“Prima….Abbracciami”: la nuova proposta in self “Made in Italy”

 

Avevo l’intenzione di segnalarvi questo nuovo romanzo la settimana scorsa, poi niente, ho iniziato a leggerlo e non l’ho più mollato, rimandando l’appuntamento con voi.


Prima…Abbracciami” e’ la nuova proposta in self- publishing di Alice Vezzani, che mi ha tenuta piacevolmente impegnata lo scorso fine settimana. Il romanzo e’ il primo capitolo della duologia “S&J”, di cui è previsto il seguito per l’inizio del prossimo anno. Questa e’ la quarta prova per l’eclettica autrice, indipendente per scelta, che in passato e’ già stata nostra ospite sul sito con i suoi precedenti lavori tutti diversi tra loro nei vari generi del romance, ed ora è tornata con un romanzo romantic-suspense. Questo filone, molto seguito ed apprezzato all’estero da tempo, sta rapidamente conquistando non solo le lettrici, ma anche le autrici di casa nostra, che sempre più spesso si cimentano in racconti che uniscono passione e colpi di scena degni dei migliori thriller.
Colpire il bersaglio con queste storie non è semplice come sembra, perché bisogna mantenere sempre alta la tensione nella narrazione, provocando nel lettore quella scarica di adrenalina quando meno se l’aspetta e devo dire che Alice con questo primo esperimento c’è riuscita egregiamente.
Il furto di un microchip e una curiosa giornalista sono i due punti cardini su cui ruota la nostra storia.

PRIMA...ABBRACCIAMI-ALICE VEZZANI
Sara e’ una giornalista intraprendente, non ha paura di niente, coraggiosa e sempre in prima linea. Propone un nuovo articolo al suo direttore sul traffico di droga nei locali notturni della capitale, avvalendosi delle confidenze di un nuovo informatore. Ma qualcosa va storto. La ragazza si ritrova incosciente e vittima di una violenza. Ed è così che avviene il suo primo incontro con Jacob Cioran, potente uomo d’affari di origine rumena. L’uomo scopre inoltre che, sempre per mano degli aggressori della ragazza, un prezioso microchip e’ sparito dalla cassaforte del suo ufficio. L’ultima cosa di cui ha bisogno sono le forze dell’ordine a ficcanasare nei suoi locali, decide quindi di prendersi cura della ragazza, mettere a tacere l’accaduto e far sparire ogni traccia che possa ricollegarlo a lui, forte anche del fatto che Sara non ricorderà nulla degli avvenimenti della serata a causa della droga somministratale a sua insaputa.
Ma il giorno dopo, al suo risveglio, la ragazza comprende immediatamente che qualcosa di tragico e’ avvenuto: il suo corpo e’ ricoperto di graffi e lividi, anche se la memoria non l’aiuta, l’esito della visita a cui si è sottoposta non lascia dubbi.
Sara si rifiuta di sporgere denuncia, ma il non sapere, i continui incubi che affollano le sue notti rendono difficile il suo quotidiano e le relazioni con i suoi affetti. Un profumo maschile, di zenzero e cannella, diventa il suo unico conforto nei momenti di disperazione. Decisa a sciogliere i misteri di quelli notte torna sulle tracce di Cioran, non sa che l’uomo non l’ha mai persa di vista, vegliando su di lei. Quando un misterioso serial killer minaccia la vita della ragazza, Jacob prende in mano la situazione obbligandola a vivere sotto il suo tetto.
Sara dovrebbe avere timore di quell’uomo pericoloso, non si spiega la sua attrazione verso di lui, soprattutto non si spiega la reazione fisica nei suoi confronti. Lui è l’unico che riesce ad avvicinarla, il suo corpo accetta il suo tocco, lo brama. La ragazza inconsciamente sa che la fiducia nei suoi confronti può essere legata solo alle vicende di quella drammatica notte.
Jacob conosce tutti i risvolti di quella serata, ma non ha alcuna intenzione di svelarli a Sara, il suo unico scopo e’ quello di proteggerla da gente senza scrupoli, pronta a tutto, anche a costo della vita.
La forzata convivenza rende il loro legame sempre più intenso, i due non potrebbero essere più diversi: una vita vissuta al limite della legalità per lui, sempre alla ricerca della verità per smascherare il marcio nella criminalità per lei. Eppure l’attrazione che provano l’uno per l’altra e’ innegabile, ma non facile. Sara non riesce a superare il dolore per quello che le accaduto e mille dubbi l’assillano. I sentimenti di Jacob nei suo confronti sono sinceri, o soltanto un secondo fine per altri obiettivi?

Com’è nello stile dell’autrice, quello tra Sara e Jacob sarà un amore tormentato e penso proprio che prima del tanto sospirato lieto fine dovranno superare tante prove che leggeremo prossimamente, nel secondo appuntamento con questa serie.
Ma, qui mi fermo, non vi racconto altro di quello che accadrà in questo romanzo, se sono riuscita nell’intento di incuriosirvi lo scoprirete poi da sole.

Se volete un ulteriore assaggio di quello che vi attende, però, vi invito a leggere l’estratto che segue, messo gentilmente a disposizione da Alice per il nostro sito.

Per tutte coloro che vogliono scoprire qualcosa di più su questa autrice, trovate QUI la nostra intervista dello scorso anno.

 

 

 

Prima...Abbracciami-Alice VezzaniTRAMA

Lo zenzero è aspro e stimolante. 
La cannella è dolce e intensa. 
Le due essenze insieme si completano e si esaltano reciprocamente, come i due protagonisti di questo romanzo. 
Sara Russo è una ragazza coraggiosa e allegra, lavora come free-lance per un settimanale ed ha convinto il suo editore ad affidarle un articolo sulla diffusione della droga nelle discoteche. È stata in Afghanistan durante la guerra e i ragazzini che spacciano non la spaventano per niente. 
Jacob Cioran è un freddo e reticente rumeno con un passato non proprio immacolato. Proprietario di diversi locali notturni a Roma, vive imperturbabile tra movida, donne e 
sesso, ma un sabato sera si trova a dover affrontare il problema di una giornalista ficcanaso che si è messa nei guai proprio in una delle sue discoteche. 
Sara: “Di quella notte non ricordo più nulla, ma sono più che mai decisa a scoprire cosa 
sia successo veramente e il signor Cioran è l’unico mio indizio.” 
Jacob: “Da sabato qualcosa è cambiato, ma Sara dovrà dimenticare e continuare con la sua vita, per il suo bene e anche per il mio.” 

 

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ESTRATTO 

8 sguardoMi inginocchio davanti al suo corpo pallido ed esausto, ho paura persino a toccarla, è talmente immobile che sembra morta. Mi guardo intorno, cercando qualcosa per coprirla, la sua biancheria intima è poco lontano, ma è strappata e sporca, inutile recuperarla. Mi chino su di lei e cerco di coprirla con il suo vestito, ma il corpetto è lacerato e non serve più a molto.
Secondo Manuel sono stati via più di venti minuti, ci sono anche due preservativi per terra, stringo i pugni per lo sdegno, ha segni su tutto il corpo, lividi e graffi. Le labbra sono secche e il mascara è colato sotto gli occhi, i capelli sono appiccicati alla fronte, con le dita cerco delicatamente di allontanarli dal viso, ha lineamenti molto dolci, anche in quella posizione innaturale. Non vorrei toccarla, ma non posso lasciarla in questo stato e qualsiasi cosa decida di fare dovrà essere il più discreta possibile, sia per il suo bene che per quello della discoteca. Sto pensando se chiamare una delle cameriere per portarla dentro e assisterla, evitando un mio coinvolgimento
diretto, sarebbe la cosa più sensata da fare. Mentre sto valutando la situazione lei comincia a muoversi, non apre gli occhi ma cerca di rialzarsi, mi piego verso di lei e l’aiuto a mettersi seduta, ma lo stato di incoscienza in cui si trova le fa ricadere la testa sul mio petto.
–È finita, – le dico, anche se lo ha già capito da sola. Le tengo un braccio intorno alle spalle, la sua pelle è fredda e sento che comincia a tremare. Mi tolgo la giacca e la avvolgo. –Sei sveglia? Riesci a dirmi come ti senti?
–Ho sete… – la sua voce è roca e debole e non ha ancora aperto gli occhi.
Dimitru torna e mi chiede in rumeno se può fare qualcosa. Anche lui è infuriato e si sente impotente almeno quanto me. La ragazza, che sto ancora tenendo tra le braccia, in quel momento apre gli occhi e mi guarda, nei suoi occhi vedo la paura e una muta richiesta di aiuto che mi tocca il cuore. Le sorrido per rassicurarla. Di norma se sorrido ad una donna non è per rassicurarla e sono sicuro di non averlo mai fatto per questo scopo. Rispondo sempre in rumeno a Dimitru di controllare che non arrivi nessuno perché la voglio portare di sopra. Meglio usare la nostra lingua
per non farci capire.
–Una volta saliti ritorna al parcheggio e raccogli ogni cosa, non deve restare niente in giro, okay?
Poi mandami una cameriera con tutto quello che trovi. Raccogli anche i preservativi, mettili in un sacchetto e buttali nella spazzatura, ma non quella del locale. Ci siamo capiti?
Lui fa un cenno di assenso, dobbiamo eliminare tutte le prove, altrimenti mi troverò i carabinieri addosso e so che non vedono l’ora di crearmi problemi. La cosa importante è che nessuno ci veda mentre saliamo. Dimitru capisce al volo, ormai io e lui pensiamo quasi allo stesso modo e so che anche lui è preoccupato almeno quanto me. Aspetto che mi dica che il parcheggio è libero. La ragazza mi guarda ancora, la sollevo e poi mi dirigo rapidamente verso l’ingresso della discoteca mentre Dimitru mi apre la porta. La sostengo cercando di non farle male, lei inizia ad agitarsi e
tenta di divincolarsi.
–Dove mi porti? – chiede con un filo di voce.
–Fidati di me, non ti succederà più niente – le dico. Lei sembra crederci e si calma. Resto piacevolmente sorpreso, dopo tutto quello che le è successo si fida di me, un perfetto sconosciuto che parla un’altra lingua, mi sarei aspettato una scenata isterica.
La trasporto con facilità verso la scala a chiocciola che porta al mio studio privato, lei sembra essersi assopita di nuovo. La adagio delicatamente sul divano e la copro con una coperta, quando mi guardo in giro capisco che c’è qualcosa che non va… qualcuno è stato qui.
Blestem! – impreco mentre mi avvicino alla scrivania. Qualcuno ha frugato tra le mie cose, i documenti sono in ordine, ma il cassetto dove tenevo nascosta la chiave della cassaforte è stato scassinato. Dracu! Mi giro, sposto il quadro che la nasconde, lo sportello è solo appoggiato.
Maledizione! Manca proprio il microchip! Accendo il computer e controllo le immagini delle videocamere di sicurezza. Quel piccolo verme di Enrico è entrato qui, adesso ho un motivo in più per farlo fuori. Nel video vedo che ha preso qualcos’altro, le pastiglie di droga che ho sequestrato ad un cliente la settimana scorsa. Adesso mi sento ancora più colpevole, avrei dovuto sbarazzarmi di quella robaccia subito e non tenerla in ufficio.
Sento giungere dal divano gemiti di dolore, alzo la testa e vedo che la ragazza si muove. Mi precipito da lei e l’aiuto a girarsi su un fianco, quando la coperta le scivola via, vedo che ha le natiche e la schiena graffiate dall’asfalto.
–Hai dei graffi sul dorso, stai ferma – le dico. Dovrei correre fuori a cercare quello stronzo e recuperare la refurtiva, invece prendo il cellulare e chiamo Dimitru.
–Dimitru, trova Enrico, ha rubato il microchip dal mio ufficio. Lo voglio subito qui – gli ringhio, poi riattacco. Come diavolo faceva a sapere del microchip?
La ragazza continua a tenere gli occhi chiusi, guardandola mi sento ancora più in colpa, non riesco a sopportare la vista del suo corpo violato. Prendo una bottiglietta di acqua dal minibar e ritorno verso di lei, l’aiuto a mettersi seduta e gliela avvicino alle labbra.
–Bevi piano – le dico.
–Dove siamo?
–Nel mio ufficio, sopra la discoteca.
Lei fa un cenno di assenso con la testa, poi apre gli occhi ed io resto pietrificato, prima, nel parcheggio era troppo buio per vederli bene. Nonostante siano cerchiati dal nero del mascara e la pupilla sia velata dalle lacrime, sono enormi e di puro rame fuso. Prima che li aprisse non ero del tutto certo che sapesse cosa le fosse veramente successo, ma adesso ho visto tutta la sofferenza di una donna ripetutamente violata, nell’anima e nel corpo. Probabilmente un’altra sarebbe già in preda ad una crisi isterica di pianto e singhiozzi, lei cerca invece di trattenersi, anche se con grande sforzo sta riuscendoci. Nei suoi occhi scorgo una lotta interiore e ne sono affascinato. È una donna forte, molto forte, non ce ne sono molte come lei, la stringo di più contro di me quando sento un tremito che le scuote il corpo.
–Hai freddo? – le chiedo.
Lei annuisce, –mi sento sporca. Mi faccio schifo.
–Non fai per niente schifo, fidati – sussurro mentre le sue labbra si aprono e richiude gli occhi sofferente. Bellissime labbra, non troppo sottili, un po’ screpolate ma piene e morbide. Mi stupisco di me stesso, per come mi sto comportando, forse con l’età mi sono rammollito o forse è solo il senso di colpa.
–Se ne sono andati? – la sua voce è ancora un po’ roca.
–Sì, mi dispiace, non sarebbe dovuto accadere a nessuna delle miei clienti.
–Neanche quelle venute a cacciarsi nei guai?
–In che senso? – chiedo senza capire cosa intende dire.
–Sono venuta a cercare informazioni… per scrivere un articolo sulla droga nelle discoteche.
–Hai scelto la discoteca sbagliata, qui non si spaccia droga – le rispondo brusco. Nei miei locali non si spaccia niente, su questo non transigo.
–Questo lo dici tu, cosa pensi che mi abbia messo nel drink?
Sospiro forte, con rabbia, perché purtroppo non posso negarlo e non posso spiegarle che la droga è mia, perderebbe la fiducia che ha in me e non è certo il momento giusto.
Le tolgo le scarpe, ha i piedi sono ghiacciati. Li copro con la coperta e sento che ha un altro fremito. Le scosto i capelli dal viso e lei riapre gli occhi. Quello che vedo è paura e coraggio allo stesso tempo, la donna che è qui tra le mie braccia ha subito la peggiore delle violenze, ma ha ancora il coraggio di guardare un uomo negli occhi e di valutarlo. Prima o poi avrà un crollo, ma per ora sembra calma, o forse è solo rassegnata, non mi ha neanche chiesto il nome, ma non so se glielo dirò.
–Cosa ti ricordi? – le chiedo invece di affidarla a una delle cameriere, non voglio lasciarla, il senso di colpa si fa più pesante ogni minuto che passa e non riesco a staccarmi da lei.
–Stavo bevendo un drink quando ho cominciato a sentirmi debole, ho preso il cellulare, mi ricordo le sue mani… – le trema la voce. –Voglio andare a casa, devo lavarmi… – dice mentre cerca di raddrizzarsi, ma ricade accasciandosi ancora contro di me e io sono pronto a sostenerla. Sto cominciando ad abituarmi al suo corpo, è una strana sensazione, sento un desiderio travolgente di proteggerla, di tenerla al sicuro. Non avevo mai provato una sensazione così forte, di solito mantengo sempre un atteggiamento distaccato con le donne, anche con quelle che mi porto a letto.
Quando avrò Enrico e il suo amico per le mani pagheranno per tutto quello che hanno fatto stasera.
Qualcuno bussa, appoggio la ragazza che si è riaddormentata sui cuscini e vado ad aprire. Una delle cameriere mi porge incuriosita una borsa, le impedisco di entrare e mi metto sulla soglia in modo da bloccarle la visuale, so esattamente cosa dovrei fare, sarebbe la cosa più corretta per lei, invece la congedo.
Apro la borsa e tiro fuori il portafoglio, Sara Russo, giornalista, alzo gli occhi e lei mi sta guardando, è di nuovo sveglia.
–Ti avrei detto io come mi chiamo.
–Stavi dormendo Sara, non volevo svegliarti – mi piace come il suo nome scivola sulla lingua.
–Ho sonno, ma non voglio dormire.
–Sei stata drogata, ma sta tranquilla non ricorderai niente di tutto questo domani mattina.
–Come fai a saperlo?
Domande, domande, è proprio una giornalista.
–Perché la droga che ti ha dato era mia.
–T… tua? – vedo che trema sotto la coperta, non avrei dovuto dirglielo, non so il perché… ma non voglio mentirle. Mi avvicino e questa volta, con i suoi grandi occhi intensi e luminosi, mi guarda con sospetto.
–Enrico l’ha rubata, era nella mia cassaforte. Sapeva dove tenevo la chiave. – Sono stato terribilmente imprudente a lasciare il microchip nella cassaforte dell’Orsa Maggiore, ma quella sera avevo già deciso che l’avrei portarlo a casa. Adesso è troppo tardi. Continuo a chiedermi come poteva sapere Enrico dove era la chiave della cassaforte visto che era ben nascosta nel sottofondo del cassetto. Solo i responsabili dei locali lo sanno, quando passano a prendere il salario per i dipendenti apro la cassaforte per consegnare loro la busta, ma non voglio pensare che ci sia un
traditore tra di loro, mi ferirebbe troppo nell’orgoglio, li considero persone fidate. Ma la domanda più importante è, come faceva a sapere che si trovava qui anche il microchip? Di quello eravamo a conoscenza in pochi, io, Dimitru e Raul. Ma di loro mi fido come di me stesso, ci metterei la mano sul fuoco sulla loro lealtà, non mi tradirebbero mai.
Sara mi guarda, è arrabbiata e stanca, ma sembra che stia un po’ meglio per quanto la situazione lo permetta. Vado in bagno per sottrarmi al suo sguardo penetrante e pieno di rammarico, come darle torto? Apro l’acqua per riempire la vasca da bagno; quando ho comprato e ristrutturato questo posto ho deciso di lasciare il bagno com’era. L’edificio era una vecchia fabbrica e al piano superiore c’era l’appartamento del custode che è stato trasformato in deposito e in ufficio. Aspetto che la vasca
si riempia un po’, poi la raggiungo e mi inginocchio accanto a lei.
–Vuoi fare un bagno? – le chiedo, anche se so già quale sarà la risposta.
–Voglio andare a casa mia, subito.
–A casa tua c’è qualcuno che ti può stare vicino?
–No…
–Allora non se ne parla neanche, uscirai di qui quando sarò sicuro che stai bene.
–Non penso di essere in grado di fare il bagno da sola.
–Ti posso chiamare una delle cameriere… oppure ti aiuto io. – Pessima idea, sono un ricco imprenditore a cui hanno appena rubato un microchip che mi era stato affidato da persone pericolose e influenti. Probabilmente, quando lo verranno a sapere, potrebbero anche ritenermi colpevole e decidere di farmi fuori… e invece di preoccuparmi di tutta questa storia, sono qui con questa ragazza, sperando in ginocchio che si fidi di me.
–Va bene, aiutami tu – risponde esausta, mentre io ricomincio a respirare.
Cerca di mettersi seduta e io mi affretto a sostenerla. Ci troviamo con i visi uno di fronte all’altra, poi lei appoggia la fronte sulla mia spalla e comincia a singhiozzare. Ecco il momento che aspettavo: il crollo. Le cingo le spalle e la stringo forte contro di me, la coperta scivola, la ricopro e le accarezzo la testa. Lei continua a piangere sommessamente, ma non si sottrae. Restiamo un po’ così senza parole inutili, finché lei si calma, quando penso che sia pronta la sollevo e la porto in bagno.
La metto seduta sulla tazza e le tolgo quel che resta del vestito, poi la immergo nell’acqua, la guardo in viso perché non voglio che pensi che abbia qualche strana intenzione, non stasera almeno, anche se il suo corpo mi piace per quello che ho visto fino ad ora. Non è proprio uguale al tipo di donna che frequento di solito, ha un seno florido ma è troppo in carne e bassa per i miei gusti.
Inoltre io preferisco le bionde, e lei è mora. Quando chiude gli occhi e si rilassa io la guardo meglio, i seni sono sodi e perfetti, in completa armonia con il resto di lei, la vita stretta e i fianchi rotondi, non è poi così grassa come pensavo. Mi inginocchio vicino al bordo della vasca, non dovrei stare lì, è in grado di lavarsi da sola, forse, ma non vorrei che svenisse di nuovo e affogasse. Quando riapre gli occhi di rame i miei sono fissi sul suo viso come se non si fossero mai spostati, dopo aver assorbito il tepore dell’acqua cerca di lavarsi ma le sue braccia sembrano pesanti come macigni. La scruto attentamente mentre frustrata per l’impotenza si abbandona di nuovo all’inerzia.
Mi alzo tolgo la camicia e il Rolex, immergo una mano nell’acqua e le prendo un piede, lei mi guarda curiosa, non è sospettosa, è solo curiosa… brava la mia giornalista, ha deciso che si fida di me e lo farà fino alla fine. Peccato che non so se IO mi fido di me stesso, ma farò del mio meglio.
Le lavo i piedi, poi risalgo sui polpacci, lei non smette mai di guardarmi e controlla ogni mio movimento, ne sono consapevole. La sua pelle è liscia e le gambe sono perfettamente modellate, sicuramente fa qualche sport. Salgo fino alle cosce poi sui fianchi morbidi, le passo un po’ di bagnoschiuma sul ventre, è bello da toccare, accogliente e pieno, lei non si agita, ma resta a guardarmi attenta, sa che se volessi approfittare della situazione non potrebbe impedirmelo, ma è consapevole che non lo farei mai, si fida, lo leggo nei suoi occhi. Proseguo sfiorandole i seni fino ad arrivare alle braccia, le massaggio delicatamente perché so che sono indolenzite. Le lavo le spalle e mi accorgo che in mezzo alle gambe sono duro come il marmo e l’eccitazione sta cominciando a farmi male. Le lavo il collo e poi per distrarmi le passo una mano sulla faccia, forse il movimento è un po’ troppo brusco, non sono mai stato una persona gentile e premurosa e questa situazione in cui mi sono voluto cacciare non riesco a spiegarmela. Lei cerca di protestare.
–Ti lavo i capelli – le dico senza badarle.
Prendo il doccino e lei tira indietro la testa chiudendo gli occhi, nel farlo espone i seni che si sporgono in avanti, il mio membro reagisce con un sussulto. Non sono più un ragazzino sempre arrapato e poi ho avuto un favoloso orgasmo meno di tre ore fa con la donna che da qualche tempo mi scalda il letto, la cosa assurda è che, in questo momento, non mi ricordo neanche il suo nome.
Cerco di calmarmi, ma mentre le lavo i capelli e passo le mani nella sua chioma, ho un altro fremito.
–Zenzero e cannella? – chiede lei con gli occhi ancora chiusi.
All’inizio non capisco a cosa si sta riferendo, poi le dico di sì, è la fragranza del bagnoschiuma.
Quando ho finito afferro un asciugamano grande e l’aiuto ad alzarsi, poi ve la avvolgo prima che perda l’equilibrio e la prendo di nuovo in braccio. La porto nello studio e la faccio sdraiare sul divano. Con un altro asciugamano le tampono i capelli, le passo le dita tra le ciocche cercando di districarli.
–Non sono un parrucchiere, dovrai accontentarti…
–Se non mi fai pagare potrei farlo, – ha ancora la forza di scherzare, vuol dire che sta un po’ meglio, mentre continuo a pettinarla con le dita lei si assopisce di nuovo. La guardo, sembra serena, ma immagino che sia solo apparenza.
–Mi hanno violentata, vero? – la scruto attentamente, è possibile che non si sia accorta di niente?
–Probabile – rispondo mentre il suo viso ha una contrazione di dolore, ma tiene gli occhi chiusi.
Se fosse una donna come le altre urlerebbe e si arrabbierebbe, piangerebbe e cercherebbe di cacciarmi via, ma lei non lo fa, anche se credo che a modo suo stia soffrendo.
–Se vuoi piangere… fallo pure – le dico nonostante la cosa non mi attiri molto. Odio le donne che piangono, quando lo fanno mi allontano di corsa. Ma se lei in questo momento dovesse piangere… io la stringerei forte e non la lascerei andare, come ho fatto prima.
–Servirebbe a qualcosa? – ecco una domanda che la rispecchia meglio.
–Suppongo di no – le rispondo mesto.
Mi sdraio accanto a lei reggendo la testa sul braccio piegato e continuando a pettinarla con l’altro. Non riesco a staccare gli occhi, i delicati lineamenti del suo viso, gli zigomi alti, i capelli lunghi morbidi e il suo corpo premuto contro il mio. Lei si gira verso di me e i nostri visi sono vicini, troppo vicino. Apre gli occhi e capisco che sono perduto, ma l’istinto di conservazione mi impone di mostrarmi freddo e distaccato. È solo una donna dopotutto.

TRATTO DA “PRIMA… ABBRACCIAMI” DI ALICE VEZZANI.

Per gentile concessione dell’autrice.

 

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4 commenti

  1. Alice Vezzani

    Grazie mille,
    sono felicissima di essere ancora su questo bellissimo sito e grazie per la bellissima recensione!

    • Stella

      Ciao Alice,
      felice di averti di nuovo tra noi, ti aspetto presto con il secondo capitolo della serie, che sono moltoooo curiosa!

  2. Samy

    Complimenti, è stupendo, mi ha tenuto incollata una notte intera… per poi lacerarmi nel finale!!! Aspetto con ansia il secondo capitolo… Brava!