Racconto Inedito: “Stella Gemella” capitolo 8

 

 

Il nuovo racconto erotico e inedito a puntate scritto in esclusiva da Jey per 50 Sfumature Italia.

La pubblicazione di ogni capitolo avverrà di lunedì.

Buona lettura!

 

 

 

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8° CAPITOLO

<<Lo capisci che mi è venuta perfino la nausea quando ho visto la tua maglietta in terra? Ma sei scema?>>

Sdraiata sul divano con le braccia a coprirmi il viso cerco disperatamente di isolarmi in modo da non sentire più le accuse che Marta mi sta scagliando contro da quando ha messo piede in casa.

<< E rispondimi cazzo! Abbiamo sentito anche i tuoi urletti dal bagno, quindi non cercare scuse>>, mi incalza.

Sono stufa di starla ad ascoltare. Non devo rendere conto a nessuno di ciò che faccio. Sono abbastanza grande da decidere da sola come comportarmi.

Mi alzo e senza guardarla mi dirigo verso la camera da letto.

<< Mi immagino cosa penserà adesso Roberto. Spero solo non racconti in giro ciò che ha visto e sentito altrimenti domani saremo, anzi sarai, sulla bocca di tutti>>.

Mi fermo di colpo e cerco velocemente di realizzare quanto ho appena sentito.

<< Cosa c’entra Roberto?>>. Faccio fatica perfino a parlare. Un vortice di immagini e pensieri inizia a turbinarmi nella testa.

<< Purtroppo era con me quando sono entrata in laboratorio a vedere se era tutto apposto>>, mi risponde alzando gli occhi al cielo come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Mi appoggio al muro cercando un punto di stabilità. Avvampo in viso dalla vergogna al pensiero di cosa abbia sentito.

<< E cosa ha detto?>>, chiedo con un filo di voce.

<< Non ha detto nulla in mia presenza. Ma dalla faccia che aveva non mi è sembrato fosse così felice di aver sentito i tuoi lamenti orgasmici>>.

Oltre a pensare quanto sia stronza dopo la discussione che abbiamo avuto adesso penserà pure che sono una facile che si fa scopare nei bagni dal proprio ex.

Dio mio che schifo…

Cerco di recuperare la poca forza che mi è restata in corpo dopo tutte le emozioni di oggi e mi dirigo in camera.

Mi chiudo la porta alle spalle.

Signore, fa che questa giornata finisca alla svelta perché giuro di non poter affrontare altro.

Mi sdraio sul letto e chiudo gli occhi cercando un po’ di sollievo nel sonno ma la mia mente non vuol smettere di lavorare.

Le parole di Salvatore mi risuonano continuamente nelle orecchie come il richiamo di una sirena mentre la faccia schifata di Roberto compare davanti ai miei occhi non appena li chiudo.

In questo momento sono talmente furiosa con me stessa da non riuscire a ragionare. Sono arrabbiata per aver ceduto a Salvatore, sono arrabbiata per non essere riuscita a mandarlo via una volta per tutte e sono arrabbiata perché Roberto ha scoperto tutto. Ecco, forse quest’ultima parte è quella che più mi infastidisce.

Ho voluto far la parte della ragazza sfrontata cercando di metterlo dalla parte del torto e allontanandolo da me solo per aver sentito alcune frasi e poi mi faccio trovare sedotta e lasciva nel bagno della mia pasticceria.

Merda!

Afferro il lenzuolo che mi ero gettata ai piedi e noncurante del caldo mi copro fin sopra la testa. Voglio solo rinchiudermi nel mio bozzolo e piangermi addosso tutta la notte. Spero proprio che Marta abbia ragione. Roberto non mi sembra il genere di persona chiacchierona e ficcanaso come la maggior parte degli abitanti del paese. Non posso nemmeno pensare a cosa si direbbe sul mio conto se si venisse a scoprire che ho fatto sesso in pasticceria. Entrerei a far parte delle notizie del giorno. Probabilmente lo direbbero anche al telegiornale locale.

Mi immagino già i titoli “PROPRIETARIA TROVATA A FAR SESSO NEL BAGNO DELLA SUA PASTICCERIA”.

Al solo pensarci ho il voltastomaco.

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Mi giro e rigiro in questo stato angosciante per tutta la notte. Non sono riuscita a chiudere occhio nemmeno un minuto. Guardo la sveglia per la centesima volta e finalmente segna le sei.

Mi alzo e mi butto sotto la doccia. Magari un po’ d’acqua gelata riuscirà a spegnere l’incendio che ha fomentato tutta la notte la mia testa.

Forse la cosa migliore sarebbe andare a parlare con Roberto, ma visto l’ultimo incontro non so se starà ad ascoltarmi. E poi, sinceramente, pensare di tornare al parco è un’idea che proprio non mi esalta.

Mi vesto senza nemmeno far caso a cosa prendo dall’armadio e facendo il più piano possibile per non disturbare Marta vado in cucina. Butto giù tutto d’un fiato un grosso sorso di latte direttamente dalla bottiglia presa dal frigorifero. Il liquido freddo sembra dare un po’ di sollievo alla mia povera gola stremata da tutti i singhiozzi della notte, ma purtroppo la sensazione dura solo un attimo.

Per la prima volta da quando mi sono trasferita, non ho voglia di andare al lavoro. Pensare di dover mettere piede nel laboratorio dove ieri c’è stato anche Salvatore mi mette completamente a disagio.

Ho sempre considerato la pasticceria come la mia tana, il rifugio sicuro dove nascondermi dai problemi, ed ora quel posto è stato disonorato. Anzi, peggio, adesso è entrato a far parte dei miei incubi. Ogni volta che entrerò, toccherò il tavolo o andrò in bagno, l’ombra di Salvatore sarà al mio fianco. Anche nel caso decidessi di non vederlo mai più, avrà trovato un modo per farmi ricordare per sempre di lui.

Esco di casa facendo molta attenzione a non far rumore e mi dirigo verso la pasticceria.

Il sole è già alto in cielo. Il caldo estivo oggi, si fa sentire già di prima mattina e le viuzze del paese sono ancora completamente vuote. Inspiro a pieni polmoni cercando di ossigenare il più possibile il mio corpo.

Chiudo gli occhi e la mente per un attimo mi riporta a quando la mattina presto andavo con Salva a correre. Ho sempre odiato la sua ossessione per la cura maniacale del corpo, però l’ho sempre assecondato e pur di farlo felice per quasi tutto il periodo della nostra convivenza, ho passato ogni mattina a correre nel parco di fronte al nostro appartamento assieme a lui. Nelle orecchie mi risuonano le sue risatine di scherno quando mi fermavo a prendere fiato. Non era un modo per riprendermi, solo un incitamento giocoso per spronarmi a migliorare. Non so se lo facesse veramente per me o solo perché pensava che non fossi alla sua altezza e allora cercasse di migliorarmi. Però questo suo modo di incitarmi mi piaceva, in quei momenti mi sentivo forte, ero orgogliosa di fare qualcosa che lo rendesse fiero di me. E allo stesso momento ero fiera di me stessa.

Senza nemmeno accorgermene mi ritrovo davanti alla serranda del negozio.

Prendo un bel respiro e apro la porta. Non so perché ma ho la sensazione che ci sia qualcosa di diverso. Oppure, semplicemente, sono io che sono diversa rispetto a ieri.

Mi avvicino al bancone e come ogni mattina appoggio la borsa nella mensola sotto la cassa. Tentenno un po’ prima di aprire la porta che dà sul laboratorio. Accendo la luce ma non riesco a fare il primo passo per entrare.

Resto ferma sulla soglia e osservo il mio laboratorio. Lo sgabello è ancora nella stessa posizione in cui l’ho sistemato ieri, la teglia in bilico sull’orlo del bancone dove Salvatore l’ha lanciata per fare spazio e farmi sedere.

Mi giro verso la porta del bagno. Fortunatamente è chiusa.

<< Posso avere un cappuccio da portare via?>>.

Mi volto e vedo Roberto in piedi vicino al bancone intento a guardarmi.

Sento le guance avvampare.

<< Ho appena aperto. Puoi aspettare un attimo?>>. La mia voce tremante non riesce a nascondere il mio disagio.

<< Ok, aspetto>>. Dal tono freddo capisco che non ha intenzione di parlare. Pur non conoscendolo da molto tempo, non lo avevo mai visto con un atteggiamento tanto distaccato.

Ho conosciuto il suo lato simpatico, quello scontroso, quello affascinante, ma non pensavo che una freddezza del genere potesse appartenergli.

In piedi con le mani in tasca, resta fermo davanti al banco senza nemmeno appoggiarsi. Lo sguardo è fisso su di me. Uno sguardo quasi sprezzante che mi colpisce dritta al cuore.

Cerco di lasciare alle spalle le sensazioni negative che sto provando in questo istante e mi avvicino alla macchina del caffè.

Non lo guardo, preparo velocemente il cappuccio e poso la tazza sul piano di acciaio.

Senza dire niente Roberto si avvicina, appoggia la moneta sul banco e si avvia verso l’uscita.

So benissimo che non devo dare spiegazioni a nessuno, ma non so perché sento che in questo momento devo farlo. Ho bisogno di parlare con lui perché la sua indifferenza mi ferisce.

<< Posso parlarti un attimo?>> gli chiedo con un filo di voce.

Lo vedo fermarsi in mezzo alla stanza e raddrizzare nervosamente le spalle.

<<Se è per quello che è successo ieri, non ti devi preoccupare, è una cosa che non mi interessa>>.

Non si volta neppure a guardarmi e come se nulla fosse esce dal negozio e richiude violentemente la porta alle sue spalle.

Resto come una sciocca dietro al bancone ad osservarlo. Dal tono rabbioso della sua voce si capisce molto chiaramente che la cosa invece gli interessa, non capisco in quale frangente ma qualcosa l’ha turbato.

Cercando di allontanare dalla mia testa le immagini che può aver visto ieri, inizio a sistemare il bancone e riempire la vetrina.

Mi preparo anche un caffè doppio per ricaricarmi un po’ di energie che sento iniziano già a scarseggiare e guardo l’ora. Sono quasi le nove, non ho molto tempo prima che Marta arrivi al lavoro ed inizi nuovamente la sua predica.

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Non posso crederci ma in tutta mattina mia cugina non ha proferito parola in merito a quanto successo. Anzi, a dire il vero non ha mai messo piede in laboratorio e non mi ha quasi mai parlato, ma sinceramente preferisco così.

Ho bisogno di metabolizzare gli eventi, cercare di mettere insieme le cose, e la pressione di qualcun altro non mi farebbe sicuramente ragionare lucidamente.

Sorrido davanti a questo pensiero in quanto a dire la verità negli ultimi giorni non è che abbia ragionato lucidamente molto spesso, anzi….

Le campane della chiesa vicino rintoccano il mezzogiorno. Finisco di lavare le varie ciotole di crema e mi sciacquo le mani.

Visto la bella giornata ho pensato di fermarmi a mangiare qualcosa alla birreria in paese. Stanotte nella miriade di pensieri che hanno affollato la mia mente si è fatta strada l’idea brillante di chiedere a Simona, la titolare, se può gestire lei il servizio per la serata che stiamo organizzando al parco. Al solo pensiero lo stomaco mi si ingarbuglia. Non mancano molti giorni, ho quasi preparato tutto ma non me la sento di lavorare in prima persona all’evento. Mi occuperò di tutto l’allestimento del buffet, ma preferisco delegare il resto a qualcun altro in modo da non dover intervenire personalmente.

Vado in negozio e prendo la borsa che avevo lasciato sotto il bancone. Marta se n’è già andata, tutte le luci sono spente e la serranda è abbassata a metà altezza.

Un biglietto giallo attaccato sul banco attira la mia attenzione. “Devi portare qualche pizzetta al parco per pranzo. Ci vediamo oggi”.

Cosa? Ma è impazzita? Dopo quello che è successo vuole che vada da Roberto a portargli il pranzo?

Afferro con rabbia un sacchetto di carta e butto dentro qualche pizzetta. Lo caccio in borsa ed esco dal negozio.

Mi incammino velocemente verso il parco e dopo pochi attimi ho già raggiunto il cancello d’ingresso.

Mi avvio verso la porta ma mi fermo sul vialetto quando sento a gran voce chiamare il mio nome.

Mi volto e vedo nel parcheggio una piccola jeep verde ferma con il motore acceso.

Roberto è seduto dal lato guidatore e mi sta chiamando dal finestrino abbassato.

Mi dirigo a grandi passi verso di lui cercando di capire cosa possa essere successo per tanta agitazione.

<< Hai da fare qualcosa?>> mi chiede con voce burbera.

<< Ti ho solo portato il pranzo>>, rispondo non capendo dove voglia arrivare.

<< Sali in macchina>>. Dal tono capisco che sarà meglio che faccia ciò che mi sta chiedendo.

Mi sposto dal lato passeggero e con un piccolo balzo salgo sul veicolo. Non riesco neppure a chiudere la portiera che Roberto con un’accelerata fa sgommare le ruote sulla ghiaia alzando una densa nuvola di polvere.

<< Dove stiamo andando?>> chiedo un po’ impaurita per la velocità con cui si sta dirigendo verso il bosco.

<< Appena arriviamo lo vedrai>>, mi dice con un magnifico sorriso sulle labbra.

Lo osservo di sottecchi e non posso smettere di pensare, nonostante tutto ciò che è successo tra noi, a quanto sia affascinante quest’uomo. Le piccole rughe che gli si formano ai lati della bocca e degli occhi quando sorride non fanno che addolcire ancora di più i lineamenti morbidi del suo viso. Non sembra neppure la stessa persona dura e gelida di stamattina. Lo preferisco mille volte di più sorridente e enigmatico che duro e scontroso, questo è innegabile.

Mi rilasso sul sedile quando noto la sua scioltezza nella guida. Riesce a trasmettermi le sue emozioni e i suoi stati d’animo come nessun altro.

Velocemente ci addentriamo sulla piccola stradina nel bosco e afferro forte la maniglia della portiera cercando di evitare i sobbalzi a causa del dissesto del terreno.

<< Non sarà bella e comoda come la macchina del tuo fidanzato ma è sicura, non ti preoccupare>>. Mi volto e il sorriso sul suo volto è scomparso per lasciare spazio ad un’ombra di nervosismo. Capisco al volo che non è stata una frase ironica dettata dal momento.

<< Non è il mio fidanzato>>, ribatto bruscamente.

Mi rendo subito conto che forse era meglio lasciar correre e non puntualizzare il fatto. Non sempre è un bene reagire alle provocazioni, soprattutto quando si sa di essere dalla parte del torto.

Restiamo in silenzio per un tempo indefinito. Butto un’occhiata veloce di tanto in tanto al viso di Roberto che però resta impassibile per tutto il resto del tragitto.

Dopo una buona mezzora di macchina, arriviamo alla fine della strada sterrata.

<< Dobbiamo proseguire a piedi>>, mi esorta.

Scendiamo entrambi ed iniziamo ad addentrarci nel fitto bosco. Percorriamo il sentiero a piccoli passi. Non sono molto allenata e ogni poco mi devo fermare a recuperare fiato. Roberto invece sembra non sentire nessuna fatica e a passo spedito lo vedo zigzagare da un lato all’altro della mulattiera con fare sicuro.

Non riesco a rendermi conto di quanta strada sia riuscita a percorrere ma al mio cuore e soprattutto alle mie gambe sembra di aver fatto una maratona. Fortunatamente dopo aver oltrepassato un ruscello scorgo un ampio spiazzo d’erba pianeggiante. Roberto è fermo a pochi passi da me e sta osservando il magnifico paesaggio che si è appena aperto davanti ai nostri occhi.

Si volta nella mia direzione e mi fa cenno con la mano di far piano e non fare rumore.

Mi avvicino a lui cercando di muovermi il più lentamente possibile.

È intento ad osservare qualcosa con il binocolo. Guardo nella stessa direzione ma non riesco a scorgere nulla. Sembra tutto estremamente calmo e silenzioso.

<< Finalmente! Sono magnifici>> esclama raggiante in direzione del piccolo ruscello.

Mi passa il cannocchiale e si mette alle mie spalle poggiandomi le mani sui fianchi per farmi girare nella giusta direzione.

<< Guarda là in fondo, vicino al torrente>>, mi incita.

Avvicino il binocolo agli occhi ma all’inizio non riesco a vedere nulla.

<< Gira la ghiera e metti a fuoco finché non vedi bene>>, mi spiega.

Faccio come mi dice e dopo alcuni tentativi riesco a vedere vividamente le immagini in lontananza.

<< Adesso osserva in fondo al prato in direzione del torrente>>.

Il cuore inizia a battermi forte nel petto. Un misto di terrore ed emozione mi assale lo stomaco. Non so se gridare dalla paura o dall’eccitazione.

<< Mio Dio>>, dico entusiasta.

Non avevo mai visto da vicino un orso, anzi una mamma orsa con il suo piccolo. Continuo a fissare stupita il loro comportamento. Sembrano così innocui e tranquilli, così diversi da come vengono descritti. Così lontani dall’animale aggressivo che la gente vuole far credere che siano.

Il cucciolo si sta rotolando nel prato giocherellando e coccolandosi con l’erba alta che lo circonda. Mamma orsa invece si sta abbeverando accasciata mollemente nelle fresche acque del torrente. Non avevo mai visto uno spettacolo simile.

<< Sono magnifici vero?>>, esclama alle mie spalle Roberto.

Mi volto lentamente e il suo sguardo sognante in direzione dei due animali mi stringe il cuore. Nei suoi occhi vedo amore, amore per il suo lavoro, amore per la natura, amore nell’osservare la mamma con il suo piccolo.

Solo adesso mi rendo conto che le sue mani sono ancora strette sui miei fianchi. Mi lascio andare e mi poggio piano al suo petto come fosse la cosa più naturale in questo momento. Continuo ad osservare le due bestiole tranquille e un senso di profonda serenità invade tutto il mio corpo.

<< Come fanno le persone ad avere paura di due essere così magnifici? Sembrano così buoni! >>, chiedo veramente convinta delle mie parole.

Ho sempre sentito parlare dagli abitanti del paese degli orsi come animali feroci e pericolosi mentre a vederli così, immersi nella natura, mi sembrano solo due creature meravigliose.

<< Infatti sono buoni>>, inizia a spiegarmi Roberto appoggiando il mento sul mio capo. <<Come le persone diventano aggressive solo quando si sentono minacciati e per proteggersi>>.

Riconosco una nota di malinconia nella sua voce, non si sta riferendo solo agli orsi, lo capisco dal profondo sospiro con cui termina la frase.

Come se si fosse ridestato improvvisamente infatti le sue mani si staccano dal mio corpo.

<< Si è fatto tardi, sarà meglio ritornare>>. Lo sento indietreggiare come a voler prendere le distanze da me.

Lo seguo mentre in silenzio ripercorriamo il sentiero che porta alla macchina. Faccio fatica a comprendere i suoi comportamenti. Nello stesso istante in cui mi si avvicina fa di tutto per allontanarsi. Mi ha trattato come una malata di peste stamattina e poi oggi pomeriggio ha condiviso con me un momento così tenero. Mi ha cinto per i fianchi e appoggiato il viso teneramente sul mio capo e un attimo dopo si è rinchiuso in un silenzio spettrale.

La mia testa è ancora avvolta da tutto questo turbinio di pensieri quando giungiamo alla vettura.

Roberto apre la portiera e sistema il cannocchiale sul sedile vicino al sacchetto in cui avevo messo le pizzette.

<< Non mi ricordavo nemmeno più del pranzo. Cosa ne dici se ci fermiamo qui a mangiare? È già tardi, avrai fame anche tu>>, mi chiede abbozzando un debole sorriso.

Sinceramente non so cosa sia meglio. Certo che ho fame e mangerei volentieri assieme a lui, ma non sono certa sia la cosa migliore. Il contrasto di emozioni che vedo trasparire in lui non mi rende tranquilla.

<< Non ho molta fame e devo tornare al negozio>>, dico mentendo spudoratamente.

<< Non ci metteremo molto>>, ribatte afferrando il sacchetto. << E poi non mi piace mangiare da solo>>.

Non ho altra scelta. Sono in macchina con lui quindi devo per forza accettare le sue decisioni.

Roberto prende una coperta dal sedile posteriore e la poggia a terra sotto alcuni alberi che ombreggiano il terreno.

Lo guardo mentre meticolosamente sistema tutti gli angoli e li ferma con delle pietre. Come un ottimo padrone di casa apre il sacchetto di carta e lo posa sopra improvvisando un comodo pic-nic.

Seguendo il suo esempio mi siedo sul telo e afferro una pizzetta. La frescura degli alberi è veramente tonificante e il silenzio della natura riesce a svuotarmi la testa da ogni pensiero.

Finisco il mio spuntino e mi sdraio. Chiudo gli occhi cercando di acquisire più energia possibile da questo attimo di relax.

<< Mi spiace per questa mattina>>.

Mi giro e gli occhi di Roberto sono puntati sul mio volto.

Anche lui si è sdraiato su un fianco, le braccia alzate sopra la testa intento a giocherellare con un filo d’erba.

<< Spiace più a me per quello che è successo ieri>>.

Restiamo per qualche attimo ad osservarci senza parlare.

<<Non dovevamo entrare, ma Marta era preoccupata che il tuo ex si comportasse da stronzo. Abbiamo pensato avessi bisogno di aiuto…>>, riprende con tono quasi sprezzante. <<… invece stavi più che bene.>>

Ma chi si crede di essere per giudicare quello che faccio?

<< Senti, mi spiace per quello che hai visto e sentito ma questo non vuol dire che non sia grande abbastanza per poter fare ciò che voglio>>, ribatto stizzita mettendomi a sedere.

Un altro momento di totale silenzio cala tra noi. Mi rendo conto che siamo entrambi talmente chiusi nelle nostre convinzioni da rendere impossibile trovare anche un piccolo punto di dialogo.

<< Siete tornati assieme allora?>> mi chiede come se fosse la cosa più naturale del mondo in una confidenza tra amici.

Lo guardo esterrefatta. Non so cosa rispondergli… siamo tornati assieme?

<< No che non stiamo assieme>>. Una voce stridula esce dalla mia gola a sottolineare il mio nervosismo.

<<Meglio così!>> mi risponde lui di rimando.

Resto a fissarlo sempre più stupita dalle sue insinuazioni.

<< Ma si può sapere cosa vuoi da me?>> chiedo a questo punto esasperata.

La sua aria innocente e il suo fare indisponente mi stanno alterando i sensi.

<<Lascia stare, non ha più importanza>> risponde seccato mentre si rialza ed inizia a sistemare le carte e i tovaglioli nello zaino.

Ma che razza di risposta è? Mi alzo e furiosa mi avvicino a lui.

<< Cosa vuol dire che non ha più importanza?>> urlo furente a pochi centimetri dal suo viso.

Vedo il suo volto farsi paonazzo dalla rabbia. Gli occhi sempre lucidi farsi fessura e velarsi di oscurità.

<< Non continuare Lucrezia. Ho detto che è meglio lasciar perdere. Non credo che capiresti e non ho voglia di discutere con te>>.

In un attimo raccoglie il telo da terra e lo appallottola lanciandolo nel baule.

<< E tardi, sarà meglio andare>>.

Resto di sasso vedendo la rabbia che lo ha invaso. Sembra un vulcano pronto ad esplodere.

Mi vengono in mente le parole che ha pronunciato oggi riguardo agli animali: ” Diventano aggressivi per proteggersi”.

È quello che sta facendo anche lui…

Ma da cosa vuole proteggersi?

 

 

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FINE CAPITOLO 8

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2 commenti

  1. paola

    Grazie Jey , la cosa si fa sempre più interessante ………….

  2. Jey

    Grazie a te Paola!!!
    Mi fanno sempre piacere i vostri commenti e sono felicissima che il racconto ti “intrighi”… 🙂