Racconto Inedito: “Stella Gemella” capitolo 14

 

 

 

Il nuovo racconto erotico e inedito a puntate scritto in esclusiva da Jey per 50 Sfumature Italia.

La pubblicazione di ogni capitolo avverrà di lunedì.

Buona lettura!

 

 

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14° CAPITOLO

Controllo per l’ennesima volta di aver preso tutto e mi decido a chiudere il borsone.

Meglio che eviti di guardare il caos di vestiti buttati sul letto perché sono sicura che cambierei nuovamente idea e rifarei i bagagli per la centesima volta. È praticamente una settimana che preparo, disfo e ripreparo questo maledettissimo trolley senza capirne il motivo. Ero partita con l’idea di prendere solo un paio di jeans e qualche maglietta ed ora mi ritrovo praticamente metà guardaroba nella borsa.

Chiudo gli occhi e mi premo i polpastrelli sulle tempie cercando di allentare un po’ questo terribile mal di testa che mi sta impedendo perfino di pensare.

Vado in cucina ed inizio a frugare nell’armadietto dei medicinali in cerca di un antidolorifico. Strappo la bustina e me lo caccio direttamente sotto la lingua sperando che faccia effetto il più velocemente possibile.

<<Lù, sei pronta? È tardissimo>>. Marta se ne sta appoggiata sulla porta con le chiavi della macchina in mano.

<<Pronta non direi, ma oramai quel che è fatto è fatto>>, commento afferrando il biglietto del treno e cacciandolo nella borsa.

<<Hai deciso tu di andare a Torino, perché ti lamenti adesso?>>, mi chiede con la sua solita faccia da schiaffi di quando vuol fare la saputella.

<<Mi lamento perché so benissimo che sto facendo una cazzata>> sbotto mentre vado in camera a recuperare il bagaglio.

Sbatto la porta alle mie spalle quando esco e mi avvio velocemente verso il portoncino che Marta, con un sorriso furbo sulle labbra, mi tiene gentilmente aperto.

<<Dovresti esserci abituata, negli ultimi giorni ne hai combinate parecchie>>, mi dice con una smorfietta mentre le passo vicino trascinandomi dietro il trolley.

<<Ti ringrazio per il sostegno>>, le ringhio contro.

<<Vedi di non combinarne altre allora>>, replica alle mie spalle.

Carico la valigia in macchina e partiamo verso la stazione dei treni. La musica a tutto volume rimbomba nell’abitacolo facendo vibrare perfino il cruscotto.

Schiaccio nervosamente il tasto della radio e la spengo. Finalmente un po’ si sollievo per la mia testa dolorante.

Restiamo in silenzio fino al parcheggio della stazione quando finalmente mia cugina, probabilmente resa di pietà vedendo la mia faccia, rompe la tranquillità.

<<Non sei obbligata ad andare>>.

Rilasso un po’ la schiena e mi lascio andare mollemente contro il sedile. Non riesco a guardarla in faccia perché so benissimo che incontrerei i suoi occhi compassionevoli fissi sul mio viso.

<<Lo so>>, sussurro tristemente, <<ma devo farlo. Ho bisogno di capire cosa voglio e cosa mi attende. Non posso più aspettare o rischio di perdere tutto>>.

La faccia addolorata di Roberto prima di uscire dalla mia stanza non fa che rivivere nella mia mente in ogni istante della giornata. E quello che più mi fa male è pensare a quanto dolore possa avergli provocato seppur involontariamente con i miei comportamenti.

Il fatto di aver vissuto entrambi esperienze dolenti così simili tra loro ci ha fatto incontrare e ci ha avvicinati ma allo stesso tempo le ripercussioni del passato ci hanno portato ad allontanarci per cercare di proteggerci.

Scendo dalla macchina e prendo il trolley dal baule. Guardo Marta che se ne sta appoggiata alla portiera senza dir nulla con le braccia incrociate al petto.

<<Io vado, ci vediamo domani sera>>.

<<Mandami un messaggio con l’orario di arrivo>>, mi risponde senza espressione.

<<Allora ciao>>, la saluto incamminandomi verso il binario.

<<Lù …>>

Mi fermo e mi volto indietro verso la macchina.

<<Chiamami se hai bisogno. E non farti abbindolare da quello stronzo>>.

Sorrido e le mando un bacio con la mano.

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Mi mancavano giusto un paio d’ore di cartoni animati a tutto volume per vivacizzare questa giornata angosciante. Guardo l’espressione assorta del bambino seduto sul sedile accanto al mio intento ad osservare le immagini sul tablet e rifletto sul fatto che dall’età potrebbe essere mio figlio.

Da piccola ho sempre sognato di poter avere una famiglia numerosa. Sentendo la solitudine dell’esser figlia unica, mi sono sempre detta che come minimo avrei dovuto avere tre o quattro figli.

Il ricordo del giorno in cui avevo parlato con Salvatore del mio desiderio riaffiora come un lampo nella mia mente. Aveva sgranato gli occhi e con un’alzata di spalle aveva liquidato il discorso dicendomi “vedremo”. Più ci penso e più mi chiedo come abbia potuto essere così ottusa in tutti gli anni passati accanto a lui.

Eppure ancora oggi sono qui a chiedermi se sia giusto dargli un’altra possibilità. Anzi, sono qui a correre da lui per capire se ci possa essere un’altra possibilità tra noi.

Non appena sento il treno rallentare e vedo dal finestrino l’intreccio dei binari della stazione di Torino mi alzo e mi avvio verso la porta d’uscita.

Faccio a gomitate con due ragazzini vestiti in modo strano e con delle grandi cuffie sulle orecchie per scendere per prima dal treno ma come se niente fosse questi mi schiacciano come una mosca contro la parete e si infilano già per la scaletta.

Per fortuna un uomo vestito elegantemente mi sorride e mi fa cenno di scendere prima di essere assalita dalla ressa oramai incolonnata nel corridoio del vagone.

Mi incammino velocemente verso le scale mobili che portano all’uscita principale. Guardo di sottecchi ogni persona che mi passa accanto per timore che mi possa succedere qualcosa. Ho una paura tremenda di stare in questi luoghi affollati ma da quando i miei genitori sono morti nell’incidente mi rifiuto di usare la macchina se non per muovermi in paese.

Raggiungo il parcheggio adiacente alla stazione e aspetto sul marciapiede un taxi libero.

Fortunatamente non devo attendere molto sotto il sole cocente, quando vedo una macchina bianca con la scritta luminosa fermarsi proprio davanti a me.

Mi infilo sul sedile posteriore trascinandomi appresso il trolley che noto solo ora di una pesantezza esagerata. Forse devo ammettere di aver ecceduto un po’ con i vestiti. Cosa avevo in testa stamattina quando ho preparato il bagaglio? Devo restare solo due giorni, non una vita….

<< Buongiorno, devo andare alla Pasticceria Conte del Sud in Corso Italia>>, chiedo all’autista.

<< Ci vorrà una mezz’oretta a quest’ora>>, mi avverte gentilmente l’uomo.

<<Non ci sono problemi>>, rispondo mentre controllo l’ora sul cellulare.

Sono le dieci di mattina. Arriverò proprio nel momento di punta per l’aperitivo. Meglio così, almeno avrò più tempo per ambientarmi visto che tutti i ragazzi che lavorano in sala saranno troppo occupati nel servizio e avranno poco tempo da dedicarmi per i saluti.

Non avrei mai pensato che ritornare a Torino potesse essere così snervante. Sono veramente agitata all’idea di rincontrare tutte le vecchie facce con cui ho trascorso tanti anni. E sono ancor più agitata di rimettere piede all’interno del posto che non ha mai del tutto abbandonato il mio cuore.

Mentre ci addentriamo nel traffico cittadino del sabato mattina, ne approfitto per mandare un SMS a Marta.

L’ho fatta impazzire negli ultimi giorni con i miei sbalzi d’umore e le mie crisi isteriche. Ho perfino trascurato il negozio tanto ero frustrata per la situazione che si è creata. Ho sobbarcato a lei praticamente tutto il lavoro così impegnata a piangermi addosso per quanto successo e soprattutto senza la forza per affrontare la situazione. E poi, inutile che eviti di ammetterlo, ho fatto di tutto per non dover anche solo per sbaglio incontrare Roberto. Non mi interessa aver fatto la figura della codarda o della menefreghista ma non sarei mai riuscita a sopportare di doverlo incontrare dopo quello che è successo lunedì mattina. Finché non avrò chiarito dentro di me ciò che desidero veramente nella mia vita non ho il diritto di tormentarlo. Sempre detto che lui voglia in qualche modo avere ancora una sembianza di rapporto nei miei confronti.

“Sono arrivata. Sto andando in pasticceria”. Digito il messaggio e premo subito invio.

Non ho neppure il tempo di appoggiare il telefono sul sedile che vedo lampeggiare la bustina di risposta da Marta.

“Non fare cazzate. Baci”.

Rispondo velocemente anch’io. “Me l’hai già detto”.

“Te lo ripeterò all’infinito. Chiamami stasera”.

<<Siamo Arrivati>>, mi dice con voce gioiosa il tassista.

Alzo lo sguardo ed inizio a guardare fuori dal finestrino.

La grande porta d’acciaio e vetro del Conte del Sud è proprio davanti ai miei occhi in tutta la sua maestosità.

Senza farci troppo caso cerco il portafoglio in borsa ed estraggo una banconota da venti euro e la porgo all’autista.

<<Tenga pure il resto>>, dico mentre sto già scendendo dalla macchina.

Resto immobile dall’altro lato della strada a fissare l’edificio che fino all’anno prima è stato il centro della mia vita. Non è cambiato nulla. Stessa vetrina, stesse luci, stessa insegna. Perfino tutto il caos attorno è restato quello di sempre. Il tempo sembra essersi fermato il giorno in cui me ne sono andata.

Infilo gli occhiali da sole e seguendo l’orda dei pedoni attraverso il grande viale fino ad arrivare di fronte all’imponente entrata della pasticceria.

Le porte automatiche si aprono non appena il sensore rileva la mia presenza. L’odore deciso e avvolgente della vaniglia e del cioccolato inebriano il mio cuore ancora prima che metta piede all’interno della sala.

I miei occhi in un attimo fanno il giro del locale, non è cambiato nulla. Tutto è esattamente disposto come quando avevamo rinnovato il negozio alcuni anni prima. Nella mia mente è tutto memorizzato nella stessa posizione e nello stesso ordine. Le tazzine sopra la mensola di vetro e acciaio, la vetrina vicino al bancone, gli sgabelli bianchi e grigi nella zona caffetteria. Perfino i vassoi e i portadolci in vetro sono gli stessi e sistemati nella stessa posizione che avevo deciso io.

Entro in punta di piedi facendo attenzione a non inciampare con il trolley nel grande tappeto della soglia e mi siedo al tavolino accanto alla porta cercando di restare il più lontano possibile dal resto dei clienti.

Ho bisogno ancora di un attimo per ambientarmi prima di affrontare Salvatore. Con lo sguardo ben coperto dalle lenti scure, inizio a guardarmi attorno alla ricerca di qualche persona che conosco. Resto stupita dal fatto che nessuna faccia dei camerieri o dei baristi in servizio mi risulti famigliare. Tutto il personale è cambiato da quando me ne sono andata e la cosa mi risulta alquanto strana considerando il fatto che Salva ha sempre tenuto molto ad avere persone fidate e preparate nel lavoro.

<<Signora posso portarle qualcosa?>>.

Alzo gli occhi e vedo il viso sorridente di una ragazzina vestita di rosso con in mano il foglio delle ordinazioni.

<<Un cappuccio grazie>>, rispondo osservando bene la giovane cameriera. Avrà massimo vent’anni, è molto carina ma si nota subito la sua inesperienza, infatti senza nemmeno ringraziare è già corsa verso il banco caffetteria.

Continuo nel mio giro visivo di perlustrazione e un senso di assoluta indifferenza si impadronisce del mio corpo. Pensavo che entrare nuovamente in questo locale mi avrebbe creato disagio, che avrei provato un enorme senso di nostalgia ed invece nessuna emozione mi riempie il cuore. Avrei potuto entrare in qualsiasi altro locale di Torino e sarebbe stato lo stesso.

Seguo la cameriera venire verso di me con l’ordinazione e poggiare la tazza sul tavolino.

<<Ecco a lei. Paga dopo alla cassa>>.

<<Grazie>> rispondo gentilmente. << Avrei anche bisogno di parlare con il titolare>> chiedo cercando di rimanere il più distaccata possibile.

Non posso non notare il sorriso splendente che si stampa sul suo volto al pensiero del suo superiore.

<< Mi spiace ma non penso sia possibile. Non riceve nessuno senza appuntamento>>.

Scoppio a ridere davanti al suo bel visino e alla sua aria altezzosa mentre parla di Salvatore. Come immaginavo il fascino del fustacchione ha colpito ancora….

<<Ed invece penso proprio che mi riceverà anche senza appuntamento>>, ribatto con lo stesso tono di superiorità. <<Anzi può andargli a dire che Lucrezia lo sta aspettando e che non ha intenzione di fermarsi molto>>.

L’aria tanto sicura di un attimo prima scompare dal suo viso e la osservo mentre contrariata si dirige verso il laboratorio.

Con tranquillità verso lo zucchero nel cappuccio, spruzzo un’abbonante spolverata di cacao in superficie e inizio a gustare la dolce schiuma continuando ad osservare l’andirivieni di clienti dal locale.

Sorrido al mormorio di alcune ragazze sedute al tavolino dietro al mio. Non ho neppure bisogno di voltarmi per capire che il grande Salvatore D’Annito è uscito dalla sua tana e ha concesso la sua presenza nel locale.

Faccio finta di nulla e continuo a sorseggiare il mio cappuccio mentre tendo l’orecchio per ascoltare gli apprezzamenti alle mie spalle.

<<Lulù, che ci fai qui?>>.

La faccia stupefatta di Salvatore è quella che desideravo. Poggio la tazza e maliziosamente mi passo la lingua sulle labbra. <<Perché, non sei contento di vedermi?>>.

Come immaginavo la sua reazione non è esattamente quella che mi aspettavo. Nel suo regno il leone deve mantenere il controllo di tutto. Deve farsi vedere il più forte.

<<Non ti siedi?>> continuo punzecchiandolo e facendogli segno con la mano di mettersi sulla sedia vicino alla mia.

Non si sposta invece nemmeno di un millimetro e noto la tensione che lo assale dalla posizione dritta in cui tiene le spalle.

<<Perché non vieni di là con me invece?>>, mi chiede guardandosi attorno con aria insofferente.

<<Non è cambiato nulla da quando me ne sono andata>>, ribatto invece senza dare importanza a ciò che sta dicendo.

<<No, è tutto come prima. Adesso ti prego vieni di là>>.

Forse è arrivato il momento di fare come mi chiede. Non potrei sopportare una scenata in mezzo al locale.

Mi alzo e con tutta tranquillità prendo la borsa e il trolley che avevo appoggiato al muro. Come un galantuomo, Salva mi sposta la sedia e mi fa passare davanti a lui indirizzandomi verso la porta del laboratorio.

Rivolgo un sorrisino compiaciuto alla cameriera che mi ha portato l’ordinazione non appena le passo vicino e con fare sicuro poggio una mano sul sedere di Salvatore al mio fianco. Che ragazzaccia che sono….

Chiudo gli occhi e inspiro il profumo della vaniglia e del caramello. Riconoscerei l’essenza della mia crema lontano chilometri. L’acciaio immacolato delle attrezzature illuminato dalle luci al led mi abbaglia non appena entriamo nella grande stanza. Mi appoggio alla porta fredda e lucida e resto un attimo in contemplazione di questa grande perla di tecnologia. In confronto il laboratorio della mia pasticceria sembra un bugigattolo.

<<Lucrezia non ci posso credere, ma sei tu?>>. La voce di Alison la mia vice ai tempi, mi arriva vivace come sempre. Due braccia forti rubate all’agricoltura mi stringono senza neppure aver il tempo di controbattere.

<<Ciao Alison. Come stai?>>. Ricambio con affetto l’abbraccio e mi sposto leggermente da questa montagna di donna per guardarla in viso.

Sembra invecchiata di dieci anni. Gli occhi sempre azzurri sono contornati da un velo di minuscole rughette e i biondi capelli che lasciano intendere le sue origini olandesi non sono più ben curati come un tempo.

<<Sono felicissima di vederti. Non avrei mai pensato che…>>.

La voce burbera di Salvatore le impedisce di finire la frase. << Alison, continua nel tuo lavoro. Siamo già in ritardo con la consegna>>.

Lo guardo con aria stranita. Solo adesso mi rendo conto che indossa i pantaloni e la polo bianca usata dal personale di produzione.

<<Ma hai ripreso a lavorare in cucina?>> gli chiedo aggrottando la fronte.

<<Si>>. La risposta secca non lascia spazio ad ulteriori domande. Faccio finta di nulla e continuo ad osservare i ragazzi che lavorano dietro ai vari banconi.

<<Se aspetti un attimo mi cambio e poi andiamo a pranzo>>.

<<Non ti preoccupare se hai da fare posso andare in albergo e poi ci vediamo stasera>>.

<<Stai scherzando? Vieni a Torino a trovarmi e io resto al lavoro?>>, mi risponde avvicinandosi e sfiorandomi la guancia con la mano.

<<E poi dobbiamo parlare di tante cose>>. La voce calda ad un soffio dal mio viso mi mette in agitazione e un brivido mi scorre lungo la schiena.

<<Ok, andiamo allora>>.

<<Aspettami un attimo, vado a cambiarmi e poi sarò tutto per te>>.

Lo seguo con lo sguardo mentre si dirige verso il suo ufficio. Resto appoggiata alla porta con il trolley in mano senza saper cosa fare. Mi sento un pesce fuor d’acqua. Chissà se sarei in grado nuovamente di lavorare in questo posto. Oramai sono abituata ai ritmi lenti del mio piccolo negozio di paese e mentre osservo tutta questa gente correre come una trottola impazzita da un lato all’altro della stanza mi rendo conto che non mi manca per nulla questa vita.

<<Lù, ma sei tornata per restare?>>. Il viso serio di Alison mi lascia un po’ stupefatta.

<<Non lo so>> ammetto tristemente. <<Perché me lo chiedi?>>.

<<Perché sono stranita nel vederti qui. Comunque mi spiace per quello che ti è successo. Non mi sono comportata da amica come avrei dovuto>>.

Mi avvicino e prendo le sue mani impiastricciate di farina nelle mie.

<<Oramai non ha più importanza>>.

C’è stato un periodo in cui ho odiato tutti per quello che hanno fatto. Tutti i miei collaboratori, i miei amici, tutti sapevano di quello che stava combinando Salvatore e nessuno mi ha detto nulla, ma oramai quel dolore è passato. Solo adesso capisco quanto mi abbia fatto bene allontanarmi da tutto e da tutti. Mi ha permesso di distaccarmi dal dolore che provavo e quindi di accettarlo.

<<E invece si che ha importanza. Ricordati che il lupo perde il pelo …>>

<<…. ma non il vizio>>, termino la frase al posto suo.

<<Chiamami domani mattina ti devo parlare>>.

Guardo Alison prendere un tovagliolino di carta e scrivere il suo numero di cellulare.

<<Ok, ci sentiamo domani>>, le prometto cacciando il tovagliolo nella borsa.

 

 

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FINE CAPITOLO 14

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