Una nuova Fan Fiction ispirata alla trilogia di E L James!

 

Presentazione dell’autrice Anthea:

Fanfiction basata sulla trilogia “50 Sfumature  di Grigio” di E.L. James.

Ad un certo punto la storia di Anastasia e Christian prende una strada diversa da quella destinata dall’autrice E.L. James.

Per una comprensione corretta della trama si consiglia di leggere prima la trilogia completa.

Vietata la lettura ai minori.

Si ringrazia GraficViol@ per le immagini.

“Di  più” proprietà intellettuale di  Anthea autrice – Vietata la riproduzione anche parziale.

****Chi sogna di giorno conosce molte cose che sfuggono a chi sogna solo di notte****     Edgar Allan Poe

[warning]Lettura destinata ad un pubblico di soli adulti. Questo sito non si assume la responsabilità di lettura da parte di minor[/warning]

Capitolo  n.  2   – Di Più


Jovannotti Tensione Evolutiva. Canzone consigliata durante la lettura di questo capitolo.


Cammino   imperterrita verso il negozio di biancheria intima,  entro e comincio a toccare e scegliere alcuni capi di lingerie di finissima seta.

Controllo di sottecchi  la posizione di Sawyer,  che  dopo aver preso visione di chi c’era all’interno del negozio si è sistemato sulla porta d’entrata e alterna lo sguardo dalla strada,  al marciapiede,  all’interno del  negozio. E’ nervoso, stare in mezzo a mutandine e reggiseni da donna lo imbarazza.

Vicino al suo posto ci sono delle sottovesti trasparenti che gridano sesso. Lo ho portato qui apposta, confido che non si sposti dall’entrata e mi aspetti li.

Cerco l’attenzione di una commessa  e prontamente mi raggiunge Wendy,  una ragazza con un visino sorridente e simpatico,  contornato da  una massa disordinata di riccioli biondi.

Mi guarda con comprensione, mi ha vista arrivare con Sawyer e non so se ha capito che è la mia guardia del corpo o lo ha scambiato per  il mio uomo, però ha rilevato che è in difficoltà.

Dev’esserci abituata perché mi da uno sguardo d’intesa.

<Posso esserle utile signora, ha visto qualche articolo che vuole provare?> mi chiede gentilmente. Prendo il primo reggiseno che trovo e mostrandoglielo  rispondo <certo vorrei provare questo mi puoi accompagnare in un camerino?> poi abbasso la voce e velocemente  aggiungo <Il più vicino all’uscita sul retro> la prendo per un gomito e la faccio girare prima che rivolga lo sguardo a Sawyer.

Sospetterebbe  subito e presterebbe più attenzione da questa parte.

<Non guardarlo, per favore> sibilo piano.

Entro nel camerino e la invito ad avvicinarsi. <Devo assolutamente seminare quel rompiscatole. Oggi ha superato se stesso non lo sopporto più.> Mi faccio aria con la mano. <C’è un’uscita sul retro che usate per lo scarico merci?>  le chiedo con fare cospiratorio <Vorrei seminarlo. Se riesco ad uscire di nascosto,  posso divertirmi da sola tutto il pomeriggio> Fa un sorriso malizioso, si sta divertendo,  forse a queste situazione è meno abituata.

<Certo che c’è, appena dietro a quel tendone verde, si apre a spinta. Però mi lasci qualche istante che tolgo l’allarme> mi guarda con uno sguardo d’intesa  pronta a muoversi. La trattengo per la mano passandole una lauta  ricompensa, ho imparato da Fifty… sempre ricompensare generosamente……

<Per favore,  tienimi il gioco. L’ho avvisato che sarei stata impegnata per mezz’ora, dovresti  avvicinarti al camerino con dei completini da provare e  non guardare tanto  dalla sua parte perché si  insospettirebbe. Quando si accorgerà che non ci sono più andrà in agitazione  ma lo conosco, non se la prenderà con te. VAI ORA! grazie>

Aspetto il momento che è girato verso la strada e sgattaiolo fuori. Mi dispiace comportarmi così con Sawyer lui non centra nulla, ma è un’opportunità che non posso lasciarmi sfuggire. Corro in strada e fermo il primo taxi che passa mettendomi pericolosamente in mezzo alla strada, non ho tempo devo fare veloce. Finalmente mi siedo e tiro un sospiro di sollievo.

<Mi porti a Portland, grazie> dico all’autista.  Un giovane afroamericano che spalanca gli occhi incredulo. <A detto Portland, signora?> mi chiede per assicurarsi di aver capito bene. <Esatto> rispondo decisa <e per favore, se può segnali la partenza da un altro isolato, prima o dopo non fa differenza, basta che sia distante da qui> Mi guarda dallo specchietto titubante, poi scuote la testa e armeggia sul tassametro.

Finalmente partiamo.

Osservo dal finestrino che  Sawyer non mi abbia vista, ma era sull’altra strada laterale è impossibile. Per sicurezza mi distendo sul sedile per non essere vista e cerco di riprendere un respiro regolare. Dopo qualche minuto mi rialzo e  vedo prendere la direzione sud per la I5. Ci vorranno due ore e mezza, se troviamo traffico anche tre. Sono entro i tempi che mi ero prefissata.

Guardo indietro per assicurarmi che nessuno ci segua, i grattacieli di Seattle diventano sempre più piccoli all’orizzonte, prendo coscienza  che sono su una strada senza ritorno. Sono scappata come una ladra dal mio uomo, dal mio amore, dalla mia vita.

I dubbi che in queste ore ho cercato di reprimere si stanno accalcando nella mia testa. Sono stata troppo impulsiva, forse sbaglio a scappare.

D’accordo ho  paura della sua reazione, ma passata la furia  il suo senso del dovere  gli farebbe accetterebbe  il bambino…    e poi? Finirebbe per odiarmi per averlo costretto a subire questa paternità non programmata. Qualsiasi cosa interferisca nella sua vita senza che ne abbia il controllo lo manda fuori di testa. Ha fatto di tutto perché non restassi incinta, ne ero consapevole e  anche d’accordo. Volevamo passare qualche anno da soli, per conoscerci meglio.

E io ora dovrei dirgli che aspetto un figlio, che non sono riuscita  ad essere puntuale con l’unica cosa  di cui mi ha lasciato la responsabilità,  che le sue aspettative non saranno rispettate.

Mi sembra di vedere lo sconforto nel suo volto. Non avrebbe il coraggio di cacciarmi.

“O no amore mio, non voglio guardare la tua  delusione” Per me ha già rinunciato al suo stile di vita, ha modificato  le sue abitudini, ha accettato dei compromessi pur di starmi vicino.

Cerca sempre di rassicurarmi,  dichiarandomi il suo amore, assecondando  le mie esigenze.

Ma finirà per disprezzarmi se aggiungo la frustrazione con l’imposizione di un figlio.

Scuoto la testa sconsolata,  lui mi ha  proclamato il suo amore e anch’io lo amo più della mia vita. Ma io sono degna del suo amore. Lo sto lasciando, lo sto ingannando. Sto agendo d’istinto,  qualcosa di primordiale mi sta mettendo in guardia.

La mia parte razionale continua a dirmi che sto sbagliando tutto, che devo tornare indietro, che devo parlare con Christian e tutto si sistemerà. Ma se chiudo gli occhi per immaginarmi insieme a nostro figlio non riesco a reprimere questa sensazione di squilibrio e forze negative. Il mio essere interiore mi incita a lottare, mi infonde il coraggio  di non restare accomodante davanti alle decisioni che riguardano mio figlio. La mia anima primitiva ha preso il sopravvento e mi sta  guidando verso un incognito che stranamente non mi fa paura.

Non voglio che succeda niente a questo bambino, lui non ne ha colpa.

Metto le mani in grembo   “mi prenderò cura di te, ti proteggerò e ti amerò con tutta me stessa” . Un brivido freddo mi scorre nella schiena,  il dolore mi avvolge in una morsa  d’acciaio.

Sono nella disperazione totale.  Lascio andare le lacrime lungamente trattenute. Sono lacrime piene di amore, di angoscia, di vergogna e di speranza. Mi stringo in un abbraccio cullandomi nel dolore. “Christian ti amo. Ti amo così tanto che voglio che tu sia libero….”

Prima di arrivare a Portland chiedo al tassista di fermarsi ad un Drugstore. Prendo un telefonino usa e getta, una spazzola e degli elastici per i capelli, lo spazzolino da denti e altre cose personali che non sono riuscita a portami dietro.Trovo Josè  in strada, davanti a casa sua, che mi aspetta.  Pago il taxi , ringrazio l’autista  e scendo con la borsa e il sacchettino del Drugstore.

Tutto quello che possiedo.

Vado incontro a Josè e gli butto le braccia al collo.  Lo stringo per il bisogno di sentire un calore amico vicino al mio corpo.

E’  agitato, mi scioglie dall’abbraccio per guardarmi meglio <Dios mío Ana cosa sta succedendo, il mio telefono era di fuoco, lo  ho spento sperando che tu non avessi bisogno di chiamarmi. Lui avrà fatto il mio numero mille volte. Credo che  troverò la segreteria  intasata quando lo riaccenderò? Vieni entriamo in casa piccola. Hai portato dei bagagli?>

<E’ tutto qui> gli rispondo alzando il sacchettino.

Mi  accoglie con calore, sente che è successo qualcosa di grave ma il suo tono cerca di essere dolce.

<Quando hai pianto, Ana? Hai gli occhi tutti gonfi. Vuoi andare in bagno a sistemarti. Io intanto preparo il té> Mi scappa un sorriso,  anche lui conosce la soluzione di Ray a tutti i problemi.

Si decisamente mi sento a mio agio. Sono tanti anni che ci conosciamo e anche se siamo stati sempre e solo amici tra noi c’è una grande confidenza.

Ci sediamo intorno al piccolo tavolo della cucina. Prendo la tazza di té fumante che mi porta  calore e sollievo nelle  viscere. Ho avuto freddo durante tutto il viaggio, non sono riuscita a scaldarmi neanche con la felpa.

<Ana forse è meglio che mi spieghi in che guaio ti sei cacciata e forse mi stai cacciando. Sinceramente  sono felice  che tu sia qui, ma mi aspetto di trovarmi a breve  tuo marito incazzato tra i piedi e chissà perché la prospettiva non mi alletta molto> abbassa leggermente il capo guardandomi da sotto in su, con un sorrisetto maligno.

Devo dirgli tutto, ho già pensato. A lui devo dire tutta la verità se voglio che mi aiuti.

Faccio un bel respiro e mi  sporgo verso di lui. La voce mi esce in un sussurro. Tanta è la sofferenza  di questa confessione che non voglio sentire il rumore delle mie parole.

<Josè, ho chiesto a te di aiutarmi perché sei un amico e perché so che posso fidarmi nel confidarti  il segreto di quello che è successo oggi, ti prego giurami che non ne farai parola con nessuno, è importante>

<Va bene Ana te lo prometto continua…. Ci stai girando intorno ma se vuoi che ti aiuti mi devi raccontare tutto per bene> mi guarda  con impazienza  e con le mani mi invita a parlare.

<C’è di mezzo Christian e hai potuto tu stesso constatare che non si ferma davanti a nulla.  Sono… ehmm ………..    sono incinta Josè, aspetto un figlio di Christian>

Mi guarda allibito, le sue palpebre si stringono a fessura.

<e allora, siete sposati no? Potete fare tutti i figli che volete. Ana cosa stai cercando di dirmi non riesco a vedere il problema?>

E già ha ragione vista da fuori  i miei guai non hanno senso.

<il problema è che Christian non vuole avere figli adesso, me lo ha detto chiaramente più volte. Io dovevo provvedere all’anticoncezionale ed ho fallito miseramente dimenticandomi di fare l’iniezione> inutile che gli spieghi che  la segretaria ha spostato a mia insaputa gli appuntamenti.

<ho avuto paura non gli ho detto niente,  e non ho intenzioni di informarlo della gravidanza, nessuno lo sa a parte te> Abbasso la testa per terminare  questa mortificante confessione

<Non voglio che  arrivi alla sconsideratezza di farmi del male. Se riesco a non affrontarlo di persona, non lo provoco   forse riuscirà a farsene una ragione e lasciarmi stare. Dopo che ti ho telefonato   gli ho lasciato un biglietto  di spiegazioni con la richiesta  che non mi segua>  ecco l’ho detto…  ho fatto scoppiare la mia bomba, tengo il viso tra le mani aspettando un sacco di insulti da Josè.

Ma lui non ha la reazione che mi aspettavo. Mi toglie le mani dal viso e con una nocca mi accarezza prima una guancia, poi le borse gonfie che si sono formate sotto gli occhi.

<Dios mío Ana, pensavo che fossi felice con lui, non che vivessi  sotto questa pressione con l’ansia  di obbedire ad ogni suo ordine. Ma sei sicura che il caso sia così disperato?> mi guarda con aria interrogativa <forse la notizia della gravidanza ti ha colta impreparata e percepisci la situazione più grave di quella che è?> <no Josè non credo proprio di sbagliarmi>

Gli racconto dei presentimenti che ho avuto da subito, appena avuto la conferma dalla dottoressa Greene della gravidanza. Di come sia maturata la mia decisione di scappare lontano, al coraggio che è scaturito dentro di me per farmi prendere questa decisione e di quanto sia convinta che è la cosa migliore da fare per proteggere mio figlio. Di quanto sia convinta che Christian mi terrebbe vicina solo per dovere

<Accendi il telefono e accetta la sua telefonata sentirai la sua reazione > finisco il mio té  e con tono rassegnato lo imploro <ma non farmi parlare insieme, non voglio neanche sentire la sua voce, digli tu che voglio una  vita più tranquilla qui con te e che quello che dovevo dire da parte mia lo ho scritto nel biglietto, tienimi il gioco ti prego>.

Povero Josè l’ho messo nell’imbarazzo  di  scegliere  tra mantenere la mia amicizia con tutti i guai che ne deriveranno o mettermi alla porta con un calcio nel culo.

Lo vedo in difficoltà ma non  insito non vorrei  condizionarlo troppo. Che decida lui se vuole assecondare il mio modo di agire oppure decida di restarne fuori.

<Ok dai, sei pronta? Accendiamo il telefono, tanto più di qualche insulto non posso prendere. Uff… cavolo non sono abituato a subire lo stress degli innamorati!!> mi fa l’occhiolino con un tentativo di sorriso che non gli riesce molto bene.


FINE 2° CAPITOLO

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6 commenti

  1. Kiki

    L’ho letta stanotte ed è intrigante, cioè, dico, son curiosa di vedere come la fai finire *__*

  2. Ana x

    Mi piace e mi sta intrigando. E sono curiosa di vedere come evolverà.
    L’unico consiglio: occhio ai verbi 😉 poi sarai perfetta!
    Baci cara!