Fan Fiction! 50 Sfumature di.. ‘Di più’! 24° capitolo

Fan Fiction ispirata alla trilogia di E L James.

ANTHEA

Presentazione dell’autrice Anthea:

Fanfiction basata sulla trilogia “50 Sfumature  di Grigio” di E.L. James.

Ad un certo punto la storia di Anastasia e Christian prende una strada diversa da quella destinata dall’autrice E.L. James.

Per una comprensione corretta della trama si consiglia di leggere prima la trilogia completa.

Vietata la lettura ai minori.

Si ringrazia GraficViol@ per le immagini.

“Di  più” proprietà intellettuale di  Anthea autrice – Vietata la riproduzione anche parziale.

****Chi sogna di giorno conosce molte cose che sfuggono a chi sogna solo di notte**** Edgar Allan Poe.

Musiche inserite nel racconto consigliate durante la lettura.

Lettura destinata ad un pubblico di soli adulti. Questo sito non si assume la responsabilità di lettura da parte di minori.

CAPITOLO 24

L’arrivo della nostra auto nei pressi dell’Escala non passa inosservato e scatena l’agitazione tra giornalisti, fotografi, cameraman appostati davanti all’entrata.

Protetti dai vetri scuri e  in religioso silenzio nell’intimità dell’auto, osserviamo con un certo timore quel frenetico ammasso di teste, microfoni, telecamere  che  si muove in blocco sbracciandosi per raggiungerci.

 

Per fortuna il garage sotterraneo è off-limits, un cordone di sicurezza di agenti blocca tutte le entrate.

Ci fermiamo con il  SUV un po’ più  lontano dai posti macchina riservati di Christian.

Siamo giusto dall’altra parte. Taylor scende al volo per aprirmi la portiera,  e pur mantenendo la sua aria impassibile con un breve cenno di consenso  mi invita ad uscire.  Il suo atteggiamento è meno duro nei miei confronti, lo ricambio con un piccolo sorriso.

Christian mi presenta il detective Wilson e la sua collega,  detective Kami, che ci aspettano per raccogliere la mia deposizione e per cercare di ricostruire  quello che è successo.

Steve è dietro di loro, mi scuso e lo raggiungo sotto lo sguardo attento di Christian che segue le mie mosse.

So che  è contrario che si dia confidenza al personale, ma io mi sento in debito, mi ha salvata lui da quel maniaco.

Stringo la mano che mi allunga in saluto con entrambe le mie  “grazie” mimo con le labbra e lui abbassa la testa accettando.

Per terra ci sono dei segni con il gesso, alcuni birilli bianchi e rossi delimitano uno spazio e  dei pezzi di nastro colorato giallo e nero sono aggrovigliati in un angolo, uno scenario che ricorda un po’ i film polizieschi.

Immagino che fosse parcheggiata qui l’auto  dove mi hanno ritrovata; mi chiedono se mi viene in mente qualcosa,  ma io non ricordo niente.

Saliamo con l’ascensore nord, quello che porta direttamente all’abitazione di  Taylor, per ripercorrere il tragitto fatto da quel disgraziato.

Mentre ci spostiamo il  detective Wilson  ci  spiega com’è riuscito  a introdursi in casa:  ha tenuto  Gail in garage   bloccata fino a quando non mi ha vista entrare da sola. Poi minacciandola con un coltello è salito  in casa con lei.

Mi rivedo mentre entro in ascensore e Steve riparte con l’auto, ero concentrata  sui  codici e l’allarme, null’altro aveva attirato la mia attenzione.

Passiamo dalla cucina dove Gail è stata  lasciata a terra legata.

Quando attraversiamo il corridoio osservo con curiosità la posizione delle telecamere e individuo quella che mi ha permesso di accorgermi di quell’ombra sfuggente.

Stiamo per  scendere le scale, ma il gruppetto si  ferma davanti alla porta della stanza dei giochi,  ci sono dei  graffi profondi vicino alla maniglia e alla serratura.

Oh, merda….. mi sento male.

I detective e Christian discutono  sul motivo per cui Thomas abbia provato a forzare  questa porta. Poichè non ci è riuscito ed è rimasta chiusa,  Christian è irremovibile e si rifiuta categoricamente di aprirla.

Trattengo il respiro.

Wilson resta  qualche istante interdetto valutando il da farsi, poi non trovando obiezioni  non insiste e insieme alla collega proseguono per il piano sottostante.

Pfiuuu….. . Meno male.

Christian e  Taylor si lanciano un’occhiata furtiva e i loro volti si induriscono.

Credo che a tutti e tre sia sorto lo stesso sospetto, quello  che Susannah abbia  informato Thomas dell’esistenza e l’ubicazione della stanza dei giochi e questo rafforza il timore che abbia lasciato trapelare anche altro.

Arriviamo davanti alla porta blindata dove mi sono rifugiata.

C’è ancora l’odore acre del fumo che aleggia  nell’aria, misto al sentore del disinfettante che forse è  stato usato per pulire.

Christian digita  sul  cellulare. Udiamo  lo scatto della porta.

Quel particolare rumore mi riporta a  ieri sera.  Ero spaventata, ma seguivo le indicazioni che  mi dava al telefono.

Non esitare Ana, entra subito, lì dentro è sicuro”

<Dall’esterno si apre solo con un comando dal cellulare mio o di Taylor>, ci dice spingendo la porta e accendendo la luce.

<Per questo le  ho ordinato di entrare qui>,  il suo sguardo si incupisce e si rivolge a me, < poteva aprirla solo dall’interno>.

Ci mostra le serrature complicate della porta.

Il detective Wilson mi osserva con aria interrogativa ed io d’impulso metto una mano davanti alla bocca. Ritorna quel gusto acido del fumo con il senso di soffocamento.

<Ho aperto perché mi mancava l’aria, non riuscivo più a respirare. Tutto quel fumo, quell’odoraccio pungente>, mi lamento a mia discolpa. Perché mi sento in torto. Che cavolo avrei dovuto fare? Crepare qui dentro?  Mi sono buttata fuori d’istinto.

Ad un tratto la mia mente rievoca nitidamente quel momento.

Ho la nausea, l’immagine di quello sguardo dietro la maschera nera mi ritorna violento davanti agli occhi.

L’avevo riconosciuto, certo ora ricordo. Quello scintillio delle pupille, lo stesso che mi aveva mescolato lo stomaco quella sera al bar dell’ Ambassador. Quel ghigno soddisfatto. Mio Dio!

Christian si avvicina per sostenermi, mi passa un braccio intorno alla vita, si è accorto del mio turbamento.

<Vuoi sederti?>, mi chiede  preoccupato.

Impallidisco e un brivido oscuro mi scende sulla schiena.

Non gli rispondo, cerco invece di scacciare dalla mente il pensiero delle possibili conseguenze.

Ho sperato fino all’ultimo che fosse un equivoco, che potesse esserci un’altra spiegazione, invece  devo arrendermi all’evidenza. Sono sgomenta,  conscia che è tutto vero, che queste cose tremende sono successe qui, a me.

Mi sento gli occhi di tutti addosso. Oh, accidenti, odio essere al centro dell’attenzione. Inspiro forte.

<L’avevo riconosciuto, ora lo ricordo…>, blatero   per giustificarmi.

Christian mi guarda ammutolito, mi stringe di più a se.

<Calmati, va tutto bene, sei al sicuro>, mi sussurra.

<Se qui avete terminato,  possiamo accomodarci nel salone>, propone Christian per toglierci dall’impaccio.

I detective si guardano ancora un po’ in giro poi seguono Taylor  e finalmente ci spostiamo.

Già dopo qualche metro mi sento meglio e recupero la mia compostezza.

Ci sediamo  attorno al   grande tavolo  della sala e Christian resta vicino a me.

<Se la sente di rispondere ad alcune domande Mrs. Steele?>, mi chiede Wilson mentre  la sua collega prende dalla  valigetta un computer  e si prepara a trascrivere la mia deposizione.

<Sì, certo>, mi raddrizzo sulle spalle.

<Ok, procediamo>.

La detective Kami mi fa vedere due fotografie  di Thomas scattate alla centrale  per confermare il riconoscimento,  poi mi chiede di riferire  la storia dall’inizio.

Confronteranno sicuramente  i fatti con quelli dichiarati da Thomas e da Steve.

Riluttante per il timore di dire qualcosa di sbagliato che possa nuocere alla posizione di Christian e controvoglia perché sono stufa di questa maledetta storia,  prendo un respiro e mi concentro guardando la detective e le sue dita sulla tastiera.

Christian appoggia una mano nel mio avambraccio stringendolo per darmi coraggio.

Cerco di essere chiara e concisa, infine l’ho incontrato solo tre volte, che io sappia.

La prima volta alla W. & G. Publisher, per contrattare l’offerta per la pubblicazione dei miei libri, la seconda, il giorno dopo sempre a Savannah,  eravamo usciti a cena.

La terza, quando ero rientrata a Nashville, mi aveva mandato una  mail per invitarmi di nuovo a cena.

Christian aumenta impercettibilmente la pressione  sul braccio, quanto basta per farmi incontrare un’occhiataccia severa.

Merda!”     Avevamo litigato per quell’appuntamento. Ma come potevo sapere….

Mi sento in torto, forse se non avessi insistito per uscire quella sera.

Riporto l’attenzione sul detective Wilson che muove la penna tra le dita, innervosito dalla mia sospensione.

Proseguo raccontando che quella sera ci eravamo  incontrati  al bar dell’Hotel Ambassador e aveva  dimostrato un certo interesse alla mia vita privata, sapeva che Mr. Grey era il mio ex marito e mi aveva  chiesto se lo rivedevo ancora.

Un’altra occhiata di traverso e  una leggera  stretta di Christian seguono le mie ultime parole.

Faccio notare  che Thomas era indispettito  dalla presenza di Steve,  che mi aveva scortata ed era rimasto con me tutto il tempo.

Steve conferma la mia versione.

Non l’ ho più rivisto, gli ho solo  telefonato mercoledì scorso per ringraziarlo  dei fiori  che aveva  spedito al mio recapito di Nashville.

Christian stringe ancora.  Ahia.. non gli avevo detto dei fiori? Gli lancio  io un’occhiata.

Aggiungo infine che in quell’occasione mi aveva avvisata  che aveva provato a cercarmi  sia al cellulare che con mail  senza ricevere risposta.

Christian in preda al tic mano-che-pulsa  affonda i polpastrelli sul mio braccio per sottolineare la mia affermazione, poi  interviene con una smorfia di disappunto, spiegando come era successo il disguido delle mail che non arrivavano e del blocco delle telefonate.

Da questo però emerge che Thomas abbia cercato di rimettersi in contatto perché non riceveva più il segnale dal mio cellulare.

E quindi i fiori e tutte quelle belle parole…. Merda, Steele, ti fai infinocchiare da quattro moine”.

Ah, che stupida ingenua.

E ci avevo fatto anche un pensierino…. , sorvoliamo è meglio.

Insieme ai detective quindi riassumiamo:  lui mi aveva seguita subito   a Seattle sorvegliandomi tramite il segnale del cellulare. Ha avuto il tempo per studiare i movimenti della sicurezza e quando venerdì  ha letto il comunicato sull’emergenza in Sudan collegata agli aiuti umanitari della Grey EHY  si è inventato questo balordo  rapimento innescando   un falso allarme ai magazzini dove sono stivate le merci per distrarre la sorveglianza.

Quello che è successo qui all’Escala lo hanno  accertato  ieri sera ,   e mentre loro analizzano i punti deboli che hanno permesso a quel delinquente di portare  a termine il suo crimine, io  rifletto sul mio  maldestro approccio con il prossimo.

Avrei dovuto sospettare che c’era qualcosa di  losco dietro quegli atteggiamenti. E invece no, maledizione, perché sono sempre così ingenua e credulona, non riesco mai a percepire le intenzioni negative delle persone.

Non mi viene naturale avere dubbi o sospetti  e prendo delle cantonate vergognose.

Al contrario invece Christian ha un altro sistema di analisi e di solito individua  le persone ambigue. Magari lui  all’inizio è diffidente con tutti, devono guadagnarsi il suo credito.

Però la maggior parte delle volte le sue supposizioni sono esatte.

Mi riprometto di approfondire questo aspetto con il dott. Flynn e poi ritorno a concentrarmi sulle loro disquisizioni

Secondo Christian  si sono intersecate delle  coincidenze che difficilmente potrebbero ripresentarsi.  Però,  bisogna riconoscere    che è stato abile e molto scaltro nello sfruttare quelle poche lacune riscontrabili nel cordone di  sicurezza.

<Mrs. Steele, ha qualcosa da aggiungere?> mi chiede infine il detective Wilson.

Ci penso qualche istante, ho la strana  sensazione che manchi qualcosa.

Mah…, le cose più importanti sono state dette e forse è meglio non andare oltre.

<No, direi di no>.

I due detective si scambiano un’occhiata, poi Wilson prende dalla tasca un biglietto da visita e me lo porge.

<Bene, se le viene in mente altro mi chiami a questo numero, e uno dei prossimi giorni passi in centrale per firmare la deposizione>, mi dice.

Forse ha scorto la mia perplessità. Annuisco,  prendo il biglietto lo ringrazio.

I detective Wilson e Kami si congedano  e Steve e Taylor se ne vanno con loro, accompagnandoli all’ascensore.

La porta dell’atrio si richiude e restiamo soli.  In silenzio.  L’aria è carica di pena e preoccupazione.

Non ho il coraggio di affrontare nessun discorso. La gravità di quello che è successo  è enorme,  non solo per il tentato rapimento, alla fine quello si è risolto in un maldestro tentativo, quanto per le conseguenze che potrebbe avere una fuga di notizie sulla vita privata di Christian che lui ha sempre tenuto accuratamente  celata alla sua famiglia e a tutti.

Mi lascio cadere sul divano, sono disorientata,  ho come l’impressione di essere  in una dimensione  più grande,  dove non percepisco i confini e questo mi rende vulnerabile.

Trattengo il viso con le mani  in completo sconforto. Le lacrime imminenti torturano  i miei occhi ancora rovinati  dal gas, come dei grossi aghi.

Mi accorgo appena che Christian mi trascina sopra le sue ginocchia, stringendomi  dolcemente al petto.

Ancora una volta mi dimostra quanto è sensibile  ai miei bisogni.

La confidenza che mi trasmette il suo gesto, quel contatto intimo fa crollare le mie ultime difese, tutta la tensione, l’ansia, la rabbia, l’ingiustizia, il soffocamento, …. mi sommergono.

Lascio scorrere le lacrime afflitta e avvinghiata a lui  in un  pianto silenzioso sfogando tutti i miei dolori.

Piango per lo spavento del rapimento e delle sue conseguenze, piango per la preoccupazione che Max potesse essere coinvolto, piango per l’angustia di un possibile disgustoso  scandalo, piango per  aver fallito il riavvicinamento con Christian  e  per la delusione che ho letto negli occhi di Grace, piango per la disperazione  che mi provoca la decisione di vivere lontana da lui e lo  stringo ancor più forte.

Non è il desiderio del mio cuore né del mio istinto, ma la mia ragione continua a impormi questa scelta, cosciente che  insieme e vicini non saremmo mai sereni, anzi, potremmo solo continuare a farci del male.

Piango perché so che separarmi da lui, che è l’unica persona che coglie e soddisfa i miei bisogni,  sarà la fine della mia vita. Questa volta non ci sarà appello.

Straziata da questi sentimenti contrastanti piango sommessa senza vergogna.

Lui, con la voce strozzata mi ripete di calmarmi, le sue dita pettinano abili i miei capelli e  con un leggero dondolio mi culla, mi consola.

Quando, sfinita e senza lacrime alzo il viso per guardarlo ho perso la cognizione del tempo.

<Va meglio?>, bisbiglia piano come a non voler rompere un incantesimo.

Mi asciuga il volto con il suo fazzoletto  ed  io annuisco senza parlare.

Devo essere orribile, con gli occhi gonfi e stravolti, dovrei andare al bagno e darmi una sistemata, ma il pensiero di staccarmi da queste braccia è al momento insopportabile.

Anche per lui dev’essere uguale perché mi stringe nuovamente a sé, infilando il  naso tra i miei capelli.

Lo sento inspirare come faccio anch’io  con lui.

Facendo appello a tutta la mia forza di volontà cerco di spostarmi, non posso farmi  trascinare dai sentimenti che scaturiscono dalle difficoltà di questo particolare momento. Non ne verremmo più a capo.

Christian aumenta la stretta per non lasciarmi alzare  serio in volto.

<Miglioreremo le misure di sicurezza, nessuno potrà far del male né a te, né a Max>, mi sussurra.

Lui ha a cuore il nostro benessere, è sempre il suo primo pensiero. Ma non c’è solo quello.

<Sono preoccupata per lo scandalo che potrebbe compromettere la tua persona, la tua credibilità>, dico con un filo di voce <mi dispiace Christian, dovevo accorgermi subito che era un poco di buono>.

<Non cercare questa responsabilità, quando lo hai conosciuto  non potevi avere i  presupposti  per dubitare di lui  e dopo sono subentrate congetture che ti sfiorano appena.> Mi scosta una ciocca di capelli portandola con delicatezza dietro all’orecchio.

<Piuttosto era mia l’incombenza di tenere sotto controllo Susannah  che invece ho incautamente trascurato quando ho cercato di separarmi dal mio vecchio… stile di vita>, aggiunge con un tono aspro di rammarico.

Immagino a che livello sia il suo risentimento per questo ritorno  inaspettato del suo passato, per di più  aggravato dalla considerevole minaccia che diventi di dominio pubblico.

<Non temi lo scandalo?>

<Vedrai che Welch e i ragazzi faranno in modo che non succeda. E comunque troveremo una soluzione. Ma in questo momento niente è più importante della vostra incolumità….. E’ per voi due la mia preoccupazione più grande>, mi prende il mento tra le dita alzandolo verso il suo viso.

<Passiamo oltre, Ana, per favore. Cerchiamo di lasciare questa storia ai margini della nostra vita. E’ impossibile dimenticarla perché incrocerà le nostre strade per molto tempo, però possiamo evitare che sconvolga le nostre abitudini>, mi guarda comprensivo e con… amore sì è amore quello che leggo nei suoi occhi.

Posso far finta di non vederlo e cercare altre mille scuse per non accettarlo, ma il  suo amore è qui,  tangibile, sento il calore che mi avvolge.

Oh, mio Dio perché è così difficile?”

<Vieni, iniziamo subito. Andiamo a mangiare>,  propone  a un tratto, guardando il suo orologio, sono  quasi le due del pomeriggio.

<Non hai fame?>,  mi chiede  rimettendomi in piedi e dandomi una sonora pacca sul sedere.

Un semplice gesto che tra noi vale come un  messaggio cifrato. L’atmosfera si fa più leggera  e ci sorridiamo a vicenda.

<Per la verità ho tanta fame>,  il mio stomaco brontola sentendosi chiamato in causa.

E’ da ieri  a mezzogiorno che non faccio un pasto degno di quel nome, ma prima di mangiare voglio chiamare i miei genitori e Emma.

<Dov’è il mio telefono?> chiedo a Christian, credo di averlo abbandonato nella stanza blindata.

<Ti ho fatto portare in camera le tue cose, anche il cellulare. Se vuoi chiamare i tuoi>,  mi dice mentre  va in cucina per mettersi d’accordo con Gail per il pranzo.

Porca miseria…. mia madre,  è quella che mi impensierisce di più.

Recupero il cellulare  e la chiamo, mentre lo sguardo si ferma sul riflesso dello specchio nella mia camera. Inquietante.  Pallida, gli occhi rossi e gonfi, i capelli scompigliati.

Dovrei darmi una sistemata. La risposta all’altro capo del telefono mi distrae.

<Tesoro…>

<Pronto, mamma>,  appena sente la mia voce ancora un po’ rauca,   inizia a piagnucolare. Mio Dio è sempre così emotiva.

Ci impiego un po’ per confortarla e le prometto che domani la richiamerò insieme a Max.

Con Emma me la cavo meglio. E’ a New York, distratta dalla raccolta fondi, forse non ha neanche capito la gravità di quello  che  è successo e si accontenta di sentire le mie rassicurazioni. Avrò tempo di spiegarglielo quando ci ritroveremo di persona.

Ray invece devo convincerlo a più riprese che la situazione si è risolta ed è sotto controllo.  Mi incalza  in maniera esasperata sui dettagli dell’aggressione. Non se ne capacita ed è preoccupato che possa ripetersi.

Christian, che è appoggiato con un braccio  sulla porta ad ascoltare l’ultima parte della conversazione, ridacchia con uno sguardo comprensivo.

<Credo che ti avrei fatto lo stesso interrogatorio se ti fosse successo lontano da me>, mi dice quando chiudo la comunicazione.

Ah, bene. Sono coalizzati contro di me”.

Mi viene istintivo alzare gli occhi al cielo.

Oddio! Me ne  pento subito.

Christian aggrotta la fronte,  ma il rimprovero che trovo nel suo sguardo è indulgente.

<Non provocarmi, per favore>, dice con quel tono caldo   che arriva direttamente al mio basso ventre risvegliando all’istante il desiderio  inestinguibile che ho di lui.

Trattengo la piacevole scossa che mi scatena dentro  e cercando di fare l’indifferente, sguscio fuori  e arrivo  al bancone della cucina glissando il suo sguardo intenso  e minacciosamente seducente che mi insegue.

No, no, non farlo Christian, per l’amor del cielo non rendermi le cose più difficili”.

Un pensiero mi martella dentro. Devo andarmene al più presto da qui.

Gail è ai fornelli e  sta mettendo nei piatti  dei filetti di salmone con un’insalata di misticanza e carote.

<Ana… Mrs. Steele..>, balbetta imbarazzata accorgendosi che Christian sopraggiunge dietro di me, < mi dispiace… non sono riuscita ad evitare di portarlo in casa e neanche ad avvisarti del pericolo>, mi dice costernata mentre mi porge quel piatto invitante.

<Per carità, Gail, non sentirti in colpa>.

D’impulso la raggiungo e  l’abbraccio per rassicurarla, anche per lei è stata una dura prova.

Christian apre una bottiglia di vino e ci fissa da sotto le lunghe ciglia.

<Devi aver preso uno spavento anche tu?>.

Chi meglio di me può capirla.

<Ero terrorizzata per quello che ti poteva fare>,  mi dice dispiaciuta <avevo capito che non aveva cattive intenzioni con me. Poi mi ha legata come un salame….> si gira verso Christian stringendo le labbra, come se avesse detto troppo.

Giro lo sguardo sbieco su di lui. “Cosa non mi hai ancora detto Grey?”

Christian versa piano  il vino in due calici senza mascherare il fastidio.

<Quel fottuto bastardo  vi ha legate con delle tecniche usate per il bondage, usando una  corda particolare in canapa>, rivela  senza neanche provare a tergiversare.

<E’ stato questo il primo indizio che mi ha fatto dubitare che non fosse un delinquente qualunque. Ho riconosciuto la particolare legatura che aveva fatto a te,  poi  Taylor ha trovato anche Gail  legata e mi ha spedito una foto. E’ stata la conferma  ai miei sospetti>, stringe le spalle, spazientito <basta, per oggi non voglio più sentir parlare di questa dannata storia e di quel fottuto bastardo>, sbotta seccato liquidando con un gesto la questione.

<Anastasia, per favore, possiamo mangiare ora?> mi rimprovera con un tono al limite della sopportazione.

Mi arrendo alla fame e alla consapevolezza che Christian, prefiggendosi di proteggermi, non mi dirà mai tutto quello che mi succede intorno.

Gail poco dopo se ne va lasciandoci in bella vista una ciotola di frutta fresca tagliata a pezzi.

Una voce calda ed eterea canta in sottofondo una cover di Where do i begin.

Mi appoggio allo schienale  con un sospiro e bevo un sorso di vino bianco. Mmm… buono, è fresco, guardo l’etichetta della bottiglia, è il Sancerre, tra i suoi preferiti.

Senza volere i miei occhi si incantano sulle sue labbra e  il ricordo della sua bocca che appoggiata sulla mia mi versa dentro  il vino mi invade. Chiudo un instante le palpebre, inghiottendo.

Maledizione Steele, che gusto ci trovi a tormentarti?” mi chiedo senza riuscire a togliermi di dosso la voglia di sentire  nuovamente quelle labbra sulle mie.

Riporto l’attenzione al mio piatto e mangio piano e in silenzio , consapevole  che segue le mie mosse di sottecchi.

Nessuno dei due  si decide a parlare,  sappiamo che si sta avvicinando il momento di discutere sul nostro futuro.

Finisco per prima, pulisco il piatto anche dalle briciole più piccole, però non mi sento sazia e sbircio con interesse la ciotola di frutta.

Lui mi rivolge un sorriso  complice. Approva.

Giro dietro al bancone e prendo due coppette di vetro colorato. Ci metto dentro qualche cucchiaio di frutta e cerco nel freezer il gelato. Sono sicura di trovarlo.

<Vuoi anche tu il gelato?> gli chiedo per rompere il silenzio.

<Sì, ottima idea, grazie>.

Osserva i miei movimenti stringendo il mento tra le dita, dubbioso.

Non si decide a parlare.

Va bene. Faccio io una domanda  che mi ronza in testa da un po’.

Un particolare che non mi quadra nella ricostruzione che abbiamo fatto.

<C’è una cosa che vorrei chiederti> provo a sondare la sua disponibilità.

Mi guarda un po’ sulla difensiva.

<Ok>.

<Non arrabbiarti, vorrei tornare sull’argomento di prima>.

Un’ombra di sollievo passa sul suo viso.

<Ok, non mi arrabbio>, smorza un mezzo sorriso rassegnato.

Mangio qualche pezzetto di frutta e gelato, cercando di formulare la mia domanda.

Buonissima mi rinfresca la gola.

<Prima non abbiamo riferito ai detective delle fotografie con le minacce che hai ricevuto. Io, per essere sincera,  me ne sono dimenticata, ma tu?…  È molto strano che tu non le abbia aggiunte alle aggravanti di Thomas>.

Alt! La reazione al mio interrogativo non è quella che mi aspettavo.

Resta con il cucchiaio di frutta a mezz’aria. Mastica piano quello che ha in bocca lanciandomi un’occhiata furtiva. Sembra a disagio.

Oh, no! Cos’altro c’è sotto?”

<Se non ricordo male due sono state scattate il sabato mattina che siamo andati a correre in spiaggia>, chiarisco,  poi  aspetto la sua conferma.

Lui annuisce, appoggia il cucchiaino e sposta la coppetta in mezzo al tavolo. E’ ancora piena. Inspira forte.

<E un’altra che mi ritrae venerdì pomeriggio,  mentre rientro a casa di mia madre, dopo il nostro incontro all’Hilton >, proseguo con la descrizione dei fatti.

Annuisce di nuovo. 

<Ne hai ricevute altre?>

<No!> risponde secco.

<Venerdì pomeriggio non avevo ancora detto il mio vero nome a Thomas, gli avevo dato solo il numero di telefono, che per inciso era intestato a Emma, come tutto il resto. Solo quella sera, al termine della cena, gli ho rivelato  il mio nome esatto. Non mi tornano i tempi, come ha fatto a scattarmi quella fotografia se non sapeva neanche chi ero?>

Sospira e scuote con un moto di irritazione la testa, ma non risponde.

<Christian, voglio la verità, non nascondermi quello che mi riguarda. Per favore>, chiedo fervidamente.  Voglio solo capire.

Sono certa che  lui abbia delle risposte da darmi, ma  non noto nessuna intenzione da parte sua a parlare.

<Le cose sono due>, proseguo la mia analisi, < o Thomas mi ha seguita già la prima sera fino a casa di mia madre, sospettando  la mia vera identità, ma dubito molto che sia andata così.  Oppure le fotografie e le minacce sono opera di qualcun altro>.

Forse Taylor o Welch hanno già individuato il responsabile, ma perché questa reticenza, cosa mi nasconde.

<Per la miseria Christian…>, sbotto <sono reduce da un’aggressione e un tentativo di rapimento e mi sembra di aver affrontato con coraggio tutte le conseguenze.

Vorrei conoscere le stesse cose che sai tu sui pericoli che dobbiamo affrontare. Chi è che ci minaccia, perché vuoi tener segreta la sua identità, cosa c’è di tanto grave che io non possa sapere?>, la raffica  repentina delle mie domande lo spaventa. Sembra smarrito.

C’è una supplica silenziosa nel suo sguardo.

Quei   stupendi e luminosi occhi grigi m’implorano inquieti.

Mi dispiace, voglio sapere. Lo tormento ancora.

<E’ qualcuno di cui aver veramente paura, vero? Qualcuno di pericoloso che può arrivare a farci del male, qualcuno…..>

<No, no…. Basta smettila!>, interrompe bruscamente il mio delirio di domande.

<Calmati per favore, non c’è ….. non ci sono….. insomma, non so come dirtelo, non voglio che ti arrabbi>, incespica sulle parole, ancora titubante.

OK, aspetto questa spiegazione che non arriva e che dovrebbe farmi… arrabbiare.

Ma io sono già arrabbiata.

No, non è vero. Non sono arrabbiata.

Sono impaziente, voglio sapere cosa mi succede intorno.

E sono preoccupata perché…  perché  sono rimasta sola con lui, sento la terra che brucia sotto i piedi  e non so se riuscirò a mantenere tutto quello che mi sono prefissata.

<Christian…?>, lo sollecito ancora.

<Quelle fotografie… non le ha mandate nessuno….>, dice con un filo voce <per questo non ne ho parlato con i detective…> ammette lasciandomi esterrefatta.

<Non le ha spedite quello stronzo di Thomas e nessun altro>.

Si passa nervoso le mani tra i capelli e resta a fissarmi guardingo, come fosse pronto a schivare un mio attacco.

Cosa significa?”

Mi ci vuole qualche secondo per convincermi di aver capito quello che ha detto.

A che  cosa sono servite quelle fotografie, come ha fatto ad averle?

<Da dove arrivano allora?> chiedo con un tono di voce   più mite.

<Sono scatti presi dalle registrazioni fatte dagli uomini della sicurezza. Quando siamo in spazi aperti riprendono quello che ci circonda, per poi esaminarlo minuziosamente in cerca di cose o persone che sono sfuggite al controllo visivo>, cerca di spiegarmi.

Oh… quindi se ho ben capito siamo costantemente filmati. Alla faccia della privacy, se si avvicina qualcuno che non gli comoda lo viviseziona per sapere chi è?

<Non capisco ancora…. Chi e perché?> insisto un po’ spazientita.

Continua a girarci intorno senza dirmi niente di concreto.

<Quelle fotografie le ha fatte Taylor su ordine mio>, confessa  scrutando intensamente la mia  reazione.

Assorbo la rivelazione impassibile.

Ah… anche Taylor coinvolto, questo da lui non me lo sarei aspettato”

<A che scopo farmi credere che erano delle minacce?> mentre lo chiedo elaboro anche la risposta “per controllarmi….  per convincermi  a trasferirmi qui…” .

Impallidisco.

Non può essere arrivato a tanto.

<Tu eri così…. incerta, continuavi ad indugiare… e io ti volevo qui, a Seattle.>

Si passa ancora  le mani tra i capelli, nervoso. < Sentivo che solo riportandoti qui con Max avrei avuto un’opportunità. Ho escogitato con Taylor di farti vedere quegli scatti per metterti… alle strette e farti decidere di raggiungermi qui>.

Oh, Cristo Santo! E’ proprio così,  si è preso gioco di me. Mi ha spaventata per farmi mollare tutto e salire su quell’aereo di corsa.

Lo guardo furiosa e lui schiva la mia occhiataccia abbassando lo sguardo.

<Christian!>, lo richiamo con la voce che si incrina esasperata.

Ho anche un altro sospetto.

<Centra anche l’appuntamento con Thomas?>, gli chiedo mettendomi le mani sopra la testa con disperazione.

<Ana, avrei fatto qualsiasi cosa, anche di peggio se necessario, credimi>,

mi fronteggia   trascurando platealmente l’ insinuazione,

< volevo a tutti i costi che tornassi a casa…. a tutti i costi. Ti volevo qui… ti voglio qui>, confessa senza pudore, guardandomi immobile e risoluto, chiaramente in linea con il suo obiettivo. Mi vuole qui.

Ricordo bene di aver tergiversato prima di acconsentire di tornare a Seattle. E quando avevo deciso di accettare non gliel’ho detto subito. Sarebbe bastato anche un semplice messaggio e forse  non avrebbe avuto motivo di inventarsi tutta questa sceneggiata con le fotografie. Maledizione! Maledizione!

<Io.. io… avevo già deciso  di accettare, solo non ho avuto il tempo di dirtelo.  Esitavo perché ero preoccupata di incontrare… il passato. Non mi sentivo pronta>, farfuglio  scusandomi, sono costretta a cambiare approccio, mi sento in parte responsabile.

Certo che anche lui, cavolo, ha  impiantato  una menata  con la sicurezza per rendere tutto più credibile. Neanche poco gli sarà costata tutta la messinscena.

Oh, mio Dio!”  Tutto a un tratto mi è chiaro.

<Christian…. è per questo che ieri avete allentato la sicurezza?>

Se quelle minacce erano inesistenti, loro eseguivano solo una sorveglianza di routine.

Ecco un altro tassello che va al suo posto. Mi sembrava improbabile che avesse deciso di spostare Steve dalla mia sorveglianza.

<Sì, ma non è una scusante, è stato un madornale errore, >, ammette con rammarico <un madornale errore che non  accadrà più, te lo assicuro> ripete senza trovare pace.

<Oh, ti prego, non ritorniamo su questo>, non è giusto che si senta in colpa e mi dispiace vederlo così abbattuto.

Passano in secondo piano anche le minacce fasulle. Dovrei essere infuriata, me la sono presa per motivi meno gravi che l’esser stata manovrata con l’inganno, e invece…  scoprire che si è inventato tutto quell’intrigo per farmi tornare a casa, ha detto proprio così, a casa.. tutto questo mi lusinga, e ancora una volta mi sorprende. Fino a dove è disposto a spingersi?

E con la complicità di Taylor!  Taylor! Accidenti. Stringo le labbra per non sorridere. Dev’essere l’effetto contrario della disperazione, vorrei lasciarmi andare a una  gran risata.

Ed io  che cerco di  convincermi che mi lascerà andare senza opporre tanta resistenza, che povera illusa.

Non gli sfugge il mio momento di debolezza, ha capito che non ce l’ho con lui, anche le sue labbra si increspano in un sorriso trattenuto e ne approfitta, come un falco,  per avvicinarsi. 

<Non sei arrabbiata?>, mi chiede con una punta di timidezza, guardandomi con quell’intensità che attorciglia le budella.

<Sì, No… Non so!>,  “Merda, sono in confusione” <Non lo so>, ripeto <mi sembra tutto così assurdo>.

Sorride e mette una mano sulla mia.

Allarme rosso, tentativo di accorciare le distanze”.

Però non ho il coraggio di sottrarre la mano alla sua presa. Mi limito a guardarlo circospetta.

< Ana, davvero avevi deciso di   raggiungermi?>, mi chiede ispirando.

Strofina il pollice sul dorso della mia mano. Cerca una rassicurazione di cui avvantaggiarsi.

Lo fisso inespressiva cercando di mascherare quello che mi  scatena dentro, non posso concedergli troppo.

<Sì!> ammetto un po’ spazientita, <sai che per certe scelte ho bisogno di un po’ di più tempo per riflettere>, stringo le spalle per avvalorare la mia giustificazione.

Tira un sospiro di sollievo, e annuisce. <Non sai quanto sono felice e cosa significa per me averti qui>.

No, no non va bene così,  questa situazione mi ha messo allo scoperto, sono troppo vulnerabile, devo trovare un modo.

L’attacco è la miglior difesa” mi suggerisce insidiosa la mia vocina.

<Christian, avevi detto che eri d’accordo che le nostre vite si separassero e prendessero strade diverse, ma questi non mi sembrano i presupposti giusti per iniziare….>, mi ferma aprendo l’altra mano davanti, e serra un istante le palpebre,  sembra che stia contando fino a dieci, o pregando?

Mah… non lascia trasparire niente è controllato.

<Veramente ti ho solo chiesto se era quello che volevi….. E ora te lo chiedo di nuovo. E’ ancora quello che vuoi?>, sibila  con la voce che tradisce la sua ansia.

E no! Cazzo!    E’ l’unica domanda che non doveva farmi. Che cosa gli rispondo e come gli rispondo? Se lo guardo negli occhi capirà, se abbasso lo sguardo ancora peggio.

Alzo il viso, sostenuta fissando davanti nel vuoto. <Sì, è quello che voglio>, mento spudoratamente, con la disperata speranza di trarlo in inganno.

Incassa impassibile,  poi stringe  leggermente il labbro inferiore tra i denti.

Non guardare quella bocca. Tieni duro. Inghiotto a fatica.

<Ok, io non ho intenzione di costringerti a fare quello che non vuoi. Hai la mia parola. Volevo solo che mi aiutassi a sistemare alcune cose, ma se mi dici che non te la senti, che non vuoi va bene lo stesso>.

Alza le sopracciglia e mi guarda  enigmatico con aria di sfida.

Vigliacco, bastardo, fa leva sulla mia curiosità. Lo sa che non resisto davanti a una sfida.

No! Non accettare, non ascoltarlo”

Non farà niente di cui tu non sia d’accordo” me lo aveva detto anche Grace.

Faccio un rapido calcolo di tutte le conseguenze  che innescherà il mio assenso  e malgrado sia un terribile e interminabile elenco la mia bocca si apre formulando la domanda più stupida che potesse  fare.

<Ho la tua parola?>

<Sì, te l’ho detto Ana. E’… è rimasto in sospeso il nostro appuntamento di ieri pomeriggio>, mi dice  scrutando il mio viso con una lunga occhiata speranzosa.

Appuntamento?” Io pensavo che ci fossero solo carte da firmare.

<Hai pronti i documenti da firmare?> , gli chiedo un po’ sbalordita. E’ a questo che si riferiva?

<I documenti?>, ci pensa un istante sorpreso, < sì, li ha mio padre. Ah, non è per quello che dovevamo incontrarci> mi chiarisce con un mezzo sorriso intuendo il mio equivoco.

Accidenti e allora?”

<Vieni!>, m’invita   tendendomi una mano.

Tentenno un attimo dubbiosa prima di accettare.

 

Christian

Anastasia si lascia condurre senza resistenza fino alla porta della mia camera, quando sto per aprirla però sento la sua mano  che si ritrae irrigidita.

 

Oh… Cristo, cosa c’è che non va?”

<Christian, cosa  vuoi fare?> mi ammonisce  contrariata e scuotendo la testa per negarmi  il suo consenso.

La guardo  sorpreso. Certo, che stupido, mi ha sicuramente frainteso, la sto portando in camera senza darle spiegazioni.

<Non voglio approfittarmi di te…. Niente… sesso..>, mi giustifico stringendo appena le spalle, <  Fidati per favore.  Vorrei fare una cosa e ho bisogno del tuo aiuto>, la rassicuro fissando i suoi meravigliosi occhi azzurri che sondano incerti dentro i miei.

Sono sincero Ana, voglio riconquistare il mio posto , ti voglio al mio fianco e farò tutto quello che è in mio potere perché questo accada, ma non ti costringerò a fare niente contro la tua volontà.”

Concentro con intensità questo pensiero su di lei, sperando che lo possa percepire.

<Entra, voglio solo restituirti quello che è tuo>, insisto con un piccolo sorriso.

Lei mostra ancora un po’ di titubanza, poi mi asseconda,  mi segue guardandosi in giro circospetta mentre ci avviciniamo al comodino.

Sono nervoso, ho pensato tante volte a questo momento durante questi anni e ora…. che finalmente è arrivato, che lei è qui….. Gesù,  mi spaventa l’intensità di quello che provo.

Devo assolutamente crederci,  so che mi ama, lo leggo nel suo volto ogni volta che mi guarda, anche prima, malgrado  quello che le ho rivelato ho trovato la sua comprensione e il suo  amore.

Esito ancora cercando le parole giuste e incrocio il suo sguardo sorpreso e curioso.

Sposta una ciocca dietro un orecchio e piega la testa con quell’atteggiamento di attesa. E’ adorabile. La vista delle  sue labbra morbide appena schiuse mi fanno gemere.

Sto impazzendo dalla voglia di baciarla, è da stamattina, quando uscendo dal bagno  ho trovato il suo sguardo carico di desiderio,  che non riesco ad avere pace.

No. Non ora, devo  controllarmi ad ogni costo, non è questo il momento.

Sfodero uno dei miei sorrisi riservati e ambigui per non farlo  trapelare.

<Non sono bravo con le parole…>, mi scuso anche per  farmi coraggio.

Maledizione, cosa mi prende? Ho il cuore in gola come un’adolescente.

<Vorrei aprire insieme a te questo cassetto, è solo un gesto simbolico, magari anche patetico se vuoi, ma ci tenevo a farlo con te. Ci sono i tuoi gioielli dentro, quelli che io ti avevo regalato  e tu…  tu hai abbandonato quel giorno che te ne sei andata. Vorrei solo che  li riprendessi. Sono tuoi, ti appartengono>, le spiego senza particolare enfasi , non voglio spaventarla.

Sento dal suo respiro accelerato che l’ho coinvolta, ma resta caparbia dietro la sua maschera sostenuta, come prima,  quando la sua bocca ha detto “Sì, è quello che voglio” e il suo corpo diceva tutto il contrario.

Mi hai mentito Ana, mi stai torturando e questa è la mia sottile vendetta. Voglio farti capire quanto è grande il nostro amore.”

Inspiro, è arrivato il momento. Prendo la sua mano, è fredda e contratta, gliela stringo  nella mia che invece è calda e impaziente. L’avvicino al cassetto, lo apriamo insieme,  togliamo il cofanetto di velluto blu e lo appoggiamo sopra il piano.

<Aprilo..>, le chiedo dolcemente liberandola dalla mia tenuta.

Lei mi osserva per un attimo,  indecisa, poi apre il coperchio.  Sopra di tutti c’è il braccialetto charme, l’ultimo regalo che le avevo fatto per il suo compleanno. Era stato  lungamente meditato, ricordo il tempo che avevo impiegato per scegliere i piccoli  monili con cui imprimere i nostri momenti più belli.

Ana appoggia  sopra il bracciale le sue dita affusolate segnandone i contorni, senza trovare il coraggio di prenderlo.

<E’ stupendo>, mi dice a voce bassa e roca dall’emozione, stringendo le palpebre, <ne avevo portato con me un bel ricordo>.

Sospira e anch’io mi ritrovo a lasciar andare il fiato che trattenevo.

Metto da parte il mio turbamento e   le asciugo le due lacrime che scivolano sulle sue guancie.

<Non piangere, Ana, non era questa la mia intenzione, per favore>, la supplico <avrei potuto riconsegnarteli in tanti modi, anche semplicemente  farteli ritrovare in camera, ma non sarebbe stata la stessa cosa>.

Geme e annuisce silenziosa.

Le metto una mano sulla spalla e l’avvicino a me, con l’altra tolgo i gioielli dalla scatola e li guardiamo  uno ad uno, mentre riaffiorano i ricordi dei momenti indelebili  che li  hanno accompagnati…  il ballo in maschera con gli orecchini di diamanti, la rimessa piena di fiori e la mia dichiarazione con l’anello di fidanzamento, la colazione della nostra prima mattina a Londra con l’Omega di platino, la passeggiata  tra le strette vie acciottolate di Saint-Paul de Vence con il braccialetto in filigrana e diamanti, il nostro matrimonio….  – e qui sinceramente sto per andare in crisi anch’io e tiro dritto a concludere-   con la fede di platino.

Poi li ripongo nuovamente nella scatola e gliela consegno tra le mani.

<Per favore, lasciali vivere con te>, la prego  senza nascondere quanto desidero che accetti.

Trattiene il portagioie con aria trasognata,  lo sguardo perso ancora dietro ai ricordi.

All’improvviso sembra riaversi, i suoi occhi si spalancano guardinghi. Fa un respiro profondo per ricomporsi.

<E’ un colpo basso Christian> protesta con la voce stridula asciugandosi altre due grosse lacrime  che le rigano le guance <non è giusto che tu faccia leva sui sentimenti in questo modo. Io… ti aiuterò sempre… ma non cercare  di ricattarmi con le emozioni per farmi cambiare idea. Non possiamo restare insieme, vedrai sarà dura all’inizio, poi ci abitueremo.>, mi rimprovera risentita, assumendo un’aria severa.

E’ la reazione che mi aspettavo, conoscendo  la sua tenacia.

La battaglia che combatte con se stessa è palese e trattengo un sorriso divertito per non farglielo capire.

Oh, piccola, i tuoi artigli  si stanno accorciando, non graffiano più.”

<Ne sei convinta?> la stuzzico ancora. Mi piace vederla lottare.

Mi fulmina con un’occhiataccia <Sì!>  risponde tentando di convincermi.

<Okay, comunque io non ti ho chiesto niente. Volevo solo che ti riprendessi quello che è tuo.> chiarisco con semplicità per ridarle spazio.

Meglio non esagerare, vorrei riportare l’atmosfera a uno stato neutro.

Lei mi guarda ancora con un velo di sospetto, poi la sua espressione cambia, i suoi tratti si distendono. Stringe forte  tra le mani il cofanetto blu.

<Va bene Christian, se ci tieni così tanto li porterò con me>.

Ana, Ana, non sai  quello che stai portando con te.

Non ti dirò  che quel dannato giorno dentro quel cassetto  avevo rinchiuso  anche il mio cuore e la mia anima e volevo che fossi tu a liberarli per restituirteli,  perché ti appartengono.”

Siamo vicini, terribilmente vicini. Sto facendo un grande sforzo per dominare l’impulso di  baciarla, sarebbe la mia rovina, so  che poi non riuscirei a fermarmi.  Ma le ho fatto una promessa che voglio mantenere e poi ho in serbo un’altra cosa.

<Non ci sono colpi bassi o ricatti, solo che  non mi sono ancora arreso, Ana, userò le mie armi per farti cambiare idea, senza costringerti a niente che tu non voglia> le ribadisco con una punta d’ansia, sperando di solleticare di nuovo la sua curiosità.

Non fermarmi, ti prego, non respingermi”.

<Cos’hai in mente ora?> mi chiede con un sospiro,   la sua voce tradisce una punta di insofferenza.

<Mi dai ancora una possibilità? Vorrei portarti in un posto>, alzo  le mani per rassicurarla, la sua reazione  è istantanea, subito pronta  a obiettare <nessun trabocchetto, tutto alla luce del sole>, mi affretto a dirle prima che si metta qualche strana idea in testa.

Soppesa la mia richiesta incatenandomi  con lo sguardo dentro ai suoi occhi indagatori.

<Quando?> mi chiede all’improvviso.

Pensavo di trovarla reticente e invece la sua domanda mi lascia piacevolmente sorpreso.

<Tra…… mezz’ora?>  è il tempo che mi serve.

Incrocio mentalmente le dita e tutto  il  possibile immaginabile.

<Okay, vorrei andare in camera mia per darmi una… sistemata>,  mi rivolge un   docile sorriso  lasciandomi a bocca aperta.

Sì, ha detto di sì? Di cosa ti stupisci Grey? Lo sai che è una ragazza coraggiosa. Chiudi  quella dannata  mascella e rispondile cazzo”.

<Certo, certo…., ti aspetto nel salone>, farfuglio ancora incredulo.

Conosco bene la sua esigenza di voler  prendere le distanze  per riflettere e sono felice che questo accada. Vuol dire che sta ancora valutando la sua decisione. Stringo i pugni con forza  e prego mentalmente che sia così.

Guardo la sua bella e sinuosa figura che esce dalla mia stanza, dritta e impavida. Ne assaporo ogni parte.

Ho bisogno di averla al mio fianco, non posso pensare di poter vivere separato da lei.

Chiamo subito Taylor  che risponde al primo squillo, <E’ tutto pronto?>

<Sì, signore!>, risponde con la sua solita efficienza.

<Bene. Raggiungici tra mezz’ora>, gli ordino.

 

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77 commenti

  1. Giulia

    Anthea dove sei, cosa e’ successo? Mi sento abbandonata …….sigh!!!!

  2. Paola

    Cara Anthea capisco tutto ,impegni vita personale ,ma mi sembra che anche con noi hai preso un impegno,che ti diamo grosse soddisfazioni leggendo volentieri il tuo romanzo….e allora pubblica il 25 capitolo che noi leggeremo tutto d un fiato a presto

    • Anthea

      Cara Paola ti assicuro che anche questa settimana mi sono impegnata per scrivere il capilo. Un po’ di pazienza…. baci 🙂

  3. Ida

    Perché non c’è ancora il capitolo? Anthea dicci qualcosa ?

  4. sisi

    Anthea hai creato un mostro! è da stanotte ke ogni tanto controllo se hai pubblicato il nuovo capitolo…
    sono in crisi d’astinenza aiutoooooooooooo! 😀

  5. cri

    Ragazze un pò di comprensione ci vuole!il giorno prestabilito è il sabato ma l’ora non è stata mai decisa!potrebbe anche farlo pubblicare stasera senza nessun problema!è vero ha preso un impegno però ossessionandola così le facciamo perdere il piacere di fare questa cosa e sarà costretta a scrivere con l’ansia e il pensiero di noi subito pronte ad allarmarci!basta avere solo un pò di pazienza 🙂

  6. Rosy

    Complimenti vivissimi x la tua storia 😀 mi regali sempre tantissime emozioni!!! ma ti prego non tenere Christian e Ana separati ancora a lungo, è una sofferenza colossale!! Aspetto con ansia il prossimo capitolo… Bacioni 😀

  7. Sury

    Anthea seia fantasticaaaaaa….quanti capitoli mancano alla fine della storia?!

    • Anthea

      Grazie Sury, scusa ho visto solo oggi il tuo commento.
      Penso tu abbia trovato anche il 25 e ultimo capitol, è stato pubblicato sabato scorso.
      Buona lettura ciao