Il terzo capitolo della nuova fan fiction scritta da  Angelica93  che racconta la storia di Elena Lincoln, o  la meglio conosciuta Mrs Robinson, donna importante nella vita del nostro dominatore Chistian Grey. Trovate QUI il secondo capitolo

Fan Fiction  di proprietà intellettuale di Angelica93 in esclusiva per questo sito. Questo racconto pubblicato a puntate è opera di fantasia di una fan della trilogia ’50 Sfumature di Grigio’ alla quale si è ispirata. Non è stato scritto da E L James.

Per non confondervi seguite l’immagine: ad ogni autrice viene abbinata un’immagine differente.

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3°CAPITOLO

LA STORIA DI ELENA

Era una calda mattina di sole. Il mio cuore batteva all’impazzata: non capita a tutte le diciottenni di sposare un miliardario! Avrei avuto finalmente la vita che desideravo. Sarei stata indipendente, senza parenti piagnucolosi tra i piedi. Il mio sposo era solo, come me. Sarei stata la sua famiglia, la sua signora….e mia figlia avrebbe avuto tutto quello che non avevo avuto io.

Le mie mani accarezzavano la pancia dove la piccola Bella incominciava a crescere. Già la immaginavo: una bambola dai lunghi capelli biondi come i miei con indosso un abitino da principessa.

Il vestito che portavo io quel giorno era stupendo,l’avevo fatto fare su misura per me. Era stretto e ampio alla fine, come la coda di una sirenetta, e presentava una scollatura a cuore. Avevo abbinato dei lunghi guanti bianchi e una forcina d’argento nei capelli raccolti in un chignon. Di mettermi il velo non ne avevo voluto sapere: il simbolo della purezza era una fissazione di Maria, un’ipocrisia che a me non interessava. La limousine si fermò di fronte a una grande chiesa. Scesi dalla limousine e mi incamminai verso il portone, salendo la scalinata. Ero sola, attorno a me il deserto.  Una sposa dovrebbe essere accolta da una folla festosa, ma non era il mio caso. Da quando la stampa era venuta a conoscenza della mia storia con Hector, ero diventata la ragazza più odiata di New York, e me ne resi presto conto. Come quel giorno.

Ero stravaccata sul tetto dello yacht. Da lontano osservavo la statua della libertà, mentre Hector era abbracciato a me e mi accarezzava la pancia.

«Amo quella statua. E’ il simbolo di New York che vorrei portare con me se me ne  dovessi andare».

«E’ stupenda» confermò lui.

«Sai quando l’hanno costruita?» domandai.

«Nel 1883» rispose sicuro.

Lo guardai incantata, e lui proseguì:

« E’ un regalo fatto dal popolo francese in segno di amicizia. La vera statua della libertà si trova a Parigi».

«Wow!» esclamai, e Hector sorrise. Il suo sorriso mi ricordava quello di mio padre. Ero stata fortunata. Lo avevo incastrato per scappare dalla mia situazione, però con lui stavo bene. Sarebbe potuto capitarmi uno brutto, cafone e ignorante. Hector amava mantenersi in forma, e il suo modo di parlare mi incantava ogni giorno di più. Era protettivo, gentile, intelligente, sapeva ogni cosa,ogni volta che andavamo in un museo mi spiegava sempre quello che vedevamo.

«Ti piacerebbe andarci in viaggio di nozze?» mi chiese.

«A Parigi?» sgranai gli occhi. Lui annuì.

«Sarebbe fantastico…anche se sinceramente avevo pensato alla Polinesia».

«Possiamo andare da tutte due le parti» mi sorrise lui,prendendo la mia mano e baciandone il dorso« qualsiasi cosa per la mia principessa».

Infilò l’altra mano sotto il mio vestito, e infilandola nelle mutandine incominciò ad accarezzarmi il monte di Venere. Io mi scansai.

Hector mi guardò confuso.

«Lo facciamo sempre qui…voglio un posto nuovo. Qualcosa di trasgressivo» spiegai.

«Qualcosa di trasgressivo?» ripetè lentamente, passandosi l’indice sulle labbra. Poi scoppiò a ridere:

«So dove portarti».

Qualche minuto dopo la limousine si fermò di fronte a un bellissimo bar, con un enorme spiazzo pieno di piante. L’interno era sofisticato, elegante.

«E’ mio»spiegò lui.

«Buongiorno signore»gli disse il bar man avvicinandosi a lui timidamente. Non mi sfuggì  il suo sguardo meravigliato alla mia vista.

«No grazie» rispose secco Hector, e mi trascinò verso il bagno. Aprì la porta e la richiuse alle nostre spalle, guardandomi ardentemente.

«Qui?Ma capiranno tutti!» mormorai.

«Volevi qualcosa di trasgressivo no? Mettiamoci in piedi sul water».

Mi tolsi gli stivali a punta con il tacco e salii delicatamente sul coperchio del water. Hector mi seguì.

«E se si rompe?» domandai preoccupata, ma lui mi zittì con un bacio. In un attimo ero nuda. Chiusi gli occhi e assaporai la sensazione del suo tocco, la sua bocca affamata che mi bacia e mi succhia il seno e le sue mani sul mio sedere. Lo sentii infilarsi il preservativo. Fermò le mie braccia sulla parete, e incominciò a muoversi dentro di me su e giù. Ad ogni colpo gemevo, miagolavo, giravo la testa a destra e a sinistra, mi aggrappavo con le gambe ai suoi fianchi assecondandolo in quel movimento sfrenato,sentendo il suo respiro affannoso ad ogni spinta. Venimmo insieme.

Uscimmo come se niente fosse. Gli occhi della gente erano tutti fissi su di noi, ma in un attimo tornarono a chiacchierare come se nulla fosse. Ci sedemmo ad un tavolino, e ordinammo un cocktail.

In quel momento due mani affusolate e bianche sbatterono con forza sul tavolo. Alzai lo sguardo , trovandomi di fronte un’anziana rugosa che mi guardava con odio. La conoscevo, era un’amica di Maria.

«Sei una zozzona! Dio vi punirà, adulti!»gridò, attirando l’attenzione di tutto il locale.

Aprìì la bocca per replicare, ma prima ancora che potessi farlo Hector l’aveva afferrata per il braccio e aveva incominciato a trascinarla fuori dal locale.

«Hector…» replicai, ma lui mi ignorò.

«Fuori!» gridò, scaraventando la donna fuori dal bar e sbattendo la porta con forza.

«Prendi la borsa, ce ne andiamo» ringhiò furioso. Era così dolce, ma quando era arrabbiato faceva paura.

Era come se avesse una doppia personalità a volte.

Nella limousine continuò a essere silenzioso, con espressione corrucciata.

«Non è successo niente» lo rassicurai abbracciandolo.

«Forse sarò una sposa sola, ma avrò un marito fantastico».

La mia profezia si era avverata. L’enorme chiesa dalle vetrate colorate era deserta, a eccezione del parroco, dello sposo e dei due testimoni, due coniugi colleghi di Hector che lui le aveva presentato durante una cerimonia ufficiale e che dicevano di ritenermi simpatica, o forse  era solo quello che erano tenuti a dire.

Marciai lentamente, compiaciuta dello sguardo meravigliato dei presenti. Lui mi porse la mano, e ci scambiammo le promesse in modo semplice e tradizionale. Pronunciammo il sì, e il parroco ci dichiarò marito e moglie.

Hector mi prese delicatamente il viso tra le mani e mi bacio. I testimoni e il parroco applaudirono, dopodicchè ci avviammo verso l’uscita.

Ero convinta che saremmo andati ad un rinfresco a casa sua, ma la limousine cambiò completamente direzione.

«Dove andiamo?»chiesi.

«Sorpresa» mi disse lui strizzandomi l’occhio.

La limousine si fermo davanti a un enorme giardino, pieno di alberi fioriti e fontane. Percorremmo un lungo sentiero e ci trovammo di fronte a quella che a tutti gli effetti sembrava essere una reggia del millesettecento.

«Sei pazzo, non puoi prenotare questa meraviglia solo per quattro persone!» esclamai sorpresa.

«Io posso tutto, piccola. Non hai idea di quello che posso darti» disse mio marito.

L’ingresso era ancora più sontuoso: le pareti erano decorate con pizzi e merletti. Sulla destra c’era un enorme specchio dalla cornice in oro, accanto ad una piccola riproduzione della venere di Milo e un tavolino a quattro gambe. Sulla sinistra, un grande armadio pieno di libri, e poco distante una piccola porticina  bianca Nel mezzo una grande scala ricoperta da un tappeto rosso.

In cima alle scale il proprietario del palazzo ci ricevette con un sorriso, e ci condusse in un’enorme sala. Non appena la vidi, per poco non urlai dalla sorpresa:  l’eleganza di quel luogo era impossibile da descrivere, un posto così non l’avevo visto neanche nei film.

Ci sedemmo ad un tavolo e i camerieri incominciarono a portarci gli antipasti di pesce.  Arrivò  il dolce, e nel frattempo era calata la sera.Ad un certo punto, Hector uscì una fotografia e me la mostrò: raffigurava una bel palazzo rosa, sul cui terrazzo vi erano delle palme giganti. Intorno c’era un grande giardino fiorito con al centro una piscina circondata da massi grigi.

«Ti piace?» mi chiese.

«Certo, perchè?» chiesi.

«E’ la mia residenza a Seattle. Andremo a vivere qui»

Spalancai la bocca.

«Non voglio che continui a vivere in un posto dove tutti ti odiano. Non voglio neanche che Maria soffra nel vederci sempre. Le ho voluto bene, e se continua a pensare a noi non potrà mai farsi una vita. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore».

«Ma tu hai dei soci qui…»

«Li ho anche a Seattle. Vedrai, sarai felice laggiù. Ti farò conoscere i miei domestici, Andree e Paul. Gli unici amici che ho».

In quel momento avvertii un forte bisogno di fare la pipì. Come succede a tutti, come ogni giorno. Forse, se non fosse accaduto, le cose sarebbero andate diversamente.

«Devo andare in bagno» dissi a un cameriere.

«E’ al piano di sotto» mi rispose lui.

Mentre scendevo le scale, sentii una voce pronunciare il mio nome. A ripensarci, ho ancora la pelle d’oca.

Mi voltai, e vidi un volto pallido.  L a luce di un candelabro illuminava  un viso di donna a prima vista sconosciuto:due occhi marroni circondati da pesanti occhiaie mi fissavano crudeli, e una bocca sottile sorrideva beffarda.

Non so spiegare come accadde: un attimo prima guardavo il volto di quella donna, un attimo dopo rotolavo per le scale. Finii a sbattere contro l’armadio dei libri, che incominciò a vacillare. Tentai di sollevarmi, ma non ci riuscii. L’armadio mi cadde addosso. Ricordo che il mio primo pensiero fu coprirmi  la pancia per proteggere la mia Bella. Poi, il nulla.

Vidi una luce infondo a un tunnel. Un lampadario giallo illuminava i miei occhi socchiusi. Mi ritrovavo in un letto bianco. Un letto bianco…delle flebo…una donna affianco a me dalla pelle pallida…un ospedale.

Un ospedale? Ma cosa ci faccio qui? Non ero in un magnifico palazzo?Ma certo…è un sogno. Ora mi tiro un pizzicotto, e mi sveglio.

Sentii una voce. La riconobbi, era Linc, il mio Linc:

«Novità, dottore?»

«Ancora niente, purtroppo. Mi auguro che chi le ha fatto questo abbia pagato».

« Maria è rinchiusa in un ospedale psichiatrico».

Maria!Era lei! In quel momento ricordai tutto. Non stavo sognando.

Bella! La mia Bella! Allungai le mani per toccare la mia pancia,trovandola piatta.

E’ nata settimina!Dov’è?

«Deve avere fiducia,mrs Lincoln si riprenderà. La ferita alla testa si è richiusa, e anche quella all’addome. Ma sono le ferite del cuore le più lunghe a rimarginarsi. Scoprire di aver perso  la creatura che portava in grembo non poter avere più figli sarà un duro colpo per lei, le stia vicino».

Quelle parole mi arrivarono alle orecchie come una doccia fredda. Mi sentii vibrare i nervi, un dolore allo stomaco forte come un pugno mi fece gridare a squarciagola. Il mio volto divenne paonazzo,le lacrime cominciarono a scorrere come un fiume in piena.

«Elena!Ti sei svegliata!» mio marito balzò davanti al mio letto e tentò di abbracciarmi, ma io mi divincolai. Il suo volto si incupì.

«Credo che sua moglie abbia bisogno di riposo » mormorò il dottore, anche lui sconvolto dalla mia reazione.

Linc mi rivolse uno sguardo gelido, e se ne andò.

I primi giorni rifiutai persino di mangiare. La notte sognavo Bella che piangeva oppure fantasticavo sulla mia vendetta nei confronti di Maria. Linc era scomparso, e pensai che mi avesse abbandonata. Quell’uomo era un enigma per me. Poi, una mattina, si presentò da me con un abito giallo in mano.

«Vestiti, l’aereo ci aspetta» mi disse.

«Andiamo a Seattle?»

«No a Parigi. Te lo avevo promesso. Andremo anche in Polinesia».

«Ah».

Il jet partì, e io ammirai per l’ultima volta New York dai vetri.

«Ho preso questa per te» mi disse, estraendo da un sacchetto un portachiavi a forma della statua della libertà, con entro dell’acqua e stelline colorate.

«E’ bellissimo» risposi, e lo baciai. Ma accadde qualcosa di strano. Mi sembrò di baciare il ghiaccio. Rimanemmo entrambi sorpresi. Calò un silenzio imbarazzante, spezzato solo grazie all’intervento di uno stewart che ci offrì delle riviste.

Il soggiorno a Parigi durò quattro giorni. Linc mi portò a vedere la statua della libertà francese, il louvre, l’arco di trionfo e la tomba di Napoleone, perdendosi nei racconti di tutte quelle bellezze artificiali. Passavamo le giornate in giro per Parigi e poi tornavamo in hotel a dormire. Durante quei momenti sembravamo di più padre e figlia.

La capitale francese era uno splendore, ma neanche quella bastò a farmi dimenticare il mio problema. A stento dovetti trattenere le lacrime quando una signora con una bimba bionda ci passò davanti mentre eravamo al ristorante, e un pensiero mi passò per la mente.

La Polinesia è un’isola bellissima, paradisiaca. Una  signora del luogo ci accolse in una capanna caratteristica, sistemando le valigie nei bellissimi armadi, poi uscì.

«Vado un attimo a parlare con lei, voglio sapere qualcosa sui ristoranti nella zona» mi disse Linc porgendomi un sacchetto di plastica «torno tra un attimo, e ti voglio trovare pronta. C’è un bellissimo mare qui».

Estrassi dal sacchetto un costume a due pezzi bianco, che mi calzava a pennello. Mentre mi guardavo nello specchio con apatia, ad un tratto vidi l’immagine di Linc dietro la porta. Aveva gli occhi fuori dalle orbite.

«Allora?Andiamo?» chiesi.

Durante quei giorni feci di tutto per stancarlo e tenerlo occupato. Ci dedicammo all’esplorazione dei fondali,esplorammo la giungla poco distante, andammo a vedere i pappagalli che vivevano tra il fogliame. Guardavamo il tramonto dal ristorante vicino la capanna, chiudendo gli occhi per annusare meglio l’odore di cocco e vaniglia, e la sera ballavamo nei locali. Non ci fermavamo mai, e quando tornavamo a casa lui aveva gli occhi rossi e stropicciati.

Arrivò il momento di partire per Seattle. Incredibilmente, riuscii a dormire per tutta la durata del viaggio. Quando Linc mi svegliò, dal finestrino del jet potei ammirare una fantastica metropoli, con un suggestivo porto dalle acque increspate baciate dal chiarore della luna. Un taxi ci condusse nella periferia della città, nella nostra nuova casa. Quando la vidi, la trovai ancora più bella di come mi era parsa in foto.

Ad aspettarci sulla soglia c’erano, fermi come due statuine, un uomo e una donna. La donna poteva avere venticinque anni, ed era grassa e brutta, con lunghi capelli biondi e con due occhi che non brillavano di intelligenza ma erano certamente buoni. L’uomo le assomigliava molto, ma era più magro e più vecchio.

«Sono Paul ed Andree More, i miei domestici» spiegò Lic.

I due domestici mi rivolsero un saluto educato, visibilmente emozionati. Notai subito che Paul aveva un tono di voce molto infemminato.

Io e Linc entrammo in casa. L’interno non era molto diverso dalla sua residenza newyorkese.

Sistemammo le valigie in camera da letto, e all’improvviso lui aprì un cassetto estraendo fuori una pistola.

«E’ una calibro cs5» mi disse orgoglioso « servirà a difenderti quando non ci sono. Ovviamente non voglio correre rischi. La terrà Paul, tu potresti farti male».

«Non sono così imbranata»replicai offesa, ma un attimo dopo capii il vero senso di quella frase. Mi infilai velocemente il pigiama e mi raggomitolai nel letto, incominciando a sognare.

Quando mi svegliai ero sola nel letto. Mi sedetti e notai con stupore una fila di petali di rose rosse che tracciavano un sentiero che andavano sin fuori la camera da letto. Cominciai a seguirle: mi portarono sino in cucina, dove una luce color crema ricopriva le pareti piastrellate sino al soffitto. L’altra porta era collegata al giardino, da cui usciva un buon profumo di fresie. Sul tavolo quadrato c’era un piatto con delle uova fritte e delle salsicce. Accanto un biglietto rosa.

Sono a New York per lavoro, ci vediamo lunedì.

«Dormito bene signora?» chiese Andree, in un angolo. Non l’avevo proprio vista.

«Sì. Grazie per la colazione».

«A dire il vero, signora, l’ha preparata il signore stamattina…»

 

I giorni seguenti passarono veloci. Potei avere modo di apprezzare la compagnia  efficiente e discreta. Mi affezionai alla loro gatta, Princess.  Tuttavia la mia mente era sempre a New York, su quelle strade. Domenica Paul venne da me e mi disse:

«Signora…devo chiederle un permesso…suo marito non sa niente, ma io e Andree dovremmo andare al matrimonio di nostra cugina…».

Colsi la palla al balzo:

« Prego, prendete pure la mercedes, vi aspetto qui stasera».

Li vidi indossare i loro abiti migliori e scomparire. Bene, potevo agire disturbata. Andai nello scantinato e trovai una corda. Me la legai saldamente al piede, poi uscii in giardino e presi uno dei grandi massi attorno alla piscina, legandolo alla corda. Mi lasciai scivolare.

Il peso del masso mi portò subito in fondo. Dopo qualche istante, il fiato mi mancò. L’acqua mi entrò nelle narici mentre dalla mia bocca uscivano bollicine di fluoro. Perfetto. Era quello che volevo: solo un altro pò, e sarei stata con la mia Bella. Chiusi gli occhi.

In quel momento una forza mi afferrò il piede, liberandolo dalla corta. Dai miei occhi socchiusi intravidi una sagoma blu scuro. Prima che potessi rendermene conto, la sagoma blu scuro mi aveva afferrata e mi stava facendo riemergere.

Una volta fuori respirai a pieni polmoni e riuscii ad aprire gli occhi. Di fronte a me c’era Hector, in lacrime.

«Cosa ci fai qui? Non dovevi tornare a casa?»

«Cosa volevi fare Elena?».

Non ebbi il coraggio di replicare, mi sentivo veramente in colpa.

«Non lo fare mai più, hai capito?»continuò fra i singhiozzi.

Gli presi il viso e lo baciai. Mi sentii ribollire il sangue e bruciare le labbra. Era quella la sensazione che cercavo da tanto tempo.

Lui interruppe il bacio per sollevare la mia gamba. Incominciò a mordermi l’alluce, solleticando la pallida pietra delle mie unghie. Quando mi ritrovai nuda tra le sue braccia, percepii quella nudità come un dono, e scomparimmo insieme verso acque più profonde.

Il sole del mezzogiorno riscaldava i nostri corpi sul bordo della piscina. Avevo la testa appoggiata sul suo petto, mentre lui accarezzava i miei capelli.

«Non credere di essertela cavata così facilmente, mrs Lincoln. Sei stata monella, e andrai punita».

Si alzò e andò nello scantinato. Comparve poco dopo con due stranissimi oggetti. Uno era un cordoncino dove c’erano delle sfere. Incominciò a passare la lingua tra le labbra della mia vulva.

«Sei pronta» disse. Sentii una delle sfere scivolare dentro di me, e mi sentii come se ogni terminazione nervosa del mio corpo sprizzasse elettricità. A quel punto prese il secondo oggetto:  era di gomma e cavo, a forma di seno. Da esso pendeva un tubicino la cui estremità prendeva la forma di una pompa. Hector me lo sistemò sul seno sinistro e incominciò a soffiare nel tubo. Notai con stupore che il seno si era ingrandito.

Ripeté la stessa operazione con il seno destro. Quando ebbe finito, sembrava come se portassi una sesta. I miei seni si erano fatti inoltre pesanti, con la punta turgida e indolenzita. Incominciò a succhiarli e a soffiarci sopra, e io mi abbandonai a quella situazione meravigliosa.

In quel momento mi estrasse le sfere dalla vagina, e lentamente si infilò dentro di me, riempiendomi. Scivola fuori da me, poi rientra, emettendo versi gutturali. Era eccitante, brutale, divino. Venne pronunciando il mio nome, e poi crollò e si fermò sopra di me. Lo abbracciai forse, e in quel momento cominciai a pensare che il nostro poteva essere un buon matrimonio. Ma ancora non sapevo quello che il destino aveva in serbo per me.

 

 

CONTINUA…………

FINE 3° CAPITOLO

 

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11 commenti

  1. monica

    sei davvero brava.. la storia é molto bella e interessante! continua così

  2. Ana x

    Ohh che piacere, la stavo aspettando e mi ci sono fatta la pausa pranzo dell’ufficio 😉
    Mi piace un casino, è anche molto raffinata come scrittura!
    Aspetto il prox
    baci

  3. Ana x

    Ahhh, ma cosa vedo maiiiiiiiiiiiii!! le virgolette “professionali” anche tu!! Bella lì, fa molto molto “scrittore serio” 😀

  4. Desi

    Mi piace un casino sta cosa! originalissima e sempre più brava anche tu a narrarla 😉

  5. cris

    Molto bello e originale. Immagino che ne vedremo, anzi leggeremo delle belle. Sei molto brava.

  6. Jessy

    ma è molto simile alla storia di C & A. il marito mi mrs lincoln ha la stessa personalità di Christian.
    cmq molto carina

    • angelica

      beh credo che questa storia sia una ruota, nel senso che christian ama il sadomaso perchè gli è stato insegnato da elena, alla quale a sua volta è stata indotta in questo mondo dal marito ecc…se ci pensiamo bene il sadomaso è un mondo sconosciuto e le cose che sappiamo su di esso sono solo grazie a parole riportate da altri 🙂 comunque in seguito si vedrà che linc è un pò diverso

  7. angelica

    …e poi ana ama cristian, mentre elena si mette con linc solo per i soldi anche se poi si affezziona a lui, ma nn lo ama

  8. evento07

    Ma il Nuovo Capitolo??? Mi intriga troppo la storia di Elena…