Un nuovo racconto erotico a puntate.

Presentazione della sua autrice Victoria:  “Spero vi piaccia questo breve racconto, vorrei ringraziare anticipatamente tutte le precedenti autrici delle Fan Fiction che ci hanno illuminato le giornate con i loro racconti e spero che anche la mia abbia lo stesso successo e che vi accontenti!”

9° CAPITOLO

 

 “Merda, la mia testa”.

Ero sdraiata con la testa premuta sul cuscino e sentivo dolore ovunque, come un martello pneumatico che passava dal trapanarmi la testa a trapanarmi il resto del mio povero corpo stremato dal ballo e dall’alcool della serata precedente. Cercai di riorganizzare i ricordi e i pensieri, di valutare se ero tutta intera e se i postumi della sbornia erano così tanto pesanti come pensavo che fossero. Cercai di aprire lentamente gli occhi, ma la luce risplendeva attraverso le tende bianche della stanza accecandomi. Pian piano iniziai a mettere a fuoco e mi ritrovai in un letto spazioso con lenzuola bianche raffinatissime e una coperta marrone di Hermès: l’ambiente donava la massima privacy e mi faceva sentire a mio agio; il letto troneggiava in mezzo alla stanza con davanti una grande vetrata che ricopriva l’intera parete da cui si poteva ammirare tutta la campagna Toscana, la vista lasciava senza fiato ed era davvero affascinante. Vidi sulla parete destra della stanza una sala da bagno dedicata, che riprendeva i toni del legno e del nero. Dietro il letto, una finta parete lo divideva da una vasta cabina armadio e l’intero ambiente era ricoperto dal legno che padroneggiava. Sembrava di essere in una baita di montagna e il tutto insieme dava un tocco sportivo e chic, maschile, ma con un tocco lussuoso. L’ambiente nel complesso era raffinato ed estremamente mascolinizzato, un po’ spoglio, privo di emozione, ma ben arredato.

Dopo la mia attenta analisi, scattai a sedere sul letto e feci l’unica domanda che mi balenò troppo tardi in mente: “Ma dove cazzo sono?”.

Mi girava la testa violentemente e non riuscivo a pensare ad altro. Cercai di combattere il dolore e di ricordarmi qualcosa che desse forma agli ultimi ricordi che avevo da lucida, ma niente. Mi girai e vidi sul comodino un bicchiere d’acqua ed un’aspirina, ringraziai mentalmente qualsiasi persona fosse stata. La presi e aspettai qualche minuto appoggiata alla tastiera del letto, dopo un po’ il giramento di testa iniziò a scemare e i dolori muscolari si affievolirono. Guardai davanti a me e notai sul cassettone di legno in fondo al letto dei vestiti puliti e biancheria pulita da uomo. Mi avvicinai, allungandomi sul letto e lasciandomi cadere il lenzuolo per leggere il biglietto che era appoggiato sopra, che recitava.

Nel caso in cui tu non volessi scendere nuda!”.

Sbarrai gli occhi. Sapevo dove mi trovavo, ma non lo volevo neanche immaginarlo.

Fu in quel momento che notai che ero in reggipetto e perizoma bianco, la porta della parete sinistra si spalancò e in quell’istante entrò Achille.

Mi girai e urlai nascondendomi sotto le coperte e tirandomele più su che potevo. Lasciai gli occhi gli unici fuori dalle coperte, lui mi guardò e scoppiò a ridere piegandosi in due. Non ci trovavo sinceramente nulla di divertente.

Che hai da ridere, stupratore?≥.

Mentre si asciugava le lacrime, si raddrizzò e si appoggiò alla porta aperta. Aveva dei pantaloni corti della tuta blu, una maglia color cachi e un paio di Adidas rosse. Le gambe scoperte mostravano un tatuaggio sulla gamba destra che circondava il polpaccio e sul davanti lo stinco, formando un cerchio perfetto. Non era tanto spesso, ma era bellissimo e gli conferiva un’aria ancor più pericolosa e sexy.

Uno: non sono uno stupratore, forse lo sei te. Due: non sei la prima donna che vedo in biancheria intima e non credo tu abbia qualcosa di diverso. Tre: mi fai morire dal ridere con i tuoi modi di fare≥.

Oddio! Stupratrice, io? Che avevo combinato la sera prima? Gli ultimi ricordi che avevo erano una bottiglia e la musica assordante. Mi misi a sedere sul letto, tappandomi con il lenzuolo e gli domandai in preda al panico cosa diavolo fosse successo, soprattutto tra me e lui.

Mi guardò e si accigliò.

Ci credi che ho dormito tutta la notte con te, così, e non ti ho toccato minimamente? C’ho messo una grandissima forza di volontà che quasi ha vacillato, quando ieri sera mentre ti toglievo i vestiti pieni di vomito mi hai detto “Scopami!”. Ho quasi ceduto, ma mi sono trattenuto, ti avrei voluta cosciente, così avresti ricordato il più bel sesso della tua vita. Ti ho lavato il viso e ti ho spogliato. Ed ho dovuto masturbarmi, cosa che non facevo da quando ero adolescente, per impedirmi di saltarti addosso durante la notte≥.

Non so cosa mi scioccò di più, se la sua estrema sincerità o il mio comportamento sconsiderato.

Spalancai la bocca, mi presi il viso tra le mani e iniziai ad imprecare come avrebbe fatto uno scaricatore del porto di Livorno. Percepii da parte sua che stava davvero trattenendo con tutto se stesso un’altra risata e ci riuscì davvero male, tanto che lo guardai storto e gli lanciai un cuscino che prese al volo prima che gli sbattesse contro.

Vedendo la mia faccia sconvolta si ricompose, mi raggiunse e si mise a sedere sul letto, mi spostai leggermente tirando il più che potevo le coperte e arrotolandomi in esse. La sua vicinanza era un campanello d’allarme della dimensione di un treno, dato i piccoli strati di tessuto che ci dividevano. Il suo profumo che lo faceva desiderare ancora di più era impresso nella sua pelle e si percepiva ad ogni suo movimento, tanto da dare le vertigini.

La realtà riaffiorava pian piano per darmi la capacità di assorbire tutto quello che avevo fatto.

Senti non è successo niente e mai succederà, dopo la sera alla villa ho capito. Ti stai per sposare e non voglio che tu mi odi per il resto della tua vita, se succederà qualcosa tra noi sarai te a chiedermelo, io mi sono fatto indietro≥.

Ah bene, allora non c’erano davvero più chance di finire a letto con lui anche solo per una volta. Il tono deluso e sarcastico della mia mente mi fece sorridere.

Ci siamo baciati Achille, di nuovo. Questo me lo ricordo≥.

Sono contento che fossi cosciente almeno in quel momento, ma non ci siamo spinti più di lì, c’è stato quell’unico momento di debolezza. Però ti devo correggere su una cosa: mi hai baciato≥.

Ma te ci sei stato!≥.

Alzò un sopracciglio e assunse un’aria allibita, misto all’ironico.

Tu mi piaci e tanto, mi hai baciato e avrei dovuto dirti anche di no. E poi perché? Mi fai ridere. Mi dispiace che tu sia sconvolta, ma non puoi cambiare quello che è stato.≥

Mi lisciò i capelli e l’atmosfera si rilassò, in qualche modo era un suo modo per rassicurarmi.

Sei bellissima anche così≥, sussurrò. ≤ Mia madre diceva sempre che il vero amore si riconosce la mattina appena ci si sveglia: se è bella come la sera prima, allora è per sempre≥.

Fece la sua risata roca irresistibile e si alzò.

Ti lascio fare una doccia calda, vestiti e riorganizza i pensieri. Ti aspetto giù, ho preparato la colazione all’inglese!≥.

Lui disse le parole magiche ed il mio stomaco prese il sopravvento.

Intendi: pancake, sciroppo d’acero, uova, bacon, spremuta d’arancio, latte, pane, burro e marmellata e più grasso c’è più ce ne mettiamo?≥

Mi guardò e mi fece un occhiolino, ≤ Hai dimenticato il thè!≥.

Si avviò alla porta lasciandomi la bellissima visione del suo fondoschiena e mi lasciò sola.

Ero per caso capitata in paradiso? Non esistevano uomini così perfetti.

 

Scesi giù dopo una doccia restauratrice, mi sentivo notevolmente meglio.

Con i suoi vestiti addosso mi sentivo al sicuro e forte, anche se erano enormi: m’immaginai lui con addosso questa stessa tuta, senza protezione tra la felpa e la pelle nuda e chissà, forse anche senza mutande. Ebbi un fremito in mezzo alle cosce e lasciai correre la mia immaginazione, tanto non avrebbe fatto male a nessuno.

Presi un po’ di tempo per studiare la casa di un ingegnere, prima di raggiungerlo in cucina: non era una casa standard, anzi era molto particolare e ne rimasi piacevolmente stupita. Mi resi conto che mi trovavo nell’attico da cui era stata ricavata la camera padronale, con una vista spettacolare. Scesi di un livello, facendo con estrema calma e con massima cautela per non farmi sentire da Achille e mi ritrovai in un lungo corridoio al piano terra che era stato trasformato in una specie di galleria d’arte e sfoggiava una serie di immagini a tema floreale e bianco dominante. I quadri sembravano quasi delle finestre spalancate sulla natura e donavano luce al corridoio, altrimenti spoglio. Dei faretti erano collocati per tutta la lunghezza illuminando i quadri. Lo percorsi e raggiunsi un open space con soggiorno a sinistra e la cucina a destra, dove mi si presentava una tavola imbandita con tutte le prelibatezze che amavo di più, mi leccai i baffi. Il salotto era un ambiente orgogliosamente ampio, arioso, caratterizzato da un camino in acciaio dipinto di blu e pezzi vintage, in cui si apriva un confortevole sofà. L’apertura verso la cucina, con area cottura a vista, dove era tutto indaffarato Achille, risaltava il grande tavolo in legno massiccio, elegante e semplice, con il preziosismo delle sedie rivestite in velluto e i lampadari a sospensione neri.

La casa rappresentava in totale la mia idea di famiglia, con il legno che dava un effetto confortevole. Sembrava davvero di entrare nel cuore segreto di una foresta, in un bozzolo intimo e ombroso, complici, credo, anche le luci soft. Il legno regnava e i colori che lo contornavano erano il marrone scuro, il nero e il bianco.

Non so come mai, ma qualcosa mi diceva che la colazione all’italiana, quindi brioche e cappuccino, non era tanto nelle tue corde. T’immagino più come una donna di sostanza ed a giudicare dai tuoi occhi, cazzo se avevo ragione!≥.

Eravamo sorpresi entrambi di questa particolare empatia che c’era tra noi, ma non ci spaventava.

è davvero una splendida casa. Complimenti!≥.

Grazie. Ho dovuto aprire mille mutui per pagarla tutta, ma alla fine ci sono riuscito. Adesso è mia!≥.

Ci accomodammo e iniziammo a mangiare parlando e ridendo. Mi raccontò di tutti i dettagli che la mia mente faticava a ricordare della sera precedente. Era strano stare qui con lui, in casa sua, seduti a tavola a fare conversazione come una coppia felice.

Mentre lo stavo ascoltando, mi soffermai forse un po’ troppo a guardargli prima gli occhi e poi la bocca e lui si bloccò con la forchetta a mezz’aria. Mi guardò piano tutta facendomi sentire come nuda. I nostri respiri accelerarono. La tensione tra noi crebbe e dovevo fare qualsiasi cosa per tranquillizzarci.

Decisi di riprendere il discorso che lui aveva interrotto prima che la situazione degenerasse e scavalcassi il tavolo che c’era tra noi per raggiungere la sua bocca.

Scusami, ma perché sono tornata con te? Cleo e Bruno lo sanno? Ma soprattutto mi hanno lasciato venire con te, a casa tua? Io li ammazzo≥.

Questa era una consapevolezza, che come tutte le cose fondamentali in quel periodo, tardò un’infinità ad arrivare ed era il primo dubbio che mi doveva venire.

Lui si agitò impercettibilmente sulla sedia, ma io lo notai, il suo sguardo diventò preoccupato, come se stesse per attraversare un campo minato. M’infilai l’ultimo boccone di bacon e uova in bocca che avevo sulla forchetta, lo ingoiai, e gli puntai contro la posata e lo intimai.

Parla!≥.

Lui sorrise e alzò una mano.

Ok! Non ti arrabbiare però≥.

Fece una breve pausa attendendo la mia reazione, mi rilassai e gli feci cenno di iniziare.

Tu eri di fori ed Enrico aveva paura tu gli vomitassi in macchina, anche Cleo era alticcia. Quindi mi sono offerto io di prendermi il rischio di avere la macchina imbrattata di alcool e vomito e di riportarti a casa sana e salva. Bruno ha preso le chiavi di casa tua, per sbaglio, siamo arrivati lì davanti e non sapevamo come aprire. Tu ti sei messa ad urlare, ti ho coperto la bocca, ti ho caricato in spalla e sei svenuta. Hai vomitato nel secchio che ti avevo dato fortunatamente. Ed eccoci qua!≥.

Si, mi aveva preso le chiavi di casa per sbaglio. Per sbaglio. Solo un dannatissimo errore. Annotai mentalmente nell’agenda il primo compito del giorno dopo, “Uccidere Bruno!”. Forse l’aveva fatto semplicemente di proposito per vendicarsi della mia sfuriata della sera prima, ma non giustificava quello che aveva fatto.

Alzai gli occhi al cielo contando fino a dieci per non scoppiare in un urlo isterico e poi ripresi a mangiare. Achille mi guardò e fece un ghigno. Sapevo che si stava preparando a sparare una delle sue. Ci guardammo e iniziammo a ridere ancor prima che aprisse bocca.

Spara!≥ dissi, sorseggiando il thè.

Come fai a sapere che stavo per dire qualcosa di stupido?≥.

Non lo so. Forse sono i tuoi occhi, che fanno capire molto di te. Ma andiamo su, spara!≥.

Piegò la testa di lato, quasi volesse aggiungere qualcosa su un argomento ben più serio, ma non si lasciò l’opportunità di sparare altre cavolate.

Certo che hai proprio un bel gusto in fatto di biancheria intima. Di che cos’erano le mutande ed il reggipetto? Victoria’s Secret?≥.

Scoppiai a ridere di gusto, come non mi capitava da ormai troppo tempo insieme a Lapo. Mi facevano morire dal ridere i suoi modi di fare e le sue battute senza alcun senso.

Ti prego la smetti di alludere alla sfera sessuale? Mi metti in imbarazzo sul serio≥.

Lui si alzò e mise il suo piatto nella lavastoviglie e cominciò a sciacquare gli altri ciottoli che aveva utilizzato per cucinare. Mi guardò di lato e sorrise. Ormai ero pronta a qualsiasi battuta stesse pensando.

Non mi darai che sei vergine?≥.

Scoppiai in un’altra risata assordante e genuina che mi lasciò senza fiato, recuperai quel minimo di decenza che mi era rimasta e risposi.

No, io non rappresento lo stereotipo della verginella, cui tutti ambiscono a conquistare per assaggiare il suo frutto delicato e intatto… Proprio no. Non capisco perché gli uomini anno questa fissazione≥.

Mi dispiace di non poter essere il primo≥ disse sorridendo, ancora divertito da quella risata che dalla reazione sembrava lo avesse rinfrescato come una dolce cascata d’acqua fresca in un giorno torrido. Poi si raddrizzò preparandosi sicuramente a dirne altre. ≤ Ma avrei giocato sporco, sennò…≥ alzò le sopracciglia e mi guardò.

Scossi la testa e gli dissi, ormai incuriosita ≤ Continua…≥.

Soddisfatto di aver suscitato la mia curiosità, continuò.

Almeno quando poi ti scoperò saprai con certezza che sono il migliore e non avrai più il coraggio di toccare nessun altro uccello, perché vorresti solo il mio tanto da impazzire e sono sicuro che un giorno mi supplicherai di fare sesso con me≥.

A queste ultime parole si asciugò le mani e andò a stendersi sul divano in salotto, fece schioccare la lingua facendomi l’occhiolino.

Era così dannatamente sicuro di se che non riusciva nemmeno ad infastidirmi con le sue dannate provocazioni. Mi faceva soltanto sorridere, mi alzai e andai dove si trovava.

Lo osservai togliersi le scarpe e distendersi sul divano di pelle nera, mentre mi guardava riuscendo a stento a trattenersi da scoppiare a ridere dalla mia espressione.

Lo guardai dritto negli occhi e mi avvicinai piano a lui, decisi di provocarlo solo un po’. Mi appoggiai al bracciolo della poltrona al lato del divano, in cui lui era disteso e gli dissi.

Sfida accolta!≥

Lui fece un sussulto e abbassò lo sguardo sulla mia bocca.

Poi però non ti arrabbiare se vinco!≥.

Si raddrizzò e scattò a sedere come pronto a scagliarsi sulla preda.

Scivolai a sedere sulla poltrona e incrocia le gambe. Avevo una tuta da uomo che copriva tutte le curve e mi sentivo a mio agio, come protetta da qualsiasi cosa lui avesse pensato di farmi. Nemmeno un filo di pelle era scoperto e non c’era alcun pericolo.

Avevi detto che se tra noi fosse successo qualcosa sarebbe stato solo se io te lo avessi chiesto, quindi rilassati, ancora non sto supplicando≥.

Annuii e si rilasso. Si alzò e andò a versarsi una tazza di caffè, poi torno in salotto.

Ci guardammo e ci godemmo la pace che s’infondeva quando eravamo insieme. Il silenzio si prolungò, ma non c’era imbarazzo: eravamo due persone che si piacevano e che si godevano quel poco tempo che gli era stato concesso con estrema cura. Eravamo divertiti, eccitati, contenti e tutti questi sentimenti si avvertivano nell’aria. Ma soprattutto eravamo a nostro agio.

Achille interruppe per primo il silenzio.

Allora come trascorriamo questo sabato mattina?≥.

In realtà io dovrei tornare a casa≥.

No, devi aspettare che i vestiti siano lavati. Li ho messi in lavatrice da poco, sennò quando te li riporto, dato che non mi vuoi più vedere?≥.

Aveva calcolato tutto in ogni minimo dettaglio incredibilmente.

Cercai di guardare altrove e farmi venire un’idea che contenesse la lontananza da lui e dalla sua bocca. L’idea brillante venne come un fulmine.

Ti va di giocare a “Obbligo o Verità”?≥.

Alzò le sopracciglia stizzito.

Un uomo e una donna in una casa in mezzo alla campagna Toscana con tutto un giorno davanti potrebbero far di tutto, anche tutte le posizioni del libro del Kamasutra e te mi proponi un gioco che non facevo neanche quando andavo all’elementari?≥.

Beh, nella tua descrizione manca semplicemente il fatto che io sono fidanzata. Però si, ti propongo un gioco idiota per conoscerci meglio e per aver più fiducia l’uno nell’altro e poi chissà potrebbe nascere un’amicizia. Ci stai?≥.

Alzò gli occhi al cielo esasperato e si passò furiosamente le mani tra i capelli.

Ci sto, ma prima vado a farmi una camomilla!≥.

 

Si fece realmente una camomilla e ci mettemmo a sedere a terra attorno al tavolino in mezzo alla sala. Mi posizionai davanti a lui e mi trovai alle spalle il grande camino. Lui stese le gambe sotto il tavolino e si appoggiò con la schiena al divano, io mi presi le ginocchia tra le braccia e mi avvolsi alla sua felpa. Non so perché ma ero emozionata di iniziare questo gioco. Avevo così tante domande da fargli, ero così curiosa di svelare tutto il mistero che lo circondava, però ci sarei dovuta andare piano.

Tirammo una monetina per decidere chi avesse iniziato.

Iniziò lui.

Obbligo o Verità?≥.

Studiai bene l’opportunità che avevo, ma decisi di non rischiare che mi facesse domande troppo personali. ≤ Obbligo≥.

I suoi occhi s’illuminarono e il suo petto si gonfiò felice. ≤ Togliti la felpa!≥.

Cosa? ≤ Cosa? Assolutamente no. Non è uno strip-tease questo≥.

Non hai specificato cosa potevi e non fare, quindi ora spogliati≥.

Il gioco mi si stava ritorcendo contro.

No, allora smettiamo di giocare, anche se non abbiamo nemmeno iniziato≥.

Lui s’indispettì, ma decise di continuare, era più curioso di me di sapere i miei segreti.

Ok, va bene. Portami la tazza della camomilla di là!≥.

Era entrato nello spirito del gioco.

Tornai dalla cucina ed era il mio turno. ≤ Obbligo o Verità!≥.

Ci pensò un po’ e rispose non tanto convinto. ≤ Verità?!≥.

Bingo! I miei occhi s’illuminarono e lui si tappo il volto con una mano. Ora non poteva avere scampo era nelle mie mani.

Riflettei bene. Poteva scegliere se mentirmi o no, in qualsiasi caso io non lo avrei mai saputo. Oppure avrebbe potuto semplicemente fidarsi di me, sarebbe stata una grande dimostrazione da parte sua. Qualsiasi fosse stata la scelta i suoi occhi non potevamo mentirmi, erano come la macchina della verità.

Decisi d’iniziare con una domanda leggera tanto per riscaldarci un po’.

Quale profumo usi?≥.

Mi guardò perplesso rilassandosi visibilmente, alzò un sopracciglio pensando che ci fosse sicuramente qualche trucco sotto, ma rispose tranquillo.

Uso da quasi sempre “Paco Robanne” il flacone “One Million”≥.

Oltre ad essere bello, accattivante e divertente aveva anche un ottimo gusto in fatto di arredamento, moda e ora avevo scoperto addirittura di profumo. Gli avrei voluto fare un applauso ma mi trattenni e mi concentrai per il mio turno.

Obbligo o Verità?≥.

Obbligo!≥

Non ti vuoi proprio far conoscere, hai così poca fiducia in me?≥ disse deluso dalla mia reticenza.

Mi fece sentire in colpa, perché aveva ragione. Avevo preteso di giocare a questo gioco per conoscerci meglio, ma non mi sbilanciavo e non mi lasciano andare. Non mi fidavo e come avrei potuto farlo? Non lo conoscevo ed avevo smesso da tempo di confidarmi con le persone: quello che veniva dopo era solo dolore e problemi che poi toccava a mia madre risolvere. Scacciai questi pensieri tristi della mia infanzia e non risposi. Achille sospirò e mi chiese prendergli un cuscino per sedersi più comodamente per terra. Non proponeva mai cose imbarazzanti da fare, voleva semplicemente che mi sbrigassi con il compito che mi aveva affidato per far arrivare il suo turno e dimostrarmi tutte le sue buone intenzioni.

Obbligo o Verità?≥.

Stavolta mi guardò intensamente negli occhi e rispose convinto. ≤ Verità!≥.

Mi sistemai meglio a terra e mi appoggiai con i gomiti sul tavolino avvicinandomi a lui per concentrarmi sul prossimo passo da fare.

Perché sei single?≥.

Perché non ho mai incontrato la donna giusta, fatico a fidarmi delle persone. Pensavo di essermi innamorato una volta, con la mamma di Alessandro, ma non era amore, era ossessione. Ci facevamo del male a vicenda e la tradivo in continuazione. Quando lei rimase incinta, misi la testa apposto e mi calmai, ma la vita insieme era instabile e non faceva bene al bambino. Le ho voluto sempre un gran bene, ma non ho mai provato quel calore che ti brucia il petto, quella voglia di stare tutto il giorno a guardarsi negli occhi perché anche un minimo contatto ti manda in estasi, quella voglia irrefrenabile di baciarla, ma soprattutto la voglia di vederla felice ad ogni costo, anche se non con te. Immagino che sai di che cosa sto parlando?!≥.

In realtà? Se pensavo a Lapo non sapevo di cosa stesse parlando, ma se pensavo a lui capivo perfettamente ogni singola parola che stava dicendo. Quell’emozione che sentivo quando lo vedevo, il cuore che iniziava a battere ad un ritmo frenetico, il respiro corto, la mia eccitazione sempre bagnata.

Si, lo so≥ dicendo queste parole abbassai lo sguardo e arrossii.

Lui tolse l’imbarazzo che si era creato tra noi dandomi un piccolo tocco con il piede sulla coscia. Lo guardai e mi sorrise.

Obbligo o Verità?≥.

Avevo due opportunità, lo guardai e vidi il suo sorriso speranzoso e mi ricordai che lui mi aveva dato una risposta completa, forse anche al di là di ciò che gli avevo chiesto. Avevo fiducia in lui, questo era il punto centrale del dilemma, perciò perché non fidarsi per una volta?

Verità!≥.

S’illuminò e la speranza si riaccese in lui, capii che avevo fatto la scelta giusta ed ero felice. Si gratto il mento barbuto e assunse un’aria pensierosa, poi mi guardò con decisione.

Perché ti sei fissata a sposare un uomo che in realtà non ami?≥.

Mi ero già preparata all’eventualità di una domanda che riguardasse Lapo, ma non pensavo avrebbe optato per essere così diretto e specifico. Non aveva usato mezzi termini e aveva assunto uno sguardo deciso e consapevole della provocazione che aveva lanciato. Poteva aspettarsi anche un mio rifiuto, potevo anche andarmene e finire la conversazione, ma optai per scoprire tutte le mie carte e di essere sincera.

Riflettei ancora un po’ da dove era meglio partire con il racconto e rimasi in silenzio un attimo con lo sguardo fisso sul tavolino a pensare ed a scegliere le parole. Lui attese con estrema tranquillità la mia decisione. Alzai lo sguardo e lui mi stava fissando in attesa, perciò mi decisi a confessarmi come mai avevo fatto prima. Stavo seguendo una terapia da una bravissima psicologa veronese che m’incoraggiava a parlare del mio passato così da sconfiggere l’oscurità che lo caratterizzava.

Presi un bel respiro ed iniziai.

Per rispondere a questa domanda, devo partire da un po’ più lontano, se te hai la pazienza e la forza di ascoltare tutto≥.

Partii con la speranza che dopo il mio racconto lui facesse un passo indietro e che decidesse che forse un coinvolgimento emotivo con me era altamente sconsigliabile. Non ero la ragazzina che sembravo e forse lui si poteva ricredere di molte cose di cui evidentemente si era convinto. Se avesse avuto la convinzione che io fossi la ragazza acqua e sapone con cui lui si potesse sistemare, oppure che potesse anche un po’ prendere in giro e divertirsi, dopo le mie parole si sarebbe ricreduto e avrebbe nel caso perso interesse.

Si sistemò nella posizione in cui si trovava e mi fece cenno di iniziare con la testa, imitando quello che poco prima avevo fatto io.

L’atmosfera nella stanza diventò molto seria e non più così allegra com’era prima.

Potresti pensare, a giudicare dalla mia famiglia, che sono sempre stata una bambina viziata che ha sempre potuto avere quello che voleva dai suoi genitori. Ed è così. Ho sempre ottenuto da piccola tutti i giocatoli che desideravo, ho fatto la festa per i miei dieci anni con un vestito da principessa in una villa accompagnata dalla limousine, come vedevo nei film, ho avuto il mio primo cellulare a undici anni. Tutti i miei sogni venivano realizzati. Più avevo e più volevo. Non ci si ferma al giocattolino, al pupazzino o al cellularino. Quando si ha tutto si vuole sempre di più. Le cose che si ricevono dopo una settimana, non hanno più valore, perché c’è sempre una cosa nuova da comprare e se non si hanno subito ci si arrabbia pure. Questo mi ha portato a ribellarmi ai miei genitori, perché li consideravo troppo opprimenti e più che crescevo, più che non riuscivano ad esaudire tutti i miei nuovi sogni che erano molto più pretenziosi. Compiuti quindici anni ho esatto di andare in una scuola pubblica, non più privata come le precedenti, e di fare la vita che volevo. I miei genitori sono delle persone buone e non hanno mai avuto il coraggio di dirmi di no: mio padre c’è sempre stato pochissimo in casa, perciò le dinamiche le viveva a dosi ridotte≥.

Feci una pausa per ingoiare un grumolo di saliva che si era bloccato impedendomi di proseguire. Ricordando quei momenti di dolore che provava mia madre e l’incapacità di opporsi ad una figlia che ormai aveva acquistato troppo potere. Mi fece venire la pelle d’oca, ma non avrei pianto. Questo era il mio passato e non avevo il potere di cambiarlo, inutile piangersi addosso.

Mentre parlavo non guardavo Achille negli occhi, non l’avevo mai guardato nemmeno per un secondo, volevo arrivare fino alla fine e lui non m’interruppe.

Avevo lo sguardo fisso sul tavolino su cui ero appoggiata con i gomiti.

Questo mi ha portato a frequentare le persone sbagliate che mi hanno inserito in giri sbagliati, per un bel periodo. Ma non fu solo colpa delle persone che mi ero scelta. Io volevo sentirmi diversa, non volevo più essere la bimba che è sempre stata cullata nell’oro. Iniziai a fumare e dopo passai alle droghe leggere≥.

Pausa.

Presi fiato e andai avanti.

In quel periodo ero fidanzata con un ragazzo che spacciava ed io pensavo di amarlo con tutta me stessa, mi fidavo cecamente di lui. Mia madre era disperata, perché stavo cambiando sotto il suo naso, mi stavo rovinando la vita e lei non riusciva a fare niente per impedirmelo. Avevo una pessima influenza su Elena, che mi adorava: era troppo piccola perché capisse. Ma, a me, non importava di niente, in quel momento era tutto fantastico, mi sentivo la regina del mondo≥.

Pausa.

Stava arrivando alla parte più brutta del racconto.

Un giorno mentre eravamo nel luogo in cui ci trovavamo solitamente, la polizia irruppe. Credo che ci fosse stata una soffiata da parte di qualcuno dei genitori. Iniziammo a correre, ma ci avevano bloccato. Io custodivo la droga nella mia borsa per Stefano, il ragazzo con cui stavo all’epoca. Ci fermarono e ci portarono in centrale. Io avevo tutti i tipi di droga in borsa e non potevo negare che era mia. Ci misero uno davanti all’altro e lui guardandomi negli occhi giurò davanti al commissario che quella roba non era sua, ma era solo mia≥.

Mi venne da ridere a ripensare ai suoi grandi occhi verdi apparentemente innocenti che negavano scuotendo la testa a destra e a sinistra con foga. Mi sembrò di rivivere quel momento e mi ritrovai lì, seduta su quella tavola in ferro in lacrime e negando a mia volta.

Lui fu rilasciato, perché non c’erano prove sufficienti a suo carico. Venni processata e allontana dalla mia famiglia per sei mesi e mi rinchiusero in una comunità. In tutto questo la mia famiglia e i miei due migliori amici, Bruno e Cleo, non mi abbandonarono mai. Dopo tre mesi di reclusione, beccarono Stefano a spacciare e capirono di aver fatto uno sbaglio. Fui rilasciata all’istante e cambiai radicalmente. Mi feci la promessa di rigare dritto, ma soprattutto di non deludere mai più mia madre. Il dolore nei suoi occhi che vidi il giorno del processo, mi uccise mille e mille volte ancora. Quando mi fecero conoscere Lapo la mia vita si ristabilì e il mio passato venne nascosto a tutti, come se non fosse mai esistito. Vorrei che fosse così anche per me, invece io rivivo tutto, quando mi sento più triste e quando mi sento più debole, cosa che ultimamente mi sta succedendo un po’ troppo spesso, a parte quando…≥.

In quel momento lo guardai facendogli intendere come sarebbe finita la frase, senza però pronunciare quelle parole. Lo vidi nella posizione in cui lo avevo lasciato e non era scosso dal racconto: era tranquillo, comprensivo e riconobbi nel suo sguardo un’altra emozione che però non seppi al momento dargli un nome specifico. Non sentivo più quel peso sul cuore che provavo tutte le volte che mi veniva chiesto di ripercorrere questa storia, mi sentii un po’ più libera, come se il peso fosse stato tolto da lì.

Conclusi con la convinzione che il mio racconto lo aveva avvicinato ancor di più a me, ma non perché provava pietà nei miei confronti, ma per comprensione, come se avesse vissuto la mia stessa storia. Incredibilmente parlare ci aveva uniti di più, ma non mi lasciai abbindolare dai suoi occhi. La mia decisione era presa e non sarei tornata indietro. Non avrei deluso le aspettative che mia madre nutriva in me, nuovamente.

Ecco perché mi sono “fissata” di sposare Lapo. So che è la scelta migliore per me≥.

Quelle ultime parole fecero incupire Achille, il suo sguardo diventò più scuro e torbido, come se avesse capito a cosa mi stavo riferendo in particolare. Diventò scuro in volto, assolutamente contrariato dalle mie ultime parole e si alzò. Andò verso la portafinestra che dava sul prato e si appoggiò. Calò il gelo tra noi e mi dispiacque.

Mi vergognavo, anche se non so per cosa esattamente e mi ritrovai rannicchiata con la testa china. Lo guardai: il sole gli illuminava il volto serio e metteva in risalto i suoi zigomi perfetti, i capelli sembravano di color oro. Era così sexy in tutte le cose che faceva, anche adesso.

Mi ripresi e mi spostai sulla poltrona davanti alla portafinestra. Lui stava guardando ancora fuori, riflettendo sulle mie parole.

Interruppi il silenzio e chiesi.

Obbligo o Verità?≥.

Il gioco era ancora in atto e lui sorrise al mio tentativo di alleggerire la situazione, si girò e mi guardò. Si stava trattenendo, glielo leggevo negli occhi, stava lottando contro se stesso e stava controllando le sue emozioni.

Alzò gli occhi al cielo, sbuffò e venne a sedersi sul tavolino davanti a me, mi spostai indietro appoggiandomi con la schiena e mi rannicchiai sulla poltrona, così da poterlo guardare meglio, lui si mise e appoggiò i gomiti sulle gambe.

Eravamo vicini. Troppo vicini.

Verità≥ rispose.

Io ti ho raccontato la mia storia, ora raccontami la tua≥.

Fece una cosa inaspettata: si agitò e scattò in piedi. Iniziò ad andare da una parte all’altra della stanza. Pensai di aver fatto una tremenda sciocchezza a chiedergli tanto, ma non immaginai che potesse avere un passato più turbolento del mio. Poi si bloccò in mezzo alla sala, mi guardò e tornò a sedersi come prima. Prese un respiro profondo, come avevo fatto io prima e iniziò.

Voglio iniziare dicendo che non ho mai parlato con nessuno come proverò a fare con te ora, quindi abbi pazienza e cerca di ricrederti sul mio conto≥.

Mi guardò un ultima volta e fissò lo sguardo a terra. Aveva i capelli lunghi fino alle spalle tutti scompigliati e sembrava molto più piccolo dell’età che aveva.

Fino ai quindici anni la mia vita era perfetta per me e per mia sorella. Ero un ragazzo con l’ormone a mille che voleva soltanto divertirsi e fare mille esperienze nella vita. Sono sempre stato abbastanza solare e tranquillo, non mi mancava niente. Avevo una famiglia fantastica: una madre e un padre che mi amavano e che erano brave persone. Il fratello di mio padre, Ugo, che mi ha cresciuto come un figlio e una nonna fantastica, Gina≥.

Sorrise al ricordo dei suoi familiari, poi diventò serio. Il passato che usò per parlare dei suoi genitori mi colpì improvvisamente, ma non riuscì a immaginare il finale della storia.

Sono cresciuto in una famiglia umile, con dei valori. I miei genitori erano dei lavoratori incalliti che cercavano di dare a mia sorella il meglio. Non mi ero mai chiesto, perché alle riunioni di famiglia c’erano solo i parenti paterni. Non mi ero mai chiesto, perché mia madre non mi parlava mai di mio nonno, se ce l’avevo ancora. Era davvero bella: aveva i capelli biondi lunghissimi che portava raccolti in una treccia e Viola le assomiglia terribilmente. Aveva un profumo dolce che trasmetteva solo tanto amore. Mi diceva sempre di seguire il vero amore, mi raccontava come la sua vita era diventata meravigliosa da quando Viola ed io eravamo nati e che avrei provato la stessa cosa con un figlio mio≥.

Sospirò e si alzò, andò alla finestra e si appoggiò.

Mi raggelai.

Tutto finì in dicembre, il mese dopo avrei compiuto sedici anni e loro mi avevano promesso che avremmo fatto una festa. Non ce lo potevamo permettere, ma riuscirono a mettere qualcosa da parte. Era un venerdì sera la settimana prima di Natale, io e mia sorella eravamo già andati a dormire e nostra nonna era in casa che attendeva che i miei rientrassero. Non sapevamo dov’erano andati, ma mia madre era parecchio preoccupata prima di partire: era stata tutto il giorno a prepararsi a dovere e non ci aveva mai sorriso. Il telefono squillò ed io mi svegliai. Sentii mia nonna scoppiare a piangere in salotto. Sentii dei brividi di terrore attraversarmi tutto e scesi le scale correndo. La trovai inginocchiata a terra con il telefono ancora tra le mani tremanti. La cosa giusta che avrei dovuto fare sarebbe stata andare da lei e abbracciarla, invece scappai≥.

Si asciugò una lacrima silenziosa che gli cascò attraversandogli il volto.

Non ce la facevo. Mi alzai e andai dove si trovava, lo abbracciai e lui mi tenne tra le braccia e continuò a parlare.

Un camionista si era addormentato alla guida del veicolo e aveva tagliato la strada ai miei genitori che non riuscirono a frenare in tempo. Il camion si capovolse sopra l’auto e scoppiò: conteneva materiale altamente infiammabile. Tutta la mia vita terminò in quell’istante≥.

Lo abbracciai più forte che potevo e non riuscì più a trattenere le lacrime. Ci spostammo lentamente sul divano e io mi sedetti al suo fianco con le gambe stese sulle sue. Lui aveva le mani sulle mie cosce e si guardava le mani che stringeva in due pugni chiusi.

D’un tratto il mio passato mi sembrò una sciocchezza, non potevo nemmeno immaginare com’era perdere un genitore e nemmeno lo volevo provare. Ma la storia non era finita.

Fummo affidati a mio zio e a mia nonna, essendo minorenni. In quel momento scoprimmo che non erano gli unici parenti prossimi che avevamo. Spuntarono da non so quale passato i genitori e i fratelli di mia madre. Scoprimmo che erano una famiglia molto ricca fiorentina e che avevano ripudiato la loro stessa figlia, perché si era innamorata di un uomo di un ceto sociale più basso. Mio padre≥.

Sospirò.

Al processo per l’affidamento ci fecero testimoniare ed io sputai al mio caro ricco nonno≥. Rise al ricordo. ≤ Da quel momento non ho più voluto avere nessun rapporto con loro. Odiavano mia madre e mio padre, né parlarono con un disprezzo, anche se erano morti. Dicevano che è quello che si erano meritati. Ho rimosso dalla mia mente anche le loro facce≥.

Si passò una mano sul volto esasperato. Gli presi l’altra tra le mia e si tranquillizzò a quel contatto.

Per quanto mi riguarda iniziai a bere, fino a diventarne dipendente. La mia carriera nel calcio si spezzò. Iniziai a fare una vita scapestrata, con le mie regole e basta. Non so come sono riuscito a laurearmi ed aprire lo studio con la Viò. Ero un bastardo, me ne rendevo conto da solo. Tutto cambiò con l’annuncio della gravidanza di Nicole. Mi ricordo che ero ubriaco la sera in cui l’avevo messa incinta, mi ero dimenticato del preservativo e lei non usava la pillola. Nacque il bambino e miracolosamente rividi mio padre in quegli occhioni castani e decisi di chiamarlo come lui: Alessandro. Ma non avevo trovato l’amore, non ancora almeno≥.

Ci guardammo. Lui mi guardò le labbra che si schiusero automaticamente sotto il suo sguardo di fuoco e cedetti di nuovo. Ci baciammo. Ormai mi ero quasi abituata a questa forma di interazione tra noi che non lo consideravo quasi più un tradimento nei confronti di Lapo, anche se lo era e bello grosso. Le nostre lingue si toccarono dolcemente e ci toccammo con tenerezza i capelli. Le sue labbra erano morbide e vellutate e si facevano più esigenti man mano il bacio andava avanti. Mi staccai per prima e lo guardai, lui strusciò il naso col mio e ci sorridemmo.

Era tutto così naturale che mi faceva paura.

Visto Olimpia, non siamo così diversi come sembriamo≥.

 

CONTINUA…

 

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21 commenti

  1. silvietta

    Stupendo!!!! mi stava quasi scendendo la lacrimuccia….. Brava Brava Brava!!!! A lunedì prossimo e non vedo nuovamente l’ora

  2. ari

    Wow :):) ma hai intenzione di farlo finire sempre sul più bello?????

  3. monica

    wow!!!!!! ke bello aspetto con molta ansia il prossimo!!! continua così è bellissimo

  4. Miki

    stupendoooooooooooooo non resisto fino a lunediiiiii non si può anticipare?????’ 🙂

  5. Valentina

    Ogni settimana è sempre più bello!!! Complimenti! La parlata fiorentina rende ancora più autentica l’ambientazione…brava!

  6. Lalla

    La storia è interessante, ma è scritto piuttosto male… Scusa, non intendo essere offensiva, ma non posso fare a meno di fartelo notare 🙂

    • Victoria

      Accetto consigli per migliorare!
      è la mia prima esperienza ci sto mettendo tutto il mio impegno, ma se mi dai qualche consiglio lo accetto più che volentieri!

      • cri

        Non ho mai commentanto anche se ho seguito questa storia dal primo capitolo..in tua difesa devo dire che sei migliorata molto nello scrivere!all’inizio ero molto titubante però di volta in volta ho potuto constatare che il tuo lessico e l’impostazione della storia andavano migliorando!quindi continua così!al prossimo lunedì..un bacio

        • Victoria

          Grazie mille davvero per la tua fiducia, mi fa davvero un piacere. a lunedì prossimo 🙂

      • Lalla

        Non è facile fare un’analisi approfondita in poco spazio. Forse basterebbe un correttore di bozze. Quando si scrive, soprattutto se sotto pressione, si fa fatica a staccarsi dalla storia. Se hai qualcuno di cui ti fidi, puoi fare leggere i pezzi prima di pubblicarli e farti dire se e cosa c’è da oliare 🙂

        • Victoria

          grazie per il consiglio, spero comunque che continuerai a seguire la storia, nonostante la pessima scrittura!

  7. chiara

    Non vedo l’ora sia lunedì prossimo! è troppo una settimana 🙁

  8. alessandra

    sempre piu’ coinvolgente, ma quando copuleranno questi due ragazzi..mamma che ansia

  9. Irma

    Bellissimo come al solito, non so più cosa dire, mi piace molto questa storia! Al prossimo lunedì. Ciao.

  10. lolly74

    e ora che facciamo aspettiamo fino a lunedi??????…e stupenda bravissima sempre in suspans……. ciao a presto…. 🙂