una mano ed un cocktail nell’altra. Sospirò
tristemente. Avrebbe passato il Natale lontano da casa. Così aveva deciso suo padre.

– Tesoro, voglio che mi dimostri che sei cresciuta e maturata, prima di affidarti
una delle mie compagnie di moda più prestigiose – le aveva detto qualche
settimana prima – voglio che vada in quel posto dimenticato da Dio, mi
gestisci quella catapecchia e che mi metta su un’attività, quella che più ritieni
valida, poi torna da me con gli utili e ti farò direttore generale della Williams
Agency inc. – le aveva aggiunto con gli occhi scintillanti.
“Catapecchia! Solo mio padre poteva definire un castello del 1300, imponente
e di grande valore storico, una catapecchia!” pensò con un sorriso
avvicinandosi alla porta finestra e guardando fuori lo spettacolo triste e
desolante dell’elegante e rigoglioso giardino sotto una pioggia battente.
“Uffa! Benvenuta in Scozia, Chloe, la patria del kilt, dei castelli, del whisky,
del’haggis….e della scrosciante, fredda, umida pioggia!” sbuffò sedendosi alla
scrivania e sfogliando i libri contabili.
Guardò l’ora, e si accorse con sgomento, che stava lavorando, ininterrottamente da tre ore.
Si passò una mano sul collo indolenzito e gemette.
– Tutto bene? – la voce bassa e roca la fece trasalire.
Era entrato silenziosamente e la stava osservando, poggiato ad uno scaffale
con posa indolente.

“Chissà da quanto tempo era lì” si chiese oziosamente.
Si voltò a guardarlo e le prese un colpo.

“Chi era l’uomo che aveva di fronte?” pensò sgranando gli occhi per la sorpresa” se vestito solo del pantalone del pigiama era fantastico, vestito di un completo blu con cravatta grigia, era da mozzare il fiato!
I capelli folti erano tagliati corti, con basette ben definite.
Le mani, grandi e ben curate.
Gli occhi grigi, che sembravano cambiare colore, ora erano luminosi ed intensi.
Che fine aveva fatto il bifolco che l’aveva raccolta per strada e condotta al
castello in un carro di porci?”
– Si – riuscì a gracchiare.
Le si avvicinò con passo felpato.
– Posso? – chiese con voce rauca, sollevando le mani.
“Seeeee diceva sul serio?” pensò incredula “voleva praticargli un massaggio
sul collo?” lo guardò per qualche istante. Poi piegò la testa e sollevò la coda
dei capelli, per agevolargli il compito “perchè no?”
Nello stesso momento in cui le sue mani le toccarono la pelle, avvertì mille
scariche elettriche correrle su tutto il corpo, dalla testa ai piedi.
Lui strinse gli occhi e si fermò per qualche istante. Poi con le dita di entrambe
le mani, cominciò ad esercitare delle dolci, ma allo stesso tempo decise,
pressioni sul collo.
Incapace di sopportare quelle sensazioni così travolgenti, lei si scostò
bruscamente.
– Va meglio, grazie – borbottò, alzandosi per mettere una distanza di sicurezza
tra sé e quell’uomo.
– Vedo che ha cominciato a lavorare ai libri contabili – disse accennando col
capo alla scrivania.
– Si, devo farvi i complimenti, è tutto a posto e la situazione economica è bene
organizzata –

– Signorina Williams, si sarà accorta che sono un uomo piuttosto arrogante,
quello che non sa di me è che non sopporto le persone agiate che non hanno
mai lavorato in vita loro, e che non hanno mai avuto bisogno di chiedere,
perché hanno sempre ottenuto tutto – disse fissandola – ma quello che, più
importante, non sa di me, è che sono laureato con 110 e lode in Filosofia
all’Università di Oxford, e che sono perfettamente in grado di parlare il
tedesco, il francese e il polacco – terminò sollevando un sopracciglio – sono
consapevole che tutto questo, cozza con il Duncan che ha conosciuto fino ad
ora – continuò con un sorriso affascinante, che illuminò improvvisamente la
stanza buia.
– Ha ragione, non mi capita molto spesso di essere trattata come un sacco di
patate e viaggiare in un carro pieno di maiali – fece lei beffarda.
Lui si strinse nelle spalle – ammetterà che si è comportata da perfetta stronza
– disse con sguardo altero.
– Dimentica, che io sono la proprietaria e che potrei licenziarla, mi creda l’ho
fatto per molto meno! – sibilò lei a denti stretti.
– Vorrà dire che mi cercherò una nuova sistemazione, a non rivederci! –
affermò tranquillamente voltandosi per uscire.
– Aspetti! – disse lei cono voce autoritaria.
– Lo farò, solo se me lo chiede per piacere! – disse lui con la mano sulla
maniglia della porta.
Lei sospirò, passandosi una mano sulla fronte.
– Il nostro rapporto non è nato sotto i migliori auspici – borbottò.
Lui la fissò immobile.
– Per piacere, rimanga e mi aiuti con la gestione di questo dannato castello! –
esclamò con tono esasperato.
Lui lasciò la maniglia e andò a sedersi sulla poltroncina di fronte alla
scrivania.
Lei si morse il labbro inferiore – cominciamo dall’inizio, va bene? – chiese lei.
Lui assentì con la testa.
Gli si avvicinò – mi chiamo Chloe Williams, ma lei può chiamarmi Chloe e
darmi del tu – disse porgendogli la mano.
Lui la guardò per qualche istante, poi si alzò – io sono Duncan Welsh, e tu
puoi chiamarmi Duncan e darmi del tu – disse a voce bassa, stringendogliela.
“Ancora quelle maledette scariche!” pensò lei ritirando, a malincuore, la
mano.
– Duncan, ora dimmi tutto quello che devo sapere – disse lei con piglio deciso,
accomodandosi alla scrivania.
Lavorarono per un paio d’ore, fino a quando Lowenna bussò alla porta per
informarli che il pranzo era servito, e li trovò, entrambi quasi allungati sulla
scrivania, a scrutare con attenzione una enorme piantina della proprietà.
Ringraziarono e continuarono a parlare.
– La proprietà ha limiti ben definiti – stava dicendo Duncan additando la
mappa con l’indice – un alto muro lo circonda tutto intorno.
– Non ho visto nessun cancello, però l’altra sera – chiese lei corrugando la
fronte.
– Non abbiamo mai ritenuto necessario chiudere il parco, con un cancello, ma
se lo ritieni possiamo farlo – disse lui voltandosi a guardarla.
Si ritrovarono con i visi a pochi centimetri.
– Va bene, per ora ci fermiamo – disse lei con voce roca, raddrizzandosi di
colpo.
– Stavo pensando che dopo pranzo, se smette di piovere, ti porto a fare un giro
di perlustrazione, credo che debba vedere con i tuoi occhi per farti un’idea
precisa della proprietà – disse lui guardando il cielo, fuori dalla finestra.
– Perfetto! – esclamò lei, voltandosi per uscire dalla sala.
– Sarà meglio, per te, cambiarti – disse lui sollevando un sopracciglio –
dovresti indossare qualcosa di più pratico per affrontare il tempo della Scozia-

Lei abbassò lo sguardo sugli aderenti pantaloni bianchi, sulla t-shirt viola con
la scritta “senza tshirt sono ancora meglio” che campeggiava in bella mostra, e
sulle scarpe altissime, delle Louboutin ultimo grido.
Si strinse nelle spalle – cambierò le scarpe – ammise, mentre usciva per
raggiungere la sala da pranzo.
Lui scosse la testa sospirando, ed uscì per raggiungerla.
Aveva smesso di piovere, ma il cielo era carico di nuvole nere e minacciose.
Stavano camminando nel parco che circondava l’intera proprietà.
– Certo che passare dal clima californiano a questo, deve essere un bel trauma
– disse lui guardandola – posso chiederti cosa ti ha spinto a questo passo? -chiese curioso.
– Mio padre! – disse lei asciutta, continuando a camminare calpestando con gli
alti stivali, rami e foglie.
– Tuo padre? – chiese lui.
– Mi ha messo alla prova, vuole verificare che io sia in grado di gestire
un’azienda prima di affidarmi l’agenzia di moda che vorrei dirigere – spiegò –
oltre quegli alberi vedo un cottage, di che si tratta? – chiese poi scrutando con
attenzione.
– L’abitazione del vecchio boscaiolo – disse lui dirigendosi verso quel luogo –
ora è praticamente disabitato – continuò – te la mostro, devi dirmi cosa vuoi
farne, se demolirlo o se hai in mente qualche altro uso – chiese cercando di
aprire la vecchia porta di legno.
– La vecchia abitazione nel bosco, la ricca proprietaria, la pioggia – rise lei
improvvisamente – se non sapessi con certezza che mi odi, potremmo
emulare i personaggi dell’amante di Lady Chatterley, nella scena più famosa!
– esclamò poggiandogli una mano sul braccio.
Lui si voltò a guardarla sorpreso – come ti è venuto in mente? –
– Non lo so, è stata una delle mie prime letture indecenti, di ragazzina curiosa
– disse lei mordendosi il labbro inferiore – e poi tu sei rude,esattamente come
mi ero immaginata fosse il boscaiolo – mormorò, stringendosi nelle spalle
“Che diavolo le era venuto in mente?” pensò.
Lui la fissò – non dovresti morderti le labbra in quel modo – mormorò.
Lei lo guardò confusa – perchè’ – chiese.
Lui socchiuse gli occhi – mi distrae, parecchio! – mormorò.
Lei sentì il calore che le pervase tutto il corpo – entriamo! – disse con voce
roca, cercando di sottrarsi a quell’attrazione.
Lui la seguì con la mascella stretta.
L’interno della camera odorava di legno umido e stantio.
Duncan accese l’accendino e alla debole luce della fiamma, si poteva
intravvedere il locale in evidente stato di abbandono.

Il tavolo, le sedie e la credenza di legno erano impolverati e ricoperti di
ragnatele. Lungo i muri, anneriti e ricoperti di crepe, erano accatastati cumuli
di ciocchi di legna da ardere. Al centro di uno di essi campeggiava, un grande
camino con della brace spenta, ancora all’interno.
L’ambiente era freddo e desolante.
Lei rabbrividì, stringendosi nel cappotto di lana, che Duncan l’aveva costretta
ad indossare.
Una strana tristezza la pervase.

“Che ci faceva lei in quel posto?” pensò.
scuotendo la testa.
– Cosa? – chiese lui con tono sommesso, sembrava si fosse accorto delle ombre
nei suoi occhi.
– Nulla, torniamo al castello – disse tra i denti – fa un freddo cane! – borbottò.
– Va bene! – disse lui chiudendo la vecchia porta, prima di voltarsi e precederla
nella radura, ormai buia.
Che diavolo gli stava succedendo? Da quando in qua, un paio di pantaloni
aderenti ed una chioma bionda l’avevano fatto andare in orbita in quel
modo? E quel mordersi il labbro, quando rifletteva, ne vogliamo parlare? E
quello sguardo farsi, improvvisamente, scuro ed ombroso?
Sospirò, uscendo dalla doccia, e si rivestì con cura.
Quella sera non avrebbe cenato al castello. Aveva chiamato la sua amica
storica. Sarebbe uscito con lei. Sarebbe andato a casa sua.
Stop. Fine della storia.

 

 

*****

– Il personale ausiliario è costituito da due inservienti che si occupano delle
pulizie del castello, da due stallieri che si occupano dei cavalli – spiegava
pazientemente Lowenna, mentre le serviva la zuppa – poi c’è un factotum, il
vecchio Wallis, e il responsabile delle cucine che ci rifornisce di tutto, una
volta alla settimana – disse accennando con il pollice alle cucine.
– E Duncan? – chiese lei fingendo noncuranza.
– Il signor Welsh è il direttore di tutta la proprietà – affermò lei con una nota
dolce nella voce.
– E com’è come direttore? – chiese lei addentando una fetta di delizioso e
fragrante pane al sesamo.
– E’ in gamba – affermò con decisione – ogni mattina fa il giro della proprietà
– assentì – poi si chiude nella sala biblioteca e discute con fornitori e
agricoltori, a volte non pranza nemmeno – sussurrò avvicinandosi a lei – poi
la sera esce stanco e va in camera sua dove si doccia ed esce – terminò con
sguardo affettuoso.
– Esce tutte le sere? – chiese corrugando la fronte.
– Ultimamente non usciva molto, infatti mi ha stupita questa sera vederlo
prendere l’auto –

– Evidentemente ha preferito un’altra compagnia per la serata – disse ironica
lei alzando le spalle.
– Per la verità so che frequenta una donna – disse ancora la donna,
pensierosa.
– Certo immaginavo – disse lei asciutta – domani voglio svegliarmi presto,
Lowenna – si alzò da tavola.
– Ha già terminato di cenare? – chiese la donna stupita.
– Si, non ho più fame – sbuffò lei, muovendosi nervosamente – credo che
andrò fuori per fumare una sigaretta – aggiunse afferrando la borsa ed
uscendo.
Si fermò in cima alla grande scalinata e guardò il cielo nero, scuro e
minaccioso. Respirò profondamente lasciando che l’aria della notte le
penetrasse nei polmoni, sotto la pelle.
Scese e cominciò a passeggiare lungo il viale alberato.
Sedette su una panchina ed accese una sigaretta.
Era lontana migliaia di chilometri da casa. E cominciava a sentire la
mancanza del sole californiano, della vita agiata e senza impegni, dei party e
degli amici.
Sospirò.
E poi, inspiegabilmente, avvertì una certa irritazione nel pensare a lui con una
donna.
Si, incredibile ma vero, pensava al bifolco, cioè a quell’uomo rude e dallo
sguardo sardonico che le faceva vedere rosso dalla rabbia, ma anche provare
sensazioni nuove e strane, che le erano quasi sconosciute.
Sollevò la testa e avvertì alcune gocce di pioggia bagnarle in viso. Ok, era il
momento di rientrare. Spense la sigaretta e sospirando, rincasò in quella che,
per i mesi a venire, sarebbe diventata la sua dimora.

*****

La mattina, incredibilmente, sembrava luminosa, nonostante le nuvole, e
l’aria frizzante invogliava ad uscire all’aperto.
Si era vestita con i suoi indumenti preferiti, pantaloni aderenti e tshirt piena
di strass, però, sopra, aveva indossato un giaccone di montone e calzato stivali
da cowboy. Si guardò allo specchio con soddisfazione.
L’effetto era notevole.
Scese verso le stalle e si fece sellare il cavallo più irrequieto. Aveva una gran
voglia di correre e sentire il vento fra i capelli.
Aveva una gran voglia di essere ribelle e indomabile.
All’inizio, l’alto Clydesdale dal mantello baio scuro, si comportò bene, trottava
seguendo i suoi comandi, docile ed ubbidiente.
Si diresse verso Est. Quei luoghi, sulla mappa vista il giorno precedente con
lui, sembravano l’ideale per i progetti che aveva in mente.
Galoppava felice, inebriandosi del vento che le schiaffeggiava il viso,
lasciandosi, velocemente, il castello alle spalle.
D’un tratto, una lepre sbucò da una siepe e fece spaventare il cavallo, che si
innervosì e si impennò improvvisamente.
Lei temette di cadere e si mantenne con le gambe e le mani abbarbicate al suo
dorso.
Poi riuscì a riafferrare le redini perse, e cercò di domarlo, tirando a sé il
morso.
D’un tratto, sentì che qualcuno le si era affiancato, al galoppo con un altro
cavallo e cercava di strapparle le briglie dalle mani con gesti concitati,
tentando di frenare il suo destriero impazzito.
– Tieniti forte! – le urlò.
“Tieniti forte?” pensò lei freneticamente, mentre lo vedeva, inorridita,
lanciarsi letteralmente sul suo cavallo.

Si sentì afferrare da due braccia poderose che, letteralmente, la strapparono
dalla sella e la fecero balzare sull’altro cavallo, in braccio a lui.
Lei strinse i denti per non urlare. E mentre vedeva il suo cavallo, ormai libero,
galoppare lontano, sentì che lui la stringeva a sé. Boccheggiando per lo sforzo.
– Maledetta pazza! – sussurrò non appena ebbe il fiato per parlare – lo sai che
potevi ammazzarti? – disse cingendola più forte, con il braccio, da dietro.
Lei riprese fiato. E non rispose, troppo turbata per parlare.
Lui fermò il suo cavallo e scese agilmente. La afferrò per i fianchi e la posò,
delicatamente, sul terreno erboso.
Come accortosi che non si reggeva sulle gambe, la tenne stretta a sé.
Lei posò il capo sul suo petto e chiuse gli occhi. Sentì il cuore di lui, battere
forte, e si chiese se fosse solo per lo sforzo appena compiuto.
Rimasero in quella posizione per qualche istante, mentre intorno a loro il
vento sollevava nugoli di foglie accartocciate, e faceva stormire i rami degli
alberi.
– Perché hai scelto di cavalcare Rudy? – chiese lui a voce bassa.
Lei sollevò la testa per guardarlo. I suoi occhi, che la scrutavano
attentamente, sembravano scuri come la pece.
– Non so, avevo voglia di correre lontano – sussurrò.
– Volevi scappare, Chloe? – chiese lui guardandola negli occhi .

“Con un’espressione di cosa… delusione? Tristezza?” pensò lei.
– A te importa? – chiese lei con un sorriso teso – com’è andata la serata? -aggiunse poi. Inaspettatamente.
Lui si strinse nelle spalle, erano ancora abbracciati, entrambi avevano ripreso
fiato e autocontrollo, eppure erano ancora aggrappati l’uno all’altra.
– Bene – rispose sciogliendosi dall’abbraccio. L’incantesimo era finito – stai
bene? – le chiese con voce tesa.
– Si, credo di doverti ringraziare – disse guardando in giro per evitare il suo
sguardo – credi che tornerà – chiese riferendosi al suo cavallo, fissando
l’orizzonte lontano.
Lui scrollò le spalle – a volte, i più mansueti, tornano dopo qualche giorno, ma
Rudy, ne dubito, è sempre stato il più scalmanato e irruento – disse seguendo
il suo sguardo.
– Peccato! Era il mio preferito – sbuffò.
– Dove stavi andando? – chiese incuriosito.
– Oltre quelle siepi, c’è una zona che mi interessa –
– Per cosa? — vieni ti faccio vedere – si avviò a piedi e Duncan, afferrate le redini, la seguì insieme al suo cavallo.
Giunsero in un enorme prato. A destra si intravvedevano le scogliere del mare
a sinistra, in lontananza la figura imponente ed austera del castello.
– Vedi quello che vedo io? – chiese con sguardo pieno di entusiasmo.
Lui seguì il suo sguardo. Poi si voltò a guardarla con espressione interrogativa. Scosse la testa.
– Io vedo uno splendido, elegante, esclusivo resort per Very.Important.Person.
– sussurrò con tono reverenziale.
– Cosa? Vuoi trasformare il castello in un misero albergo? – esclamò lui con
tono incredulo.
– Ho parlato di un resort esclusivo e non di un misero albergo – spiegò lei,
sollevando gli occhi al cielo.
Lui scosse la testa con un’espressione desolata – è questo che sei venuta a
fare? Era questo il progetto che dovevi portare a termine? – chiese con
veemenza.
– Cosa c’è che non va? –
– Voi americani! Credete che tutto si riduca al denaro! – disse a denti stretti.
– E’ la cosa più stupida che tu potessi dire, e mi stupisce sia stata partorita da
una mente eccelsa uscita da Oxford – disse stringendo le mani.

“Per non picchiarlo!” pensò tra sé – e tu direttore responsabile, di cosa campi, di grazia, di aria? – chiese livida dalla rabbia.
– Io vivo coi soldi, esattamente come tutti, e sono una persona pragmatica, ma
non permetto che essi mi turbino la mente, tanto da decidere di sconvolgere e
deturpare, l’ambiente di questo luogo selvaggio, trasformandolo in un cazzo
di resort! E bisogna davvero essere senza un briciolo di rispetto per la natura
e gli uomini che ci vivono per avere un’idea così balorda! – esclamò perdendo
le staffe.
– Prima di tutto bada a come parli, dimentichi che tutta questa proprietà è
mia! – disse avvicinandosi di un passo.
– Secondo i miei progetti non sono scellerati, non ho nessuna intenzione di
deturpare l’ambiente né di rovinare l’atmosfera magica di questo luogo – disse
erigendosi in tutta la sua statura, col viso a pochi centimetri dal suo – terzo,
nessuno, e sottolineo nessuno, ha chiesto la tua dannata opinione su questa
questione e giuro su Dio che non so nemmeno io il motivo per cui te ne ho
parlato! – esclamò paonazza in volto.
Non fece in tempo a terminare, che lui la afferrò per la vita e trascinatola a sé, la baciò.
Fu un bacio rude e brusco, che serviva solo, per tapparle la bocca.
Ma la bocca di lui si soffermò sulla sua, e le mani continuarono a stringerla.
“Dannazione!” pensò socchiudendo gli occhi “lui si comporta da cavernicolo,
mi bacia come se fossi la sua donna, ed a me piace pure!”
-Cosa.cazzo.credi.di.fare? -Sillabò lei tirando indietro la testa, con gli occhi
scintillanti.
Lui la lasciò andare ed abbassò le braccia. Sospirò passandosi una mano fra i
capelli – tu riesci a tirar fuori il peggio di me – borbottò.
– Oh, Gesù! Quindi sarei io? – chiese lei incredula.
– Sei un diavolo di donna, anzi no, sei un guaio di donna! – sbuffò
allontanandosi da lei, per afferrare le redini e salire, agilmente, in groppa al
suo cavallo.
Lei lo guardò dal basso verso l’alto.
Poi si guardò intorno con espressione ironica – non lo vedo – borbottò.
– Cosa? –

– Il carro con i porci – disse guardandolo con un sopracciglio sollevato – non è
con quello che vorresti ora? – disse sorridendo beffarda.
Lui scosse la testa – oh, tesoro, non immagineresti mai, quello che vorrei ora! -disse con un sorriso.
– Cosa? –

– Prima di tutto sculacciarti! –

Lei scoppiò a ridere.
– Giuro che non ti farebbe male una bella sculacciata, sei viziata all’inverosimile – borbottò.
– E poi? – chiese lei sfidandolo con lo sguardo.
Lui non rispose ma la fissò intensamente, scendendo dagli occhi alle labbra,
giù al seno, ancora più giù all’inguine per terminare alle splendide gambe
affusolate, inguainate negli aderenti pantaloni.
Lei, ribelle, orgogliosa, strafottente, si sentì arrossire sotto quello sguardo.
– Potrei licenziarti per avermi spogliata con lo sguardo – disse a denti stretti.
Per tutta risposta lui si sporse allungando la mano, in attesa.
Dopo qualche esitazione, lei afferrò la mano, e lui, facendo presa sulla sella,
riuscì agevolmente a sollevarla e farla sedere a cavallo, dietro di sé
– Stringimi forte così possiamo andare veloci – disse con voce roca.

– Ogni scusa è buona per ricevere un abbraccio da me – borbottò lei
deglutendo.

“Dio! Cos’era quella voce!” lo circondò con le braccia ed avvertì, sotto le mani, il suo torace tonico e muscoloso.
Lui gettò indietro la testa e scoppiò in una sonora risata che servì a spezzare
quella strana tensione fra loro.
– Ok ,ti abbraccio – disse lei stringendosi a lui – però non ti ci abituare -Lui mandò il cavallo al galoppo, senza darsi la pena di rispondere.
Tornarono al castello. Chloe si diresse verso la sala biblioteca.
Vorrei parlarti Duncan – disse accomodandosi dietro la scrivania.

“Si sentiva al sicuro lì, in quel ruolo da padrona del maniero “chissà perché” si chiese.
Lui si accomodò tranquillamente.
– Sei stato un ottimo direttore, hai fatto un ottimo lavoro qui al castello -esordì – e vorrei facessi lo stesso con quello che sarà il mio progetto -Lui inarcò un sopracciglio.
– Ho intuito che non vedresti molto di buon occhio il progetto di un resort, ma
vorrei illustrarti meglio la cosa –
– E se avessi una controproposta? – disse lui, inaspettatamente.
Lei si rilassò, all’indietro sulla poltroncina. Pensierosa.
– Una controproposta? – chiese.
Lui assentì.
– Sentiamo – disse incrociando le mani sulla scrivania.
– Invece che un resort, potremmo allestire all’interno della proprietà delle
visite guidate, all’interno del parco che circonda il castello, potremmo allestire
dei gazebo con sale da the, giri turistici immersi nella natura in groppa ai
nostri cavalli, insomma tutto all’insegna di una cultura ecologista – disse
pieno di entusiasmo.
Lei rimase in silenzio, per qualche istante, meditabonda.
– Duncan, se io proponessi una cosa del genere a mio padre, nel giro di un
paio d’ore, mi ritroverei imbarcata sul primo volo per Los Angeles, diretta al
miglior centro psichiatrico della zona –
– Credevo fossi la titolare del progetto – chiese, inarcando un sopracciglio.
Lo schermo del pc, che aveva davanti, sulla scrivania, cominciò a lampeggiare,
segnalando l’arrivo di una video chiamata.
– Lupus in fabula! – borbottò lei.
Lui fece per alzarsi, per uscire, ma lei lo fermò con la mano.

Il viso abbronzato e gli occhi azzurri di suo padre apparvero sullo schermo.
– Ciao papà – sorrise lei.
– Luce dei miei occhi, come stai? – esclamò suo padre dalla schermo.
Lei sollevò gli occhi al cielo – bene papà, voi come state? Se siete stufi di
crogiolarvi al sole, potreste venirmi a trovare qui, per Natale, ed affrontare il
clima impervio della Scozia – disse ironicamente.
– Per nulla al mondo, ti toglierei la soddisfazione di fare tutto da sola tesoro,
dimmi piuttosto, hai conosciuto il direttore? Come ti è sembrato? – disse
inconsapevole, di essere udito proprio da lui.
Duncan si accomodò meglio sulla poltroncina, accavallò una gamba sull’altra,
e la guardò sollevando un sopracciglio, in attesa della sua risposta.
– Sembra in gamba – borbottò lei con una smorfia-

– In gamba! – eclamò il padre – ma se è il migliore sulla piazza! Ho sentito
tanta gente tessere le sue lodi! Continuò il padre.
Gli lanciò un’occhiata di sottecchi e lo vide ghignare con soddisfazione.
Sospirò – papà non esageriamo! Comunque sarà anche bravo ma a tratti si
comporta da gran bifolco – borbottò altera.
Duncan le lanciò un’occhiataccia.
Il padre scoppiò in una fragorosa risata – mi fa piacere sentirti parlare in
questo modo – disse allegro.
– Davvero?- Borbottò altera.
– Certo, perché questo significa che hai trovato pane per i tuoi denti tesoro! –

– Uh uh – si limitò a dire lei con sguardo afflitto.
– Senti ti bacia la mamma, ora ti lascio siamo tornati da un vernissage del mio
amico Freddy al Getty Museum, a cui è seguito un ricevimento in piscina nella
sua villa a Malibù –
– Papà comincio ad odiarti, sappilo! – borbottò.
Lui rise allegramente – forza! forza! Lo sai che crediamo in te e siamo certi che
farai grandi cose da quelle parti! Concludi in fretta e torna al sole californiano
– aggiunse poi sorridendo con affetto.
Chloe lo guardò e lo vide stringere la mascella, a quelle parole.
– A presto papà – salutò lei chiudendo la comunicazione.
– Non vedi l’ora di andartene, quindi – disse lui.
– Ho un impegno, qui, e cercherò di portarlo a termine nel modo migliore
possibile – disse eludendo la domanda.

Si alzò – rifletti sulla mia proposta e fammi sapere – disse lui con espressione
triste.
– Non saresti, proprio, interessato alla mia? – insistette lei.
– Al momento ho diverse proposte allettanti in ballo, se non hai di meglio da
offrirmi, credo che sarò costretto ad andarmene – disse stringendosi nelle
spalle.
Lei abbassò lo sguardo, non voleva che vedesse quanto fosse ferita dalla sua
risposta.
– Dopo pranzo vorrei visitare il capannone che si trova al limitare del confine
est, dove vengono riposti i materiali agricoli, potresti accompagnarmi? -chiese.
– Certo! – rispose lui uscendo velocemente, ponendo fine alla conversazione.
Un bacio, le aveva dato un solo bacio ed era ridotto in quello stato! Cosa gli
era saltato in mente?
Guardò la pioggia battente, affacciato alla finestra.
L’aveva stretta fra le braccia, ed aveva perso la testa. Era così
dannatamente bella! Quando lo guardava lui sentiva un brivido corrergli
lungo la schiena.
Scosse la testa. Neanche Ingrid era riuscito a distrarlo da lei.
Il loro incontro amoroso, la sera precedente era stato un fallimento
completo. Non era riuscito ad andare oltre a qualche bacio, e poi adducendo
stanchezza era tornato al castello.
Forse accettare quella proposta di Glasgow, poteva essere la soluzione a
tutto. Allontanarsi da lei, dai suoi occhi blu, dai suoi capelli dorati come il
sole, dal suo profumo intenso e femminile….
Chiuse la finestra. Presto, doveva decidere presto.

 

FINE PRIMA PARTE

 

ARRIVEDERCI A DOMANI CON LA SECONDA, ED ULTIMA, PARTE

 

Questo racconto inedito pubblicato è un’opera di fantasia in esclusiva per il sito 50 Sfumature Italia per la rassegna racconti inediti “Waiting for…Christmas in Love- Aspettando il Natale”

© Riproduzione riservata. Proprietà intellettuale dell’autrice Alice Steward. Vietata la riproduzione di questi contenuti o parte di essi.

9 commenti

  1. Samy

    …come??? Fine prima parte???? Mi tocca aspettare fino a domani??? …. 😉 bello, Alice! Mi hai divertito ed incuriosito tantissimo, complimenti. A domani!

  2. Rosy ♥

    Wow 🙂
    Bellissimo ed eccitante 🙂
    Non vedo l’ora che sia domani 🙂
    Ma questo racconto avrà una conclusione giusto???
    Non è come quello di ieri, vero???

    • Stella

      Si, tranquille.
      Quello di ieri di Alice era un’eccezione, gli altri racconti in programma si concludono tutti, e solo due di questi sono divisi in due parti, gli altri sono in un’unica pubblicazione.
      Insomma, non vi farò soffrire troppo 😉

  3. Loredana

    Aspetterò con trepidante attesa la seconda parte….uffa queste attese sono terribili….Bello mi piace…..ormai ho perso la testa per questi racconti….Complimenti all’Autrice Alice Steward

  4. Lory

    Bello!!!
    però..fine prima parte…
    attendo la prossima pubblicazione 😉

  5. Lorenza

    Che storia interessante! Meno male che devo aspettare solo fino a domani per sapere come finisce! Sono troppo curiosa! Brava!

  6. anna

    Grande amica e grande scrittrice … bravissima alice i tuoi racconti sono sempre piacevoli e siccome questo lo aspettavo non vedo l ora di leggere il continuo . Un grosso abbraccio anna

  7. Romina

    Bella storia, divertente, accattivante e molto molto interessante …..questo loro punzecchiarsi sempre e’ davvero piacevole ….per noi che leggiamo! Bello non vedo l’ora di leggere la seconda parte! Grazie! Per questo Natale ci state regalando davvero delle bellissime storie oltre quelle abituali! Brave e complimenti x l’idea!

  8. Papera

    Il bel tenebroso mi piace e lei, anche se viziata, ha uno spirito combattivo che mi conquista.
    A domani e, spero, al lieto fine!