Fan Fiction ispirata alla trilogia di E L James.

ANTHEA

Presentazione dell’autrice Anthea:

Fanfiction basata sulla trilogia “50 Sfumature  di Grigio” di E.L. James.

Ad un certo punto la storia di Anastasia e Christian prende una strada diversa da quella destinata dall’autrice E.L. James.

Per una comprensione corretta della trama si consiglia di leggere prima la trilogia completa.

Vietata la lettura ai minori.

Si ringrazia GraficViol@ per le immagini.

“Di  più” proprietà intellettuale di  Anthea autrice – Vietata la riproduzione anche parziale.

****Chi sogna di giorno conosce molte cose che sfuggono a chi sogna solo di notte**** Edgar Allan Poe.

Musiche inserite nel racconto consigliate durante la lettura.

Lettura destinata ad un pubblico di soli adulti. Questo sito non si assume la responsabilità di lettura da parte di minori.

CAPITOLO 21

VENERDI

<Chi era il tuo nemico oggi Grey? Eri indiavolato>, mi dice Bastille srotolando le fasce dalle mani, senza riuscire  a reprimere del tutto un piccolo ghigno.

L’ho messo in crisi assestandogli un paio  di mosse  giuste, stamattina ero in forma e gli ho dato filo da torcere.

<Sei tu che ti stai rammollendo>, lo schernisco con la solita battuta, <dovrò cercarmi presto un altro partner>.

Lui ride per nulla intimorito dalla mia  minaccia e  infila guanti e casco nello zaino.

<Domani mattina verrò  più tardi, facciamo per le otto>, mi avvisa salutandomi e uscendo dalla palestra.

Un’ora di kick boxe con Bastille riesce solitamente a farmi sfogare l’energia repressa, invece mi sento ancora irrequieto. Ho ancora un po’ di tempo a disposizione  e  decido per una corsa in salita sul tapis roulant.

E’ stata proprio una scelta azzeccata quella di inserire  queste macchine  in palestra,

volevo offrire  ad Ana un’ alternativa  che non le facesse troppo rimpiangere la corsa all’aria aperta e  da come  si diverte credo di esserci riuscito.

Quando mi sento arrivare finalmente allo stremo e le ginocchia si induriscono mi arrendo e ritorno in camera mia a prepararmi.

Welch mi aspetta in ufficio alle 9 per  studiare una linea di condotta  per quella complicazione sorta in  Sudan, e io vorrei arrivare prima per fare alcune telefonate.

Andrea è già attiva, alle prese con la mia agenda degli appuntamenti.

<A che ora arriveranno il delegato e il responsabile degli aiuti umanitari?>, m’informo  fermandomi nella sua postazione.

<Appuntamento qui alle 10, signore,  poi alle 12,30 la colazione di lavoro sempre con loro>, mi risponde precisa.

<Perché?
Devo accompagnarli anche a pranzo?>, chiedo  seccato.

Al diavolo non sono in vena di conversazioni noiose.

<Ros ha lasciato queste disposizioni. Resta da decidere solo il luogo>, alza un sopracciglio in attesa.

<Dove pernottano?>  sbuffo  contrariato.

Merda,  Ros lo sa che odio occuparmi di pubbliche relazioni, perché cazzo mi ha

rifilato questa rogna,  dovrò sorbirmi convenevoli e chiacchiere inutili.

< Al Fairmont Olympic>, mi informa Andrea.

<Prenota la  saletta privata. Avvisali che dovranno essere veloci. Concedo al massimo un’ora del mio tempo>, taglio corto e vado in ufficio ad aspettare Welch.

All’ora stabilita sono davanti all’ascensore insieme al mio collaboratore ad accogliere queste persone,  non è la prassi normale,  faccio un’eccezione solo perché a quanto pare Ros ritiene che debbano essere trattati con i guanti.

Apro i saluti e le presentazioni di rito con Mr. Abubaka , Il delegato del villaggio dove  la  GEHI ha costruito e sostiene un campo scuola che accoglie fino a mille ragazzi da zero a sedici anni. Precisa che parla bene la nostra lingua, ma trattandosi di un argomento delicato vuole essere sicuro che non ci siano fraintendimenti e mi presenta a sua volta l’interprete, Miss. Fennel, che saluto con  un cenno del capo.

Evito di soffermarmi su di lei, anche se i due bottoni sotto sforzo della sua camicetta meriterebbero… Ha due tette da urlo.

Mi raddrizzo sulle spalle e rivolgo il mio saluto professionale   a Mrs. Evans, la responsabile degli aiuti umanitari,  ci siamo già conosciuti in precedenza,   a un’asta di beneficenza.

Conduco il gruppetto  nella grande sala riunioni, il centro di rappresentanza per eccellenza del mio quartier generale. E’ una stanza di cui vado particolarmente fiero,   il tavolo di legno scuro è un pezzo unico su misura, dal design ricercato, le sedie in pelle nera con finiture in acciaio made in Italy, le pareti di vetro che incorniciano una vista mozzafiato dal ventesimo piano  su Seattle e il Puget Sound.

Una veduta  che mi sorprende ogni volta  e lascia stupefatti  anche i miei ospiti, con un O disegnato sulla bocca e lo sguardo sbalordito.

Li lascio godere dello scenario per qualche minuto, mentre la nuova stagista, ci serve il caffè – come ha detto che si chiama?  Megan? No,  Magda, bé non ricordo.

Incrocio più volte le occhiate di Miss. Fennel, che a quanto pare non è proprio tanto interessata al panorama, non a quello su Seattle perlomeno. Due   fari nocciola che mi fissano e la sottile piega delle sue labbra color ciliegia che rivela una sorta di perfido compiacimento, quasi una sfida, fanno capire che si diletta con la fantasia in altri campi.

Che cazzo ha da guardare? E’ fastidiosa, la freddo con lo sguardo.

Finalmente decidono di sedersi.

Inizia Mr. Abubaka  riportandoci gli ultimi sviluppi di questo strana sparizione.

E’ sulla cinquantina, lineamenti tipici della popolazione di quella zona dell’Africa. Un sorriso cordiale con denti bianchissimi che lo rende subito simpatico. Anche molto politico, resta vago su alcuni punti salienti  aspettando di sentire anche il nostro parere.

Mrs. Evans, invece,   è più preoccupata per la parte finanziaria e per lo sblocco degli aiuti  che sono fermi nei container in porto fino a quando la situazione non si chiarisce.

E’ una signora gioviale di mezza età, facoltosa , che si  dedica  al volontariato,  aiutando le ONLUS a gestire i fondi raccolti con la beneficienza e  destinati ai giovani ragazzi nel Nord Africa. L’avevo incontrata  a una delle tante feste di beneficenza e ricordo la sua tenacia.

Welch si occupa di esporre il nostro punto di vista e la nostra proposta di non scendere ad alcun compromesso o richiesta. Non vogliamo creare un precedente.

Ci troviamo d’accordo su una linea comune e sul comunicato  stampa che inoltriamo subito.

Miss. Fennel è molto puntigliosa nella traduzione di alcuni passaggi importanti, decisamente sa il fatto suo.

Resto fisso con  lo sguardo sui miei interlocutori principali, ma con la coda dell’occhio vedo che continua a squadrarmi e cercare la mia attenzione.

La fanciulla è in evidente crisi di astinenza.

Evito di darle corda, non m’interessa flirtare con lei.

So di essere un bersaglio ambito e  di attrarre con il mio aspetto le fantasie del gentil sesso, e  talvolta può essere anche divertente, ma questa  sta rompendo le palle. Non è giornata.

Lei, invece, probabilmente immune alla mia trasmissione del pensiero, persegue le sue neanche tanto velate molestie anche durante il pranzo. Si siede  giusto di fronte a me, cazzo, mi sta veramente seccando.

Per fortuna al Fairmont sono molto efficienti.

Ci servono rapidamente un aperitivo e subito dopo la portata di pesce.

Una delle loro specialità, il branzino al sale se su  crema di patate. Una colazione leggera   che si addice bene alla circostanza.

Anche la conversazione alla fine non è tanto noiosa, l’argomento principale è sostenuto da Mrs. Evans che ci racconta il suo ultimo viaggio in Europa, dove si è occupata di una raccolta di fondi.

Miss. Fastidiosa  non ha molte occasioni per intervenire, passa comunque tutto il tempo a lanciarmi sguardi languidi e messaggi con il suo corpo molto eloquenti.

Mi dispiace sono già occupato” le dico con l’unico  sguardo  che le riservo, per toglierle anche la più remota illusione che mi possa interessare. Continuo a ignorarla.

Quando ci congediamo mi raggiunge porgendomi il suo biglietto da visita.

<E’ stato un piacere conoscerla, Mr. Grey. Le lascio il mio recapito se dovesse aver bisogno di un’ interprete, parlo correttamente anche altre lingue africane, sono scritte tutte qui>, lascia il biglietto sopra la mia mano  sfiorandomi il palmo con le dita,

<per lei  sarò sempre disponibile>, mi dice con voce stridente e civettuola,  e  lasciando in sospeso il doppio senso delle parole. “Untuosa”.

<Grazie Miss. Fennel, buon lavoro>. Infilo nel taschino il biglietto senza guardarlo.

  La liquido in fretta sfoderando il mio freddo ed enigmatico sorriso  da “bello ma irraggiungibile”  e castigare quell’irritante supponenza.

Che cazzo, anche gli altri si sono accorti delle sue avance e non mi sembra proprio il luogo adeguato a queste smancerie. Che  femmina sgradevole, un po’ di dignità per la miseria.

Cinque minuti dopo  lascio il  Fairmont, Taylor mi riaccompagna in ufficio e con un gesto della mano  mi trasmette un chiaro messaggio che a Montesano va tutto bene.

Bene. Rilassati Grey”.

Mi ributto a capofitto sul lavoro, in ufficio mi aspetta Ros in videochiamata da Savannah per un ragguaglio sui miei affari nella costa orientale. Per fortuna almeno lì non ci sono complicazioni.

L’agenda del pomeriggio è piena di impegni e  tra telefonate e appuntamenti le ore  passano  rapide con poche distrazioni.

Chiudo l’ultima chiamata e distendo la schiena e le gambe sulla comoda poltrona del mio ufficio. E’ stata una giornata faticosa, potrei quasi azzardare a dire che sono stanco.

Cerco nella tasca interna della giacca  il cellulare. Sta diventando una mania,  non riesco a farne a meno, spero sempre di trovare una chiamata di Anastasia.

Mi sento messo in croce, questa attesa, per quanto cerchi di reprimerlo concentrandomi sul lavoro, mi sta mettendo a dura prova  e l’ansia a volte arriva a picchi insopportabili, mi manca l’aria.

Poi ripenso alle sue parole, mi dico che in fondo non è neanche una richiesta impossibile, che intanto è passata un’altra interminabile ora, che stanno bene, che sono solo a cento miglia.

Guardo nuovamente il display, niente. Ricomincia la mia battaglia interna. E’ un’ossessione.

Toh… il biglietto da visita di Miss. Fennel. Sbuffo ancora seccato al ricordo di quell’impudente che lo appoggia nella mia mano.

Lo giro  entrambi i lati,  più per abitudine che per curiosità. 

412 c’è scritto in un angolo a penna. Un invito neanche tanto celato.

Che spudorata, mi ha segnato il numero della sua camera.

Ho il suo numero di telefono, basterebbe chiamarla.

Getto il biglietto nel cestino. Non mi interessa Miss. Fennel.

Io voglio solo Anastasia, è lei la mia donna.

Mmm… chissà se si arrabbierebbe sapendo che un’altra sgomita per intrufolarsi nei miei boxer.

E… cara Anastasia, devi tenermi vicino. Non puoi lasciarmi solo per tutti questi giorni. Ho le spasimanti che attentano alla mia virtù.” Che stronzata.

Sto scherzando tra me però è anche vero che questo pericolo è sempre in agguato.

Ho sempre dovuto sottrarmi ai più svariati corteggiamenti. Le donne sono molto ingegnose quando cercano di catturarti.

Da quando ci siamo rivisti Anastasia non mi ha mai chiesto niente delle mie ex. Le ho detto che non avevo frequentato altre donne, ma questo è bastato a rassicurarla?

Ora che ci penso non ha proprio affrontato in nessun modo l’argomento,

neanche accennato a Elena o  a Leila,  per le quali,  ricordo,  aveva una particolare predilezione a rovinarsi l’umore.

Io, al contrario, l’ho vessata  per le attenzioni di quel bavoso  cascamorto,  che le sta facendo la corte.

Lei è mia”.

Perché nei miei confronti non ha gli stessi dubbi. Mi ha detto più volte che mi ama.

Mi ama e non teme che abbia un’altra donna, che mi allontani da lei…. perché…. “Perché non sei gelosa, Anastasia?”

E’ rimasta al mio fianco anche  se sapeva che avevo i miei tormenti. Mi ha aiutato a superarli.

Tre giorni senza contatti, è reciproco, anche lei è senza di me.

Può succedermi di tutto qui a Seattle, ma lei non mi ha chiesto niente, lei ha fiducia.

Fiducia..? Io ho fiducia in lei? Forse è questo che vuole da me.

Valuto con un senso di smarrimento questo pensiero.

Lo ha rimarcato  anche l’altra sera, sento ancora il suo sguardo che sondava dentro i miei occhi,  “non hai più nessuna fiducia in me”.

Le mie insicurezze sono palesi e generano questa gelosia esagerata per  tutto quello che la  riguarda,  il suo modo di agire, i suoi sentimenti, ma come faccio a  tramutare i miei dubbi.

ti ha lasciato del tempo per guardarti dentro” mi ha suggerito Flynn.

L’improvviso squillo del telefono sulla mia scrivania mi fa trasalire, distogliendomi dal labirinto dei miei assilli. 

<Grey>, è Welch. Speriamo non ci siano  ancora brutte notizie dal Sudan.

<Signore, abbiamo ricevuto la notifica  che dal conto di Mrs. Steele c’è stato un cospicuo prelievo>.

Anastasia? Che  diavolo significa? Cosa deve fare  con il denaro?

<Signore> sento la voce di Welch in attesa di istruzioni.

<Aspetta!> gli intimo,  devo  riflettere.

Il primo pensiero è che voglia scappare. Normale,  il mio cervello la considera sempre come prima opzione, ma perché dovrebbe spostare un grosso ammontare dal suo conto. I soldi sono suoi,  quindi,  ci sarà un altro motivo, ma quale?

Oppure c’è un’appropriazione da terzi.

<Welch, siamo sicuri che l’operazione sia stata fatta con il consenso di Mrs. Steele?> indago preoccupato.

<Sì, mi risulta tutto in regola, vuole che le invii  gli estremi? Ho la pratica  con….>

<No!> lo dissuado nervoso,  <verifica  solo la regolarità delle operazioni>.

Registro anche questo nell’elenco di  quello che devo appurare  lunedì, dopo che è rientrata.

Mi viene in mente che potrebbe  essere stata costretta a farlo. Un ricatto?

<Assicurati con   Taylor o Steve che a Montesano non ci siano altri problemi e che stiano tutti bene>,  gli raccomando, anche se solo mezzora fa Jason mi ha fatto il segnale del tutto regolare.

<Agli ordini, signore> si congeda Welch.

Potrei chiamarla e chiederle una spiegazione subito. No. Devo darle fiducia.

Mi prendo la testa tra le mani. Sono combattuto, essere tenuto all’oscuro mi manda in bestia.

Mi costringo  a sopprimere tutti i morbosi sospetti che si affacciano nella mente.

No,non ora. Lo farò quando torna a casa.

Perché lei lunedì ritornerà a Seattle,  all’Escala, e vorrei che accettasse di trasferirsi qui senza indugi.

Il sole raggiunge la linea dell’orizzonte e i deboli i raggi rosso fuoco si riflettono dentro lo studio, attraversandolo con una scia che si infrange sulla parete.

Un’altra giornata sta per finire.

<Portami a casa> ordino a Taylor per telefono.

SABATO

E’ l’una di sabato pomeriggio.

Mi concedo una pausa prima di esaminare cinque cartelle piene di resoconti, proposte, progetti, preventivi e tutto quello che ho trovato di arretrato in ufficio per tenermi impegnato.

Sono seduto  a occhi chiusi dentro alla vasca idromassaggio, nella sala wellness di casa mia. La melodia eterea  del pianoforte  si diffonde appena sopra il rumore delle bollicine  sprigionate dai getti, che si infrangono con energia sul mio corpo ristorandolo.

Pian piano sento i nervi rilassarsi e allentare la tensione dei muscoli caricati dall’intenso allenamento di oggi.

Stamattina Bastille era scatenato, ha lottato senza  desistere, non ha abbassato la guardia   fino a quando non ha ottenuto la sua rivincita. Che bastardo, mi ha massacrato.

Per fortuna ho ricevuto buone  notizie dal Sudan, sembra che la criticità si stia risolvendo, e  ho telefonato anche a mio padre, i documenti sono pronti e domani mi ha chiesto di  raggiungerli a pranzo,  per gli ultimi dettagli. Così ho una parte di giornata  impegnata.

Ho in mente solo il rientro di Anastasia e sono riuscito a organizzare quello che mi ero prefissato per riceverla in maniera adeguata.

Ho già dato le consegne a Gail e Taylor.

Mi sembra che sia passato un tempo interminabile da quando è partita per Montesano, invece sono solo due giorni.

Ho ripensato a molte delle nostre conversazioni cercando di vederle dal suo punto di vista. Con molta difficoltà, l’empatia non è mai stata il mio forte. Anzi, con la mia mania del controllo  è sempre stato più facile spadroneggiare.

Ma per lei ho provato a cambiare le mie priorità.

Un discreto colpo di tosse di Taylor mi fa aprire gli occhi.

Oh, no. Se viene a disturbarmi qui, significa che ci sono seccature.

<Non darmi cattive notizie, Jason,  mi sono appena rilassato>, mi lamento  richiudendo  ancora gli occhi per godermi  l’idromassaggio.

<Hem… non so se siano cattive notizie, signore. Ho una comunicazione di Steve>, aspetta di avere di nuovo la mia attenzione.

Lo guardo interrogativo. Ha ordini di non passarmi notizie da Montesano. Tranne naturalmente quelle che possono riguardare la sicurezza.  Su quella non transigo. Se ci sono pericoli per Ana o Max , devo saperlo subito.

<Stanno bene e non sono in pericolo> , si affretta a rassicurarmi, conoscendo i miei timori.

L’allarme suona lo stesso sul mio cervello e lo interpello con uno sguardo eloquente.

Parla!”

<Steve è appena stato avvisato che   tra un’ora riceveranno …  ehm.. due…. ospiti>, mi avverte cercando le parole che  possano darmi il messaggio senza contravvenire agli ordini.

Due ospiti?” e Jason si è premurato di riferirmelo.

Significa che li conosco.

Mi siedo rapidamente sul bordo della vasca fissando in aria il vuoto.

Il sangue mi va alla testa.

Cristo! A Montesano, da Ray, due ospiti”.

Rodriguez!”, esclamo.

Getto un altro sguardo interrogativo a Jason che  stringe solo le palpebre per confermare che ho capito giusto.

Conosce bene  l’ostilità che provo per quella persona.

I miei nervi si tendono allo spasimo.

Sparisce il suono della musica, il rumore delle bolle che scoppiano, tutto diventa nero informe, in testa qualcosa preme procurandomi un dolore sordo.

Che cazzo vuole  il maledetto fotografo da Anastasia?

Quelle sudice mani su di lei. La tocca. Lei è mia. Il mio incubo.

Il denaro sparito dal conto. Max è con loro.

Un turbine  mescola tutte le informazioni che mi arrivano da più parti del cervello.

Vogliono sparire insieme,  stanno preparando la loro fuga e si porteranno via anche mio figlio.

Sono impossessato da questo tremendo sospetto, che mi toglie il respiro.

Una mano mi scuote e una  voce richiama la mia attenzione riportandomi seduto sul bordo della vasca.

<Signore…>, è la voce di Taylor <si sente bene?>. Mi chiede preoccupato.

No. Non mi sento bene. Mi sento  incastrato  perché sono qui e lei è laggiù lontana,

e non c’è verso di placare  questo terribile senso di impotenza e la paura che mi abbandoni di nuovo.

Fanculo tutti i buoni propositi”.

Devo assolutamente raggiungerli, subito. Non rimarrò certo qui senza far niente.

<Taylor, tra dieci minuti sul tetto. Partiamo per Montesano. Comunica il piano di volo>,  strepito  forsennato alzandomi di scatto e  infilandomi l’accappatoio.

Fanculo! Fanculo! Cosa vuole quello stronzo ancora!”.

Jason è costretto a fare un salto indietro per non finire in acqua e grida qualcosa sopra il rumore dell’acqua, ma io non resto ad ascoltare. Volo in camera mia a vestirmi.

Conduco io Charlie Tango 2, serve più di mezz’ora perché arrivi Stan, il pilota. Troppo. Non ho mezz’ora a disposizione, devo raggiungere subito a Montesano.

Accendo i motori, avvio le procedure e chiedo l’autorizzazione al decollo.

<Possiamo aspettare Stan,  signore?>, mi chiede inquieto Taylor <è per strada tra venti minuti sarà qui>,  mi prospetta poco convinto.

<No! Partiamo!> sbraito  allacciando le cinture.

Mi rendo conto di essere troppo alterato e   che non dovrei pilotare in questo stato. Ma ce la posso fare. Devo raggiungere al più presto Montesano e accertarmi di persona  cosa succede.  Non le permetterò di andarsene.

<Tieni i contatti con Steve>, urlo sopra il frastuono del rotore a Jason <voglio che mi tenga aggiornato.  Digli anche di non avvisarli che stiamo arrivando>.

Signore, fammi arrivare in tempo”  ripeto all’infinito,  mentre mi accordo con la torre di controllo e decolliamo senza intoppi. Anche il viaggio scorre veloce, la giornata è tersa  e solo un leggero vento da est.

Tengo lo sguardo fisso  sulle nuvole che contornano l’orizzonte contando i minuti che mancano  per raggiungere Anastasia.

Ritorna a galla tutto il dolore che ho provato  quello sciagurato giorno che è scappata senza darmi modo di parlarle lasciandomi senza una spiegazione, nella confusione totale di chi non ha un motivo  su cui aggrapparsi.

Le recriminazioni per essermi arreso alle sue richieste senza lottare perché mi sentivo in torto, perso dentro alle mie paranoie.  Ero disorientato, intimorito dalla sua scelta netta e apparentemente sicura. Per poi scoprire invece che era spaventata, io la spaventavo. Io avrei dovuto riavvicinarla, io l’amavo, io l’amo.

Non credo di poter sopravvivere a una sua nuova fuga.

Atterriamo dieci  chilometri fuori Montesano, il posto che abbiamo trovato disponibile più vicino.

Jason, è riuscito a procurare  un mezzo per raggiungere la città a tempo di record. Una auto sportiva  è parcheggiata, e un ragazzone  con un berretto di traverso ci viene incontro presentandosi come autista.

Fulmino entrambi con un’occhiataccia. Non esiste.

<Taylor guida tu!> ordino secco perché non ci siano repliche.

Manca solo che questo bestione  ci porti fuori strada.

Taylor si fa consegnare le chiavi  e si mette alla guida. Vedo che il suo viso riprende  un colore naturale, durante il viaggio non ha osato protestare,  ma era bianco come un cencio,   e mentre  normalizza anche il respiro   io  chiamo  Steve.

<Sono ancora in salotto, signore>, parla a bassa voce.

<Cosa stanno facendo Steve, sono tutti insieme?>  strillo agitato.

<Negativo, Mrs. Steele e il giovane Rodriguez sono in salotto. Stanno guardando un libro, un album con fotografie di paesaggi. Non riesco a vedere bene. Mr. Steele e Mr. Rodriguez senior sono usciti nel retro>, mi chiarisce.

“Sono soli? Perché li lasciano soli?”

<Ci vorranno al massimo dieci minuti>, dico concitato guardando l’orologio.

Taylor sfreccia sulla strada ai limiti della velocità consentita e arriviamo davanti alla casa di Ray nel tempo interminabile di otto minuti.

Parcheggiamo vicino all’ingresso,  all’altro lato della strada.

Fuori dall’edificio è tutto tranquillo, il cancello e la porta sono chiusi.

Restiamo in macchina, li aspettiamo fino a quando escono. Da qui possiamo controllare senza essere visti. Malgrado  tutto,  in un angolino remoto coltivo l’eventualità di non intervenire.

<Riesci a trovare qualche informazione su José Rodriguez?>, chiedo a Jason che in quel momento sta avvisando Steve che siamo arrivati.

Maledizione, come ha fatto a sfuggirmi, i Rodriguez e Ray si conoscono. Dovevo farli controllare prima ancora che Ana partisse.

Ho provato a chiamare Barney,  ma è irraggiungibile. Al diavolo, proprio oggi doveva prendersi il giorno libero.

Vedo che traffica con lo smartphone freneticamente.

<Ho ancora  gli estremi del suo conto…. Vediamo. Ecco,  ha usato la carta di credito per l’acquisto di…… un momento che si apre la pagina….. si sono tre  biglietti aerei, per Madrid,  pagamenti di bollette, una multa, acquisti online,  di quanto vado indietro?> lo fermo con la mano. Ho già sentito quello che m’interessa.

Vedo aprirsi la porta dell’abitazione di Ray e uscire per primo Steve per controllare e aprire il cancelletto. Intercetta la nostra auto e fa un cenno d’intesa con Taylor.

Si affacciano sulla porta Ray e il papà di Josè, che parlano dandosi pacche sulle spalle.

<Ci sono i nomi degli intestatari dei biglietti> chiedo ormai stravolto. Sono sicuro che abbiano progettato  una fuga.

Taylor che digita sulla tastiera alcuni comandi <mi  collego con la compagnia aerea, ci vuole qualche istante> cerca di tranquillizzarmi <ecco, ci siamo>.

Gli occhi sono incollati sulla porta della casa.

Escono anche Ana e José parlottando.

Mr. Rodriguez senior saluta e abbraccia prima Ana e poi Ray  e si avvia al cancello.

Josè saluta Ray. Prima si danno la mano e poi dei colpetti a vicenda sulla schiena.

Si gira verso Ana.

Lei gli butta le braccia al collo e si abbracciano sorridenti. Si stringono ancora.

No, no! Che cazzo!  Perché si abbracciano così, non può metterle le mani addosso.

Non toccarla.  Giù le mani, maledizione.

Quelle mani… quelle mani… la toccano”.

<Biglietti solo andata, partenza domenica 29 maggio ore 9.45…>,

apro la portiera dell’auto mentre Taylor  continua a leggere  < uno è  a nome di  José Rodriguez Junior,  uno a nome M……> non resto ad ascoltare , attraverso di botto la strada.

E’ una forza invisibile che mi fa muovere contro ogni mia volontà. Non riesco a fermarmi.

Anastasia!” urlo più forte che posso. Ma la mia bocca si apre senza far uscire nessun suono.

<Signore…. Christian fermati!> sento rimbombare da un altro mondo  le  grida Jason,  ma io sono già fiondato in giardino.

I miei occhi registrano  Steve e Mr. Rodriguez senior  fuori del cancello, paralizzati con gli occhi fuori dalle orbite, Ana e Josè ancora eternamente abbracciati ignari di quello che sta accadendo, ancora due falcate e li raggiungo.

Sto per avventarmi contro di loro quando Ray si mette tra noi con il suo corpo possente di ex militare con le gambe aperte e  le mani sui fianchi.

<Cosa credi di fare!> mi abbaia incenerendomi con lo sguardo e frenando la mia irruenza. 

Mi blocco con il fiato grosso e il pugno pronto per dare un cazzotto a José che sta toccando la mia donna.

Dal trambusto si girano entrambi e mi guardano esterrefatti, sciogliendosi dall’abbraccio.

Il contorno della scena è dentro un alone bianco, sono tutti impietriti che mi fissano.

<Christian!> sento  il mio nome pronunciato in tono accusatorio da Anastasia.

Ray continua a far da barriera tra me e loro, senza darmi la possibilità di  avvicinarmi di un passo.

<Non ti muovere>,  m’intima <non voglio metterti le mani addosso>.

Vorrei spingere via Ray per raggiungerli,  bastano due mosse per mettere fuori uso quest’uomo, anche se è grande e grosso posso affrontarlo, ma il suo sguardo deplorevole mi arresta.

Non sta difendendo  solo Anastasia e Josè  da uno scontro, c’è un’implicita protezione per tutelare i sentimenti di tutti.

Non vuole che facciamo o diciamo cose di cui potremmo pentirci.

Riesco a vedere Anastasia che sussurra qualcosa a José e poi lui se ne va senza girarsi a guardarmi.

Uscendo chiude il cancello e sparisce con suo padre.

Anastasia resta piegata in avanti, con le mani giunte davanti alla bocca, scuote la testa incredula.

Taylor e Steve sono sparsi nel giardino.  Ray si sposta senza dire niente e m’invita a entrare in casa con il braccio aperto, mettendosi tra me e Anastasia.

Guardo in giro circospetto per vedere dov’è Max, manca solo  lui. Dov’è?

Non l’ho neanche chiesto prima a Steve. Talmente concentrato su Anastasia che non mi è neanche passato per la mente che c’era anche mio figlio. Ma la mia bocca sembra ingessata,   seguo   Ray che mi guida dentro casa in silenzio senza obbiettare.

Entriamo nel salotto con un divano di pelle  marrone al centro.  C’è un vassoio con dei bicchieri vuoti sul tavolino. Un libro. Una carta verde da regalo appoggiata a terra.

<Siediti!>, mi ordina mettendosi davanti a me in piedi.

Faccio come mi chiede, occupando il posto a un lato del divano.

Ma che cazzo! Stavo solo difendendo  quello che è mio. Perché mi sta così addosso.

Mi fa sentire una merda.

<Quando ti sarai calmato farò entrare mia figlia. Voi due  dovete parlare.

Parlare chiaramente e lungamente,  e fino a quando non risolvete i vostri casini non uscirete da questa stanza. Sorveglierò io  Max. Quando si sveglierà lo porterò in giardino>,  sibila  a denti stretti, torreggiando su di me per  intimidirmi.

Dannazione a cosa si riferisce, cosa devo chiarire con Anastasia?”

Apro la bocca per dirgli che sono in grado di sostenere una conversazione, non serve aspettare.

<Zitto, parlerai con lei, a me non devi nessuna spiegazione>, mi folgora con un’occhiataccia,  bloccandomi all’istante.

<Ah…. Grey…. >, aggiunge  minaccioso,  <prova a torcerle un solo capello e ti ammazzo, qui all’istante>.

Si gira e lascia la stanza richiudendosi dietro la porta. 

C’è un’atmosfera  profanata, mi sento come avessi  trasgredito a una regola sacra.

Il tono fermo e inferocito di Ray mi ha scosso  riportandomi  vigile, ma devo fare qualcosa, non è da me restare ad aspettare. Siamo sicuri che  quel dannato fotografo se n’è andato?

Mi alzo  per seguirlo,   ma la voce concitata di rimprovero del padre di Anastasia rimbomba nel corridoio  e arresta il mio impulso.

Maledizione! Voglio parlare con Anastasia.

Mi guardo in giro come un animale in gabbia.

Il mobile a fianco al divano è  vuoto, solo un gruppo di bottiglie di Canadian e alcuni  bicchieri fanno bella mostra sulla vetrina.

Sopra una mensola ci sono :  un  berretto  dei Mariners, una foto di Ray che lo ritrae con un giocatore con lo stesso berretto, un’altra dove tiene in alto come trofeo una gigantesca trota e un ritratto di Anastasia, il giorno della laurea.

Il resto dell’arredo è  spartano, tipicamente maschile senza fronzoli.

All’altro lato del divano ci sono due piccole automobili colorate, le riconosco sono quelle della pista che Max ha nella sua cameretta all’Escala.

Mi risiedo e le raccolgo.

Ray ha detto che  Max è  in camera per il sonnellino del pomeriggio.

Quindi Josè e suo padre non l’avranno neanche visto.

Non so perché, ma questo pensiero mi  fa sgonfiare i polmoni,  appoggio schiena e testa sul  divano.

Finalmente la porta si apre, questa attesa mi ha spossato. E anche un po’ calmato, come si era prefissato Ray. Che sia una tattica militare?

Entra Anastasia senza guardarmi direttamente, è  seria, combattuta. Si siede sul divano  appoggiando piano le mani sulle ginocchia.

<Ricordatevi che avete un figlio qui fuori. Mantenetevi nella decenza>, sbraita burbero suo padre  prima di chiudere la porta.

Continua a non guardarmi, si sente in colpa perché l’ho colta sul fatto? E’ arrabbiata perché arrivando qua oggi le ho rovinato i piani o forse ho leso il suo legame con José?

La sto scrutando con attenzione ma è ferma immobile, non riesco a decifrare il suo stato d’animo e  sembra proprio che lei non voglia parlare.

E io? Perché sono qui? Cosa voglio da lei. Forse sono io che devo iniziare per primo, ma la testa si è svuotata completamente da tutto quello  che le volevo chiedere,  lasciando il posto al mio incubo peggiore. Ho paura di perderla.

<Ana….> sento pronunciare questa fievole parola dalle mie labbra, è il mio cuore che esige di essere ascoltato <non andartene con lui. Farò qualsiasi cosa tu mi chieda, non voglio perderti di nuovo>, oso supplicarla.

Tengo gli occhi incollati su di lei, registrando ogni movimento.

Scrolla il capo che tiene  tra le mani, due grosse   lacrime le rigano il viso. 

Tolgo il mio fazzoletto dalla tasca, glielo porgo e lei lo prende ringraziandomi.

Oh Dio quanto vorrei accarezzare quella mano”.

Finalmente alza gli occhi  girandosi dalla mia parte. La delusione che traspare dal suo sguardo mi ammutolisce. Disgrega in briciole la mia rabbia, la mia supponenza,  sono perso.

Cosa? Perché? Parla ti prego”

Vorrei abbracciarla e fermare quelle lacrime silenziose che continuano a rigarle il viso, odio vederla in questa condizione. Ma  non sento la disponibilità ad accettarmi e non voglio sbagliare.

<Non vado  da nessuna parte>,  mormora dimessa. Scuote ancora la testa in segno di  diniego.

<Ma… i biglietti… l’aereo.. per Madrid. Sono per domani. Vuoi andare con lui in Europa?>, voglio che sappia che l’ho scoperto,  non può continuare a mentirmi,

Impallidisce e si asciuga le lacrime con un gesto di stizza.

<Cosa ti stai inventando Christian?  Perché cerchi di giustificare con questa storia il tuo prepotente arrivo qui, a casa di mio padre. Stavi per aggredire José. Se Ray non si fosse messo in mezzo saresti venuto alle mani>, mi accusa  guardandomi incredula, come se mi fossi inventato qualcosa senza senso.

Cosa?” Le mie certezze si smarriscono dentro i suoi occhi azzurri, ma ritengo ingiusto il suo rimprovero. 

<Non voglio perderti di nuovo> le ripeto ancora . <Non andartene con lui>.

Non mi importa più quello che dice o che voleva fare, voglio solo sentire dalla sua voce che resterà con me.

<Christian!> sbotta di scatto facendomi trasalire,  <Josè è solo venuto a salutarmi.

Domani partirà per Madrid con la  fidanzata per seguire la sua mostra fotografica che verrà esposta nella capitale spagnola>, si ferma guardandomi con un intensità bruciante,

<poi proseguiranno per  l’ Italia,  andranno a sposarsi a Venezia…. > scandisce  lentamente, enfatizzando ogni parola e  fulminandomi il cervello con questa letale rivelazione.

<A Venezia per sposarsi. E’ molto…. romantico>, inghiotte lacrime e amarezza insieme.

<Lo stavi abbracciando da un’eternità> rantolo la mia gelosia.

E’ tutto senza senso.

<José è un caro amico, non te l’ho mai nascosto. L’ho abbracciato con tutto l’affetto che potevo dimostrargli per augurargli il meglio per la sua mostra e il suo matrimonio. Affetto. Affetto Christian, sai il significato di questa semplice parola>, la sua risposta è una staffilata velenosa.

<Ma…. e il denaro? Perché hai  tolto i soldi dal tuo conto?>, cerco ancora qualche appiglio di giustificazione ma sono consapevole di aver preso una grossa cantonata.

Il mio cervello annebbiato da un’immotivata  gelosia e dalla ossessionante paura si è lasciato trascinare  dentro  un macroscopico equivoco.

<Il denaro…..>, dice con  moto di disgusto <da quando dai importanza al denaro? non avevi detto che era mio e potevo farne quello che volevo?>.

<Non me ne frega un cazzo del denaro Anastasia,  pensavo ti servisse per  fuggire con lui>,  confesso  i miei sospetti, ormai completamente annientato.

Ho fatto completamente l’opposto di quello che mi aveva chiesto.

<Hai voluto tu mettere tutto quell’importo  nel mio conto>, mi rimprovera  ostile,

< ed io non sono abituata a girare con una carta di credito con un saldo astronomico, mi viene l’ansia ogni volta che la devo usare. Ho chiesto a Mr. Mills di investirli in fondi intestati a Max>, afferma sostenendo  il mio sguardo.

<A Mr. Mills, il tuo broker di fiducia, ho trovato il suo biglietto da visita sulla tua scrivania.  Mi sono appoggiata a lui perché tu non avessi nulla da ridire, ti avrei informato al mio ritorno>, mi chiarisce  aprendo le braccia,    <ho sbagliato anche questo?> chiede mortificata.

Mr. Mills… perché cazzo nessuno mi ha informato….?”

Maledizione Welch e la sua  mania di non fare nomi al telefono, era sufficiente suggerirmi solo quello.

Metto le mani sulle orecchie per non sentire più niente.

Sono schiacciato dal mio senso di colpa, l’ho accusata di cose assurde che non hanno nessun fondamento.

Come ho fatto a essere così cieco, perché non mi sono fermato a ragionare prima di fare tutto questo casino. Bastava poco, ci sarei arrivato da solo. L’evidenza è davanti ai miei occhi chiara e limpida, non c’era nessun inganno, Anastasia non stava cercando un sotterfugio per fuggire.

<Per favore, cerca di capirmi…. non riuscivo a starti lontano >, chiedo fervidamente la sua comprensione.

Mi sposto sul divano cercando di avvicinarmi.

Mi sento perduto, tutto il mondo mi sta crollando addosso.

Sono il solito arrogante figlio di puttana, che crede di sapere sempre tutto prima di tutti e invece questa volta ho buttato al vento l’unica opportunità di riconquistare la mia donna. Stronzo, stronzo mille volte stronzo.

<Non toccarmi, Christian, non rendermi le cose ancora più difficili. Usami questo riguardo…> supplica flebile. Lei rimane ferma e prostrata al suo posto. Sembra in attesa  giudizio.

Oh, no, non respingermi, ti prego”

Istintivamente indietreggio,   il suo rifiuto è una lama tagliente che mi lacera.

Passano dei lunghissimi minuti di silenzio insostenibile.

Devo trovare il coraggio di  far fronte  ai miei madornali errori,  devo quantificare quanti danni ho fatto.

Devo sapere se ho ancora un margine di recupero oppure è ormai tutto perduto.

Chiudo un istante gli occhi.  Mi sento come un elefante in un negozio di cristalli.

Ho paura anche a respirare.

<Non verrai più a Seattle….?>, formulo la mia domanda, incrociando le dita.

I suoi occhi increduli, sembrano quasi sereni,  si stringono  in un timido sorriso.

<Certo che ritornerò a Seattle. Te l’ho promesso Christian.  Ti ho detto che saremmo tornati lunedi e lunedi  Max ed io ritorneremo all’Escala.  Sempre che tu lo voglia ancora>, mi risponde con un’ ovvietà che mi sorprende.

Non indugio più, mi affretto a prenderle le mani tra le mie.

<Sì che lo voglio>,  incalzo prima che cambi idea. La fisso intensamente, per rimarcare la mia volontà.

La sua espressione affranta è insopportabile.

<Ti ho dato la mia parola,  non ci saranno  ostacoli da parte mia al tuo rapporto con Max, se è questo che ti preoccupa>, mi dice  stanca.

Stringe anche lei le mie mani per confortarmi, ma il suo tono di voce non annuncia niente di positivo e mi procura un brivido d’allarme,  il cuore mi sale in gola e pulsa impazzito.

<Mi rincresce Christian, è tutta colpa mia. Non sono riuscita a conquistarmi il tuo perdono. Tu non hai nessuna fiducia in me. Tra noi due  non può funzionare>.

Resto a bocca aperta e   la guardo sgomento. No.  Dove vuole andare a parare?

<E’ meglio che ognuno si riprenda la sua vita e vada per la propria strada, così finiremmo per annientarci a vicenda>, continua inesorabile, incurante del rumore  assordante  del mio cuore che si spezza.

Fai qualcosa, cazzo, la stai perdendo!”

E’ risoluta  e decisa,  non lascia spazio a repliche, ma io non voglio arrendermi, non posso lasciarla andare proprio adesso che l’ho ritrovata. Io non vivo senza di lei.

<Anastasia dammi ancora del tempo, per favore. Ho bisogno di te come dell’aria che respiro. Non posso pensare alla mia vita senza di te>, cerco di dissuaderla.

La prego giungendo le mie mani con le sue.

<Anch’io ti amo più della mia vita Christian, non  dubitare di questo. Ma manca una componente fondamentale per poter affrontare insieme il futuro. La tua fiducia nei miei confronti, che a quanto pare non riesci più a concedermi. Mi sento continuamente messa in discussione, non è vivere questo.

L’amore non può essere una continua lotta, l’amore esige rispetto da entrambi le parti>, dice con glaciale risolutezza.

L’espressione determinata del suo sguardo non lascia molte speranze. 

Il tempo si paralizza racchiudendoci dentro con queste ultime parole che non sono riuscito a impedirle di pronunciare.

E’ un addio?”

Realizzo di aver esaurito tutti gli argomenti e il mio cervello non riesce a elaborare una scappatoia, una soluzione da proporre. 

La rabbia, l’insicurezza, la paura, l’impotenza  tutto si dissolve, lasciandomi solo il sapore amaro della disfatta.

<E’ questo quello che vuoi?>, le chiedo senza eccepire con l’ultimo pizzico di buon senso che mi resta.

No, no! Mi sta sfuggendo di nuovo”.

Cerco di trattenerla in tutti i modi e lei continua a scivolare sempre più lontano.

Chiude gli occhi annuendo silenziosamente, mentre ci alziamo dal divano, le nostre mani non riescono a staccarsi.

D’impeto la stringo tra le braccia disperato.

Lei si rannicchia con il viso nell’incavo tra la testa e la spalla. Il suo respiro umido mi scalda la pelle del collo. Le sue lacrime scivolano dalle guance nella mia camicia.

<Mi dispiace, mi dispiace Christian. Ho pregato  intensamente perchè le cose si sistemassero. L’ho desiderato perchè insieme potevamo essere una vera famiglia. Ma non possiamo pensare di costruire qualcosa di duraturo senza le basi fondamentali della fiducia, > mi dice rassegnata, tra i singhiozzi.

Sto cercando di trattenere le lacrime che pungono frenetiche i miei occhi senza trovare il coraggio di replicare. So che ha ragione. 

Stringo forte le labbra fino a sentire il sapore del sangue.

Lei due giorni fa con la sua vitalità mi ha aiutato a uscire  nuovamente nella luce della mia esistenza ed io l’ho ripagata con questa moneta falsa della gelosia e dell’ipocrisia perché sono sopraffatto dall’insicurezza .

Sogni e speranze coltivate con amore in questi ultimi giorni frantumate in pochi secondi.

E’ tra le mie braccia, bella, desiderabile, la mia dea.

Infilo le dita tra i suoi capelli di seta. Respiro il suo fresco  e sensuale profumo di donna.

Cristo!, non posso stare senza di lei” sono marchiato a vita. Ci apparteniamo.

Si stacca piano da me con uno sguardo di supplica. So cosa vuole dirmi e l’anticipo per evitarle il dolore di chiedermelo.

<Penso sia meglio che ritorni a Seattle> rifletto a voce alta. Lei annuisce chiudendo gli occhi.

<Anastasia> richiamo la sua attenzione perché voglio perdermi nel suo sguardo e portarne il ricordo con me.

<Mi fermo un po’ in giardino con Max, mi è mancato molto anche lui in questi giorni>. 

Sentendo il nome di nostro figlio  nel suo viso si dipinge  quell’espressione dolcissima che riserva a lui, i suoi stupendi occhi azzurri si allargano in un tenero sorriso  e m’incoraggiano  a raggiungerlo.

Non mi arrendo Anastasia, ti aspetto a casa”.

 

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42 commenti

  1. Irma

    Sono la prima a leggere il capitolo! sono rimasta fino ad ora al computer aspettando e finalmente è arrivato! bello come sempre e molto coinvolgente! vedo C sempre più preso dalle sua insicurezze, spero che presto si risolva il tutto per il meglio. li voglio rivedere insieme ancora e felici! brava Anthea non deludi mai. ora lo rileggo per bene, baci e buona notte! al prossimo capitolo.

  2. Mary

    Onestamente ben scritto come sempre…ma non mi piace la piega ke sta prendendo… Andava bene un abbandono secondo me…

  3. Benedetta

    Sono senza parole che capitolo anche se per me e sempre corto… Si erono appena ritrovati no daiiii speriamo che si rimettono assieme…. Grazie per questo capitolo sempre più emozionante non vedo l ora di leggere l altro capitolo uffi devo aspettare una settimana….BRAVA BRAVA 🙂

  4. Flo

    Bello!!! belllo emozionante. Un capitolo è troppo breve x l’ emozioni che riesci a trasmettere….Brava !!!

  5. Anna

    Ana deve dargli un po’ di tempo altrimenti è idiota! Uff….un’altra dura settimana. Sei fantastica Anthea. Brava e grazie per questa emozionante storia.

  6. katiag

    Bello, anche la piega che stai prendendo mi piace, se ci fosse stato il lieto fine ora sarebbe già tutto scritto, con
    questi nuovi spunti avrai ancora tanto da scrivere.
    Ottimo per noi tue affezionate lettrici.

    • Anthea

      Grazie, mi piacciono le affezionate lettrici, chissà se c’è anche qualche maschietto che legge. 🙂

  7. Danielle

    Ecco lo sapevo un altro capitolo da cardiopalma. Accidenti Anthea questa Anastasia inizia a starmi sulle scatole, prima prende e se ne và senza dare spiegazioni a nessuno per 5 anni, poi torna e incomincia ad accusarlo di bloccarle le mail, le telefonate, di usare la sua influenza per la pubblicazione dei libri.
    E dopo solo 2 settimane pretende di avere tutta la fiducia di questo mondo.
    Nel prossimo capitolo fai in modo che la signora capisca che la fiducia bisogna sapersela conquistare a poco a poco.
    Comunque vero che ritornano insieme? Altrimenti non ti leggo più………………………
    STO SCHERZANDO ( resto in trepidante attesa fino a sabato)

    • Anthea

      Porterò il tuo messaggio all’interessata……
      Grazie per la fedeltà ciao 🙂

  8. Barby

    Adeesso giuro ke mi metto ad URLAREEEEE, MA COSA CASPITA FA CHRISTIAN ….. BRUCIA TUTTO IN DUE NANO SECONDI ….. CHE PIRLA.
    Ma tornano insieme, nn è vero? Magari nn subito (ormai lo so ke a te piace farci soffrire cm cani), ma alla fine magari anke loro si risposeranno a Venezia.
    Cmq, Anthea scrivi sempre in modo impeccabile ….. gli scenari, le emozioni ….. mentre ti leggo mi sembra di assistere xsonalmentte alla scena ….. ed oggi ero lì cn il cuoricino stretto stretto e gli okkioni grandi grandi e commossi alla Candy Candy ……. BRAVA E ANCORA BRAVA e a sabato SIGH …….

    • Anthea

      Ah.. sposarsi nell’affascinante e romantica Venezia. E’ davvero il sogno di tanti americani.
      Grazie per i complimenti 🙂

  9. iole

    m dai?? li vogliamo insieme x sempre..comunque bravissimaaaaaaaaa

  10. Romina

    Grazie, ben scritto….mi ha lasciato un pò triste, mi sta facendo un pò tenerezza questo Christina 🙁 spero che le cose tra loro si sistemino…e poi credo che in qualche modo vuoi mettere di mezzo Thomas tra di loro…vedremo…intanto c’è curiosità ed attesa…grazie Anthea

  11. Romina

    ops scusate ….Chistian…ci manca solo che lo faccia diventare una donna…hihihihihihi

  12. monica

    bravissima!!! qst storia è fantastica nn sai mai qll ke succede.. un attimo prima sembra tt apposto e il capitolo dp è tt di nuovo sottosopra… bello davvero però ke sofferenza… a sabato prossimo

  13. ROSANERA

    O SANTO CIELO!!!!!! BELLISSIMISSIMO!!!!!!!!

    Scritto benissimo!!!! Il più bello di tutti, fino ad ora!!!!

  14. Paola

    Come faccio ad arrivare a sabato?oh…speriamo però nel lieto fine perché così e veramente un po’ triste ma scritto in maniera impagabile.al di la di questa ff fiction hai mai pensato di scrivere?io un tuo libro lo comprerei baci a sabato ….ah lo leggero lunedì perché vado a festeggiare i miei 40 a Londra saluti

    • Anthea

      Grande! Buon divertimento e tanti auguriiiii, veramente di cuore. <3

  15. Ida

    Bello e emozionante!!!! Che sofferenza che fanno provare.

  16. Lucia

    Ieri quando ho iniziato a leggere i primi capitoli della tua ff, mi sono bloccata…una strana tristezza mi ha invaso; non riuscivo a pensare ad un finale, per questa storia d’amore e non solo, diverso da quello scritto dalla James…Ma poi la curiosità mi ha spinta a continuare a leggere…Le tue parole mi hanno attirato e fluivano come lava incandescente, veloci, sotto i miei occhi infiammandomi l’animo…Ti ho amata, odiata e poi riamata un milione di volte. Una Anastasia capace di infliggere un dolore cosi grande non solo all’amore della sua vita ma anche a se stessa non me la sarei mai aspettata..Un Christian afflitto e vuoto che vorrei quasi consolare…Con le tue parole ci hai proiettato nella storia rendendoci spettatori silenziosi ed ansiosi che sperano che sia l’amore a trionfare…Sempre…
    Grazie! Al prossimo capitolo e complimenti davvero…

    • Anthea

      Grazie a te per l’emozione che trasmetti a me con le tue parole. Sono contenta che tu sia andata avanti nella lettura. 🙂 🙂 🙂

    • Eva

      Bellissime parole Lucia, rispecchiano esattamente quello che penso anch’io.
      Sempre bravissima Anthea.

  17. Michy

    E l’attesa cresce! Non vedo l’ora che arrivi la mezzanotte!

  18. serenity

    con un po’ di ritardo sono riuscita a leggere il capitolo e ora vado subito al prossimo..
    sei davvero bravissim,mi sono venuti gli occhi lucidi,e credimi che hai parlato dei sentimenti di cri della sua gelosia e delle sue paure come se parlassi di qualcosa che conosci bene,magari sei semplicemente bravissima nel capire …dico questo perchè tutto quello che sente lui in questo capitolo,il modo in cui lo descrivi..è quello che capita a me…è non potete capire quanto possa essere brutto provare dei sentimenti così forti che ti possano far dubitare di tutto…e in alcuni casi accecarti totalmente dal fare o dire cose senza neanche accorgertene..perchè è solo la gelosia che si impossessa e la rabbia.la cosa per me va avanti da un bel po’ prego solo che prima o poi io riesca a migliorarmi e ad essere meno gelosa

    • Anthea

      Sono sentimenti forti hai ragione e ti capisco. Ti auguro di trovare quello che cerchi. 😉