Fan Fiction! 50 Sfumature di.. ‘Di più’! 12° capitolo

Fan Fiction ispirata alla trilogia di E L James!

ANTHEA

Presentazione dell’autrice Anthea:

Fanfiction basata sulla trilogia “50 Sfumature  di Grigio” di E.L. James.

Ad un certo punto la storia di Anastasia e Christian prende una strada diversa da quella destinata dall’autrice E.L. James.

Per una comprensione corretta della trama si consiglia di leggere prima la trilogia completa.

Vietata la lettura ai minori.

Si ringrazia GraficViol@ per le immagini.

“Di  più” proprietà intellettuale di  Anthea autrice – Vietata la riproduzione anche parziale.

****Chi sogna di giorno conosce molte cose che sfuggono a chi sogna solo di notte****     Edgar Allan Poe.

[warning]Lettura destinata ad un pubblico di soli adulti. Questo sito non si assume la responsabilità di lettura da parte di minori[/warning]

Musiche inserite nel racconto consigliate durante la lettura.

12° CAPITOLO

OK, stiamo calmi,  se fosse successo qualcosa di grave me lo  avrebbe detto.

Cerco in borsa il cellulare per chiamare Christian.

Un antipatico bip mi informa che  è scarico.  Accidenti!!

Vabbè, tra dieci minuti saremo a casa, forse mi ha inviato un’e-mail.

Max, in auto,  si lagna che anche oggi non passiamo al parco per dar da mangiare agli anatroccoli, ma le disposizioni  sono state chiare. Dobbiamo rientrare  direttamente a casa.

Cerco di distrarlo  facendomi raccontare la sua giornata a scuola. Mi dispiace non poterlo accontentare.

Troviamo anche Emma in ansia, accortasi che  i due ragazzi della sicurezza sono in allerta e più frenetici del solito.

Le lascio in consegna Max e raggiungo la mia camera per controllare se ci sono e-mail  di Christian con qualche informazione.

Niente, non trovo nessun messaggio.

Al telefono risponde la segreteria.

Mi allarmo ulteriormente,  è da ieri pomeriggio che non parlo con lui, forse  gli è successo qualcosa. Ritorno in salotto. C’è Steve da solo che controlla i monitor.

Lo avviso  che non riesco a mettermi in contatto con Christian, sono in ansia voglio sapere se sta bene.

<Mr. Grey  è insieme a  Taylor per dei sopralluoghi esterni. La chiamerà appena rientra> mi guarda serio <si tranquillizzi Mrs. Steele, ci sono state delle minacce, ma al momento non è successo niente, vedrà che Mr. Grey le chiarirà tutto> riporta l’attenzione al monitor,  non mi dirà nient’ altro.

Le parole di Steve, comunque, mi hanno perlomeno un po’ rassicurata  e ritorno in cucina. Devo tenermi occupata per non fare inutili congetture.

Chiedo a Max cosa preferisce che prepariamo per cena  e lui dopo aver fatto finta di pensarci, mi dice:

<Facciamo le polpettine, quelle rosse con il pomodoro> con quell’aria che …. manca solo  che si pizzichi il mento.

Sono la sua specialità, gli piace preparare tutte le palline. E, il furbetto,  si  è  accorto che  ieri avevo acquistato la carne macinata.

<Dai forza, andiamo a lavarci le mani e mettiamo il grembiule>.

Sperando che Christian chiami presto, ripongo davanti  al tavolo di lavoro il cellulare e il computer acceso e connesso.

Preparo il sugo di pomodoro, mentre Max  appallottola la carne in piccole palline tutte uguali e ordinate.

E’ diventato abile dopo aver frequentato i corsi per piccoli chef che Emma ha inserito tra i laboratori della scuola.

Se ne occupa lei personalmente e insegna ai bambini  a prendere confidenza con  il cibo che poi mangiano.

All’inizio i genitori portavano i figli, ma erano poco convinti, sembrava un’idea  un po’ strampalata. Invece si è rivelata  un’iniziativa azzeccata, che ha riscosso molto successo.

Avremo una moltitudine di grandi chef da Nashville in futuro.

Max è un asso con i lavori manuali, si diverte a impastare e manipolare di tutto. Le sue dita si muovono  con scioltezza e  resta concentrato fino al termine  del suo compito.

Anche a me è sempre piaciuto cucinare, quindi non mi sono persa una lezione e poi con l’insegnante in casa ho imparato molte ricette sfiziose. La parmigiana di melanzane alla siciliana – come la chiama Emma – la preparo forse meglio di lei. E il pesto… una favola.

Come si dice? L’alunno che supera il maestro…..

  <Finito!> sento che dice Max alzando in alto entrambi le manine, prode  di aver completato  il suo lavoro. Io sono girata verso i fornelli,   il sugo di pomodoro sta sobbollendo.

Max scoppia in una fragorosa risata <Mamma, mamma…… c’è Christian alla Tv!> e continua a ridere indicando lo schermo del computer.

Mi giro di scatto in tempo per vedere i due che si stanno facendo segnali complici e poi scoppiano a ridere.

Uff…. le parole di Max mi avevano fatto pensare ad altro.

Sorrido anch’io a Christian,  rasserenata nel  vederlo  che sta bene.

Lui mi strizza un occhio e riporta l’ attenzione verso Max.

<Sei proprio bravo a preparare le polpette. Ti  piace aiutare in cucina?> gli chiede con singolare interesse.

<Uhu, uhu…. mi piace anche fare la pizza,  i biscotti, le torte….> gli risponde Max  impettito, sfoderandogli tutto il suo repertorio e contento per essere stato considerato.

Parlottano ancora un po’ mentre io spengo i fornelli e metto le pentole al sicuro. Poi prendo il computer, li faccio salutare e torno  in camera.

Voglio parlare da sola con Christian.

E’ lui che inizia il discorso:

<Pensavi di uscire anche questa sera> mi chiede brusco, prendendomi in contropiede. 

Aggrotto la fronte <No, cosa te lo fa pensare?>  con tutti gli argomenti possibili, perché mi chiede questo?

<Hai tagliato i capelli e sei  truccata. Pensavo fossi pronta per un appuntamento>  calca sull’ultima parola con enfasi riferendosi,  probabilmente,  alla discussione di ieri sera.

Per la miseria! Sfugge mai qualcosa a quest’uomo esasperante?

Chissà se guarda tutte con questo interesse?  No, spero di no.

<Non devo uscire stasera> sbuffo   seccata. Cerco di deviare subito il discorso.

<Christian, ero preoccupata. Non riuscivo a contattarti. Stai bene? >  gli chiedo, con premura.

<Mi dispiace averti fatto attendere, ma volevo essere sicuro che anche qui fosse tutto sotto controllo. Abbiamo appena terminato le verifiche>  risponde  cercando di rassicurarmi.

<Ma cosa è successo. Perché siete così allarmati?> lo incalzo a proseguire.

Perché non si riesce mai ad avere informazioni da lui.

Fa un lungo silenzio,  storcendo la bocca contrariato, poi si passa le mani tra i capelli ed espelle aria e ansia.

 

<Stamattina ho ricevuto una busta…. anonima. Conteneva un foglio  con delle fotografie stampate.   Di… noi due. Di te>,  parla a bassa voce, non riesco quasi a capirlo.

<Ehh….?? Non sono solo delle fotografie che mettono questa agitazione> lo sollecito senza mezzi termini.

Avanti Christian, sputa il rospo.

<Ci sono anche delle intimidazioni….c’è scritto….> non finisce la frase.

Prende il foglio e lo avvicina alla web-cam. Mi appaiono nitide sullo schermo.

Sono state scattate a Savannah la settimana scorsa.

Siamo io e lui mentre usciamo dalla casa di mia madre per andare a correre.

COMMOVENTE SCENETTA”

In un’altra sempre io e lui quel mattino, mentre rientriamo tenendoci per mano.

CHE ROMANTICO QUADRETTO”

La terza foto mi ritrae  mentre torno  a casa,  quel pomeriggio che ci siamo visti al suo albergo, indosso il vestito di mia madre.

NON SI LASCIA SOLO UN BOCCONCINO COSì….. APPETITOSO”

Rabbrividisco al pensiero che avevo insistito per rientrare da sola.

Non è stato fotografato Max. 

Registro questa informazione tra quelle positive.   Almeno… spero.

<C’era…. c’era  qualcuno che ci osservava….  ma come hanno fatto?> biascico  incredula, mentre un  presagio sinistro mi attraversa.

<Stanno pedinando me, Ana. E seguendo me hanno trovato  anche te. Non  siamo riusciti a capire come. Jason è sempre stato molto attento.

Probabilmente erano lontani e  hanno utilizzato degli obbiettivi  molto potenti.

La minaccia in se non è particolarmente  violenta, non ci sono precise vessazioni.

Può darsi che il loro gioco sia solo quello di spaventarci. Ma non avendo delle risposte precise,  non intendo correre dei rischi allentando la sicurezza> risponde con tono allarmato, ma deciso. Ha tutto sotto controllo.

<Stai tranquilla, comunque, Steve e Mark sanno il fatto loro e si stanno occupando della vostra sicurezza>  mi rassicura distendendo lo sguardo.

Reprimo l’ urlo di frustrazione che mi è salito in gola.

Annuisco.

Questo è il suo mondo”.

Mi viene in mente che dobbiamo accordarci per il fine settimana e non gli ho ancora comunicato la mia decisione.

<Ana, hai stabilito  dove incontrarci questo fine settimana? Insisto, dopo questi ultimi sviluppi,  che mi raggiungiate voi a Seattle. All’Escala saremo al sicuro > esorta con  un  tempismo a dir poco tempestivo.

<Okay>, acconsento  <venerdi pomeriggio avevi detto? Fammi sapere per che ora dobbiamo essere pronti>.

Tira un sospiro di sollievo, e mi fa un sorriso grato.

Dovrei dirgli che lo avevo già deciso, prima di esserne in qualche modo costretta dai fatti.

Ma a questo punto non mi sembra fondamentale.

Per qualche secondo  tra di noi si crea il solito incanto. Ci troviamo a fissarci intensamente, nel silenzio  che sembra non dover mai finire.

La preoccupazione per l’incolumità di Max ci accomuna. Ma non c’è solo quello.

Abbiamo reciproco bisogno di sentire la presenza l’uno dell’altra. E’ un momento sospeso nello spazio dove ci siamo solo noi.

Le pulsazioni aumentano,  senza controllo,  e il respiro si fa corto.

Come può farmi sempre questo effetto, sono senza fiato.

Apro la bocca,   ma la mia voce è vuota.

E’ lui che si riprende per primo,  si avvicina alla webcam.

<Ti dona molto quel taglio> è un lieve sussurro il suo che mette fine dolcemente al nostro “momento”. E io arrossisco. 

E’ solo un semplice e cortese complimento e io….. arrossisco.

<Ritorno in cucina. Devo finire di preparare la cena, vuoi  restare con noi?>,

propongo allegra,  per confondere il mio stupido  impaccio.

<Meglio di no! >  mi  sorride leggiadro. 

<Non potrei sopportare di vedervi mangiare quelle succulente  polpette, mentre io dovrò accontentarmi  della cena fredda che mi ha lasciato in frigo Gail. Dai un bacio a Max per me. Ti chiamerò domani>, si lamenta fingendosi rassegnato.

Mi raggiunge una luce di soddisfazione che  brilla nel suo sguardo. Poi spegne la connessione.

Ripenso con sdegno a quelle fotografie, cosa vogliono? Perché  si interessano alla nostra vita?

Cosa spinge le persone ad intrufolarsi nella tua privacy. L’invidia? La cattiveria? La mancanza di proprie soddisfazioni?

Così sono di nuovo in apprensione mentre ritorno in cucina. Emma se ne accorge subito  e mi interroga con gli occhi.

Le mimo un “dopo” con le labbra.

Glielo spiegherò più tardi,  avremo tutto il tempo dopo che Max si sarà addormentato, non voglio assolutamente che senta i nostri discorsi.

Mi dedico  distratta alla cena,  ultimando  di cucinare la pasta e il sugo,  con le polpettine che ha preparato Max.

VENERDI

 

Viaggiare con l’aereo privato della Grey EHI ha indubbiamente molti vantaggi.

Passa a prenderti come un taxi, nessun problema  per biglietti e  bagagli, è confortevole, il personale gentile e disponibile, puoi muoverti a tuo piacimento.  Tutti agi da ricchi a cui non sono abituata.

Max , dopo aver esaurito le sue energie visitando di nuovo la cabina di pilotaggio, disegnato uno stormo di aerei…, –  credo che fossero-  animato degli scontri  volanti tra le sue automobiline e i personaggi di  Rio, Blu e Rafael,   praticamente, non essersi fermato per un istante,   si ricarica con un  sonnellino disteso sulla poltroncina.

Lo lascio in custodia a  Miriam, l’assistente  di volo,  e    mi sposto  nell’ufficio,  dove è  possibile lavorare con il computer.

So già di trovarci Ros, l’abbiamo  salutata quando siamo  saliti a bordo.

Lei è impegnata a scrivere  delle relazioni sul suo ultimo lavoro a Savannah.

E’ seduta in un angolo distante dalla porta e sentendomi entrare mi fa un cenno di benvenuto, continuando  a ticchettare sui tasti freneticamente.

In questi anni è  rimasta nella Grey EHI come vice di Christian e , da quanto lui mi ha riferito mentre preparavamo questo viaggio, è stata una presenza fondamentale. Lo ha affiancato  alla guida della sua impegnativa società con una gestione all’avanguardia,  mantenendola aggiornata e dinamica.

Insieme a Taylor credo che sia la persona che gli è rimasta più vicina.

Sarei tentata di chiederle  informazioni sul comportamento  che ha avuto Christian dopo che me ne sono andata. Nell’ambito lavorativo, naturalmente.

sei sicura di voler fare l’impicciona?”

Effettivamente, avrà anche lei, come tutti i dipendenti di Mr. Grey, un accordo di riservatezza.  Che naturalmente rispetterà  perché gli è fedele. La metterei solo in imbarazzo.

Scaccio questa idea inopportuna.

Accendo il mio nuovo e scintillante PC, vorrei  approfittare di questo tempo per  riordinare  gli  ultimi appunti per il mio prossimo libro.

Ho pronta la bozza della storia e  la scaletta degli episodi. Mi mancano da decidere i nomi di alcuni personaggi  secondari , che non metto mai a caso, devono calzare bene.

Mi impegno nella trascrizione  e con la coda dell’occhio intercetto lo sguardo di Ros. Come se volesse dirmi qualcosa, poi però continua nel suo lavoro e io mi riconcentro sul mio.

Cerco tra le mie prime annotazione dei pensieri che  possano servirmi per l’introduzione del libro.

Li rileggo con una  leggera nostalgia che rievoca  il ricordo di quando li ho scritti.

Max aveva tre mesi, stava crescendo bene ed era un bambino tutto sommato tranquillo.

Ma in quei giorni gli prendevano degli attacchi  di pianto , apparentemente senza motivo, che duravano per ore. Al controllo la pediatra non aveva riscontrato patologie  di natura fisica, mi aveva assicurato che era in salute  e quindi non c’era una cura tangibile per i suoi pianti.

Lo sciroppo che mi aveva prescritto, più per rassicurarmi che per vera necessità, non portava alcun beneficio.

Io ero già  afflitta perché pensavo sempre a Christian,  mi mancava sempre di più il suo contatto, la sua voce. Un’ ossessione costante che mi soffocava.

Poi perché, in quel momento,   il peso della  responsabilità di crescere da sola mio figlio era enorme, e anche  perché ….. perché mi sentivo il mondo addosso.

Aggiungendo questi pianti inconsolabili, il mio smarrimento era totale e mettevo in discussione il mio essere madre.

Così la mia ansia aumentava ed ero ancor più depressa.

Emma, un pomeriggio,  mi ha raggiunto in camera porgendomi un pacchettino regalo.

Le avevo confidato  solo alcuni frammenti  del mio passato, senza scendere nei particolari, ma capiva che ero  infelice  e demoralizzata. 

Era sempre pronta ad aiutarmi, specialmente con Max,  e  mi dispensava sempre qualche buon consiglio.

Nel pacchetto c’era un quaderno, un semplice quaderno a quadretti con tutte le pagine bianche, e una penna.

<<Devi essere forte e star bene per crescere un bambino. Invece la tua sofferenza ti  rende debole.  Stai tenendo stretti  i tuoi ricordi perché ne hai bisogno per continuare a torturarti e restare ancorata al tuo passato.>> Mi teneva le mani tra le sue per infondermi coraggio.

<<Non te ne vuoi privare  perché perderesti il compito che ti sei prefissata.

Ma non puoi ossessionarti ogni minuto di ogni giorno con i ricordi. Non puoi vivere solo di quelli.

Scrivili, scrivi tutto quello che senti, tutto quello che ti passa per la testa. Scrivi il dolore che provi, scrivi la tua ansia  e i tuoi timori, scrivi anche i momenti di gioia.

Da questo quaderno non fuggiranno mai e li ritroverai ogni volta che ne avrai bisogno.

Ti resterà la mente più libera, riacquisterai pian piano la serenità che ti serve per  dedicarti a tuo figlio.

Conservare i tuoi segreti in  queste pagine ti aiuterà a sopportare le urla mai urlate, le lacrime trattenute, il  desiderio di morire senza morire. Sarà come un medicamento che rende il dolore più sopportabile>>.

Ho avuto l’impressione  che   anche lei avesse provato un grande dolore e che parlasse per un esperienza diretta.  Non ho mai osato chiederglielo.

Ma mi sembrava un’idea astrusa, un’ utopia.

Scrivere una specie di diario?  Ritenevo, a torto, che fosse  più un’attività da adolescente.

Le sue parole, però, erano riuscite ad incuriosirmi e una notte in cui ansia e insonnia erano insopportabili  ho  scritto   le mie prime pagine.

Da allora ne  ho riempito molti di questi  quaderni e uno   lo tengo sempre a portata di mano,  pronto per essere scritto o per essere letto.

Ros riordina i suoi documenti e li infila nella valigetta richiamando la mia attenzione. Dobbiamo  prepararci , siamo  prossimi  all’ atterraggio.

Il tempo è passato anche troppo in fretta.

Chiudo il computer, lo rimetto nella custodia insieme con   il notes e l’iPAD e raggiungo Max, che nel frattempo  ha riempito una pila di fogli di scarabocchi,  tutti  capolavori di arte contemporanea.

L’aereo si inclina in una lunga curva   sopra  Puget Sound per allinearsi alla pista di  atterraggio.

Io e Max  siamo seduti sulle poltroncine e ammiriamo dal finestrino   lo spettacolo di  Seattle e  la baia che lo  circonda.

Seattle… sono ritornata a Seattle”. Prego silenziosamente che vada tutto bene.

Mentre Miriam ci apre il portellone salutiamo Ros e i piloti che ci hanno raggiunto.

Sotto la scaletta ci sono due automobili in attesa.

Io e Max veniamo scortati da Steve e Mark che hanno viaggiato con noi  e fatti salire sul  grosso SUV nero.

Quando siamo all’interno del macchinone con i vetri scuri, assicuro Max al seggiolino e aspettiamo.

Entra Taylor che  saluta  con un  brusco   “buonasera” secco e tirato e sposta l’auto affiancandola alla berlina scura dove ho visto entrare Ros.

Christian dopo qualche minuto esce da quell’auto e sale nel sedile davanti della nostra.

Immagino che dovesse parlare con Ros e poi abbia seguito un protocollo della sicurezza.

<Ciao Max, benvenuto a Seattle>  gli dice sporgendosi dal sedile per dargli una spettinata ai capelli.

Poi si gira verso di me <Ciao Anastasia, ben tornata a Seattle, avete fatto un buon viaggio?>

Annuisco, mentre all’unisono  rispondiamo al suo saluto.

Le sue buone maniere, però,  non riescono a mascherare una certa freddezza.

Ma forse è una mia impressione. Speravo  di ricevere un’accoglienza più calorosa, senza averne nessun diritto.

<Non siamo riusciti a farci assegnare per l’atterraggio la pista più lontana. Questa è troppo vicina all’aerostazione e i curiosi sono sempre in agguato> mi dice  scusandosi e rispondendo in parte alle mie perplessità.

<Okay portaci  a casa >,  ordina  a Taylor  con sollievo, mentre si sistema la cintura di sicurezza.

Max guarda  fuori dal finestrino, attratto dall’atterraggio degli aerei,  fino a quando non usciamo dall’aeroporto, poi  si rigira tra le mani Blu e Rafael che si sono salvati  dagli scontri volanti.

Taylor guida e  ragguaglia Christian   sui turni di sorveglianza.

Ho il cuore in gola, sono nervosa e nello stesso tempo provo un senso di liberazione  per essere ritornata  a “casa”.

A casa,  sì.      Anche se per breve tempo,  è stata anche la mia casa.

Un dolore sordo si deposita in fondo alle viscere.

Appoggio la testa sul sedile e chiudo gli occhi contando  i secondi  che mancano per giungere  all’Escala.

<Siamo arrivati> sento più forte la voce di Christian, si è girato verso di noi.

Scendiamo la rampa che porta al parcheggio sotterraneo dell’Escala. Taylor parcheggia vicino all’ascensore, sono i posti riservati a Christian.

Curioso con lo sguardo le auto che sono parcheggiate, cerco se c’è il modello Sottomessa.

Sei un inguaribile cretina! Te le cerchi le figure” penso tra me.

So di essere in malafede e  quando mi accorgo che Christian mi sta scrutando divento livida. Per fortuna o per sua buona educazione  non commenta.

Taylor mi apre la portiera per farmi  scendere dall’auto.

Christian aiuta Max e lo prende per mano.

Entriamo nell’ascensore, il famoso ascensore tutto specchi dell’Escala.

Quando Max si accorge che ne  siamo circondati   si guarda intorno ridendo. In qualsiasi direzione  si giri  ci trova davanti.

Christian digita il codice continuando  a tenere per mano Max e mi fissa accigliato.

<C’è qualcosa che non va, Anastasia?> chiede  con un tono preoccupato.

Trovo il coraggio di guardarmi allo specchio, ho un’aria sofferente, quasi sconvolta. Faccio un respiro forte cercando di ricompormi. Sistemo  i capelli  dietro l’orecchio tirando le labbra in un sorriso forzato per cercare di rassicurarlo.

Ma non è vero. Sto di merda.

Mi sembra di essere uno straccio strizzato da testa a piedi, sento la nausea che mi parte dallo stomaco.

Arriviamo all’attico, le porte dell’ascensore si aprono.

L’atrio bianco, il tavolo rotondo, un vaso pieno  di rose bianche, i quadri, l’aroma fresco di questi muri.

Nulla è cambiato.

Realizzo che ho pochi secondi  di autonomia.  Il tempo di assicurarmi che Max sia insieme a Christian e mi fiondo all’interno dell’appartamento.

Ricordo che vicino alla cucina c’era un piccolo bagno di servizio.

Arrivo giusta alla tazza del water per vomitare tutta  la bile che avevo in corpo. Un sudore freddo mi imperla la fronte e mi gira la testa. Resto seduta a terra per riprendere fiato.

Il panico che mi attanagliava  dentro  sta pian piano scemando.

Con
un po’ di fatica riesco ad alzarmi. Mi bagno il viso con una salvietta e bevo dell’acqua, rimetto in ordine il bagno anche per prendermi  ancora un po’ di tempo.

Quando esco trovo Max e Christian che si tengono ancora per mano e mi guardano sconcertati.

Sono rimasti li fuori  dal bagno ad aspettarmi.

Max si butta sulle mie gambe gridando il mio nome   impaurito perché mi ha vista scappare senza dirgli niente, ma io non avevo fiato per parlare.

Mi abbasso per  guardarlo negli occhi <Va tutto bene Max> e gli passo una mano sulla testa <sto meglio adesso>. Lui si calma subito.

<Mi dispiace>,  dico rivolgendomi ora a Christian  <forse è stato il viaggio o forse ho preso freddo. Adesso va meglio> accampo alla meglio come scusa.

<Sei sicura che non vuoi distenderti?> mi incalza  preoccupato. Non è molto convinto.

Scuoto la testa  <No. Grazie>. Vorrei distogliere l’attenzione da me.

Ci dirigiamo verso il grande salone.  Io resto  appoggiata alla soglia, non entro subito preferisco restare vicino al bagno,  ho ancora lo stomaco sottosopra e  non vorrei averne ancora bisogno.

Christian tende la mano a  Max  e lo porta davanti alla parete di vetro con il panorama di Seattle.

Si sofferma a spiegargli cosa sono i palazzi che ci circondano, in particolare  lo Space Needle , simbolo di Seattle con i suoi 184 metri di altezza,  che svetta proprio davanti ai nostri occhi.

Sulla sinistra si apre lo specchio d’acqua della baia del Puget Sound che brilla alla luce del tramonto.

E’ veramente  uno spettacolo e Max ne resta affascinato, è a bocca aperta. Si gira  e quando mi vede alza le braccia e disegna un cerchio in aria <E’ grande. Siamo in cielo, in mezzo alle nuvole> continua a tenere le braccia aperte e con l’indice segna delle grandi nuvole colorate di arancione che sembrano appoggiate sul tetto.

Poi si guarda intorno, c’è  il pianoforte nero a coda,  il grande divano bianco, il lungo tavolo ornato da una bellissima composizione di calle bianche,   il caminetto che qualcuno si è premurato di accendere, ma niente di tutto questo attrae in particolare la sua attenzione.

Io invece ingoio ogni particolare, ritrovo inalterati tutti i miei luoghi di sosta.

Ognuno mi ricorda la morte di un sogno.

E’ una piccola mappa dei posti che ho dolorosamente pianto e benedetto in tutti questi anni .

Il divano dove ho firmato il  contratto di riservatezza, dove ho pregato quando lo avevano dato per disperso con Charlie Tango.

Il pianoforte dove  di notte lo trovavo a suonare melodie a volte dolci e tante altre tristi. Dove mi ha fatto impazzire,   in preda ai suoi eccitanti istinti.

In questo salone il nostro ballo sulle note di Frank Sinatra.

Quanti, quanti ricordi. Troppi, non riesco a contrastare  questa inopportuna nostalgia  e sto per affogarci dentro.

La risata cristallina di Max mi scuote, si è spostato lasciando Christian davanti alla vetrata  e   mi indica  dei quadri appesi alla parete.

Ricaccio indietro le lacrime che avevano già iniziato a velarmi gli occhi.

Sono troppo di lato per vedere cosa raffigurano e quindi mi sposto verso il centro della stanza.

Max prende la mia mano   e mi trascina davanti impaziente.

<Mamma! Questa sei tu, guarda!>

Si allunga  perché lo prenda  in braccio per vedere meglio e poi mi stringe il viso tra le sue manine.

Guarda di nuovo i ritratti in bianco e nero che mi aveva fatto Josè, e poi riguarda me  per controllare di aver visto giusto.

A fianco a questi ci sono anche due miei primi piani nel giorno del matrimonio. Il mio sorriso raggiante è rimasto impresso nella pellicola a ricordo di un giorno meraviglioso.

Resto a bocca aperta, inebetita.

Perché ci sono le mie fotografie appese a questa parete?

Sono passati  quasi cinque anni, l’ho lasciato facendolo soffrire e lui… ha tenuto per tutto questo tempo queste immagini davanti agli occhi.

Per l’amor del cielo, Christian, non puoi essere ancora qui…. No, nooo!” grida il mio cuore.

Mi giro verso di lui guardandolo allarmata e incontro il suo sguardo vuoto, inespressivo, che mi fissa  incurante della mia espressione, come se questo non stesse succedendo.

<Christian> lo chiamo per  spingerlo a reagire.

Lui alza  le spalle e va verso la cucina.

<Max hai sete? Vuoi  del succo d’arancia fresco?>  dice con calma meditata, cambiando argomento.

Ci invita con un  morbido gesto delle braccia a seguirlo.

<Anastasia anche tu vuoi succo o preferisci del vino bianco?>si rivolge a me con una cortesia glaciale, come un ammonimento ai miei pensieri.

<Va bene il succo anche per me, grazie> meglio non bere alcolici a questo punto.

Sono rimasta spiazzata con altri interrogativi che si accavallano ai tanti che già mi imbottiscono  la  testa.

Ci sediamo negli alti sgabelli attorno al tavolo e Christian prende il succo dal frigorifero.  Nella porta c’è appeso il disegno dell’aereo che aveva colorato Max.

Continuo ad osservare silenziosa  il suo  atteggiamento, mentre lui intrattiene Max  spiegandogli a grandi linee l’uso di queste due stanze, incurante del mio atteggiamento  insidioso.

Quando mi porge   il bicchiere mi fissa con  riprovazione   e  un chiaro messaggio di lasciar perdere.

Stringo le palpebre annuendo. Lo assecondo.

Bevo avidamente,  è  fresco e  dissetante. Ci voleva proprio per togliermi quel gusto schifoso che mi era rimasto in bocca e anche per recuperare un po’ di energia.

Christian guarda indulgente Max che beve il suo succo e quando ha finito lo invita a seguirlo.

Il corridoio mi sembra enormemente più lungo, oltrepassiamo la porta della sua camera e  apre l’ultima porta a sinistra.

<Questa è la tua camera, Max>  gli dice. Entriamo insieme.

Max all’inizio si appende alle mie gambe, ma, dopo aver notato che ci sono cose interessanti all’interno,  mi lascia e va in ispezione.

E’ una stanza grande –  non credo ci siano stanze piccole a casa di Christian –  ma questa a differenza ha i mobili colorati di azzurro intenso, fucsia e verde acido.

L’ambiente è  più accogliente, a dimensione di bambino.

Ci sono due letti. Uno basso a una piazza e mezza e uno sopra una scaletta di dimensioni normali. La  scrivania è addossata alla parete che  è arredata con dei cubi di legno che formano una libreria, dove ci sono libri  e giocattoli nuovi ancora nelle scatole.

Davanti alle vetrate un grande tappeto  bianco con disegnati dei cerchi di varie misure e colori, con sopra una decina di cuscini  delle stesse tinte.

Nella porta laccata di  blu  elettrico vicino al letto, una bizzarra  icona  con un putto che fa pipì non lascia dubbi. Quello è il bagno.

Deve averla fatta arredare in questi giorni perché c’è ancora l’odore dei mobili nuovi.

<Spero ti piacciano i Lego> dice Christian a Max mostrandogli un cartone di costruzioni e sorridendo timidamente <mi diverto anch’io con questi>  ammicca.

Max lo raggiunge ed esamina il contenuto con interesse.

Saltella frenetico,  è euforico. Non sa da che parte iniziare.

Sgrana gli occhi, prende in mano una scatola, poi un’altra. Alla fine capovolge il cartone sul tappeto travolto da una gioia incontenibile.

Non ha mai avuto tanti giochi insieme,  tutti per lui.

Ringrazio Christian con il movimento delle labbra.

<Dovrai dirmi tu se gli manca qualcosa, non sono molto pratico. Spero che questo basti per i primi giorni> si stringe la spalle noncurante.

Scuoto la testa rassegnata. <Guarda che sono troppi tutti in una volta. Ai bambini è meglio dargliene uno, due alla volta altrimenti non se li gustano neanche> lo ammonisco con dolcezza.

Mi sorride di rimando con la furbizia puerile   di chi è stato sorpreso a rubare le caramelle.

Oh… cielo! “  mi strappa un sorriso.

Un’altra versione di Christian, un’altra delle sue sfumature.

Però non va bene, dovrò parlargli  per  prendere una linea comune su questo.

Non gli può comprare un negozio di giocattoli al giorno solo perché può permetterselo. Mr. Perché-Io-Posso.

<Se vuoi sistemarti qui c’è un letto anche per te, ma ho notato  che non dormi con lui.>

Lo so. Non ti sfugge mai niente”        Sospiro  inclinando appena la testa.

<Vieni. Ho fatto preparare per te la camera  di fronte. Possiamo lasciare Max da solo qualche minuto?> 

Avviso Max che ci spostiamo nell’altra stanza, ma lui è preso ad aprire i nuovi giochi. Sarà occupato per le prossime ore, non minuti.

Mi allunga una mano  con uno sguardo  enigmatico  e un po’ apprensivo.

Accetto quel contatto caldo trattenendo il respiro. Prima palmo a palmo, poi le  dita si intrecciano prudenti fino a  una stretta confortante.

Oddio… “

Aprendo la porta ci accoglie un profumo avvolgente di agrumi e aromi  dolci: vaniglia, zenzero, zafferano. E’ delizioso e rassicurante.

Sono sparse in  giro delle piccole composizione di candele e pot-pourri.

Wow… che pensiero gentile. Chissà se è stata una sua idea o è stata Gail.

La stanza è a fianco della sua, dalla stessa parte della casa, con lo stesso panorama.

E’ molto luminosa, con mobili di un tono  indefinito tra il grigio e l’azzurro, anche i tendaggi che incorniciano la vetrata  sono della stessa tinta.

Dietro al letto  un grande quadro,  dona  un tocco di colore all’ambiente.

Ci sono dipinte con pennellate decise  delle ortensie su vaso , di tutte le  tonalità: bianche, rosa, scarlatto,  lilla, azzurre, indaco. Un tripudio di sfumature.

A fianco  dell’armadio bianco la porta del bagno.

Nell’angolo, vicino  a due poltroncine , è stato sistemato il mio bagaglio.

<Questa vorrei che la considerassi la tua camera. Puoi arredarla come preferisci>, mi dice  liberando, con mio sommo dispiacere,  la mano  e allargando  le braccia.

<Sono felice che siate qui> mi guarda esitando <sono felice che TU sia qui> precisa poi con un’espressione più intensa.

<C’è ancora una cosa> cambia d’improvviso tono trasformandosi  nel giovane e spensierato Christian.

Mi trascina fuori verso la porta  a doppio battente in fondo  al corridoio e la spalanca.

Oh, mio Dio!!!

E’ forse più grande del salone  con il pianoforte.

Mi guardo intorno, ci sono tutte le più sofisticate attrezzature da palestra che il mercato possa offrire. A sinistra  è dedicato un ampio  angolo con un ring per  kick boxing.

Chissà se si allena  ancora con Claude?”  mi viene subito in mente.

Riconosco alcune macchine per il potenziamento muscolare,  ci sono anche uno  stepper, due cyclette, due walky.

Mentre ci avviciniamo a due tapis  roulant con una consolle ultra sofisticata,  che sono in fondo vicino alla parete di vetro, mi spiega il funzionamento di alcuni attrezzi.

<Organizzeremo sicuramente con Taylor qualche uscita al mattino presto per  una corsa all’aperto. Negli altri giorni puoi disporre di questo spazio quando vuoi>

Così dicendo accende uno dei  tapis  roulant.

I vetri si oscurano, la corsia inizia a scorrere e partono anche delle immagini proiettate sulla parete davanti,  paiono tridimensionali. O forse lo sono?

Sembra di stare  in mezzo agli alberi di un parco. E’ sorprendente come ti coinvolge.

<Questo è dotato di diversi percorsi a tempo, completi di video> mi indica  la parete

<e audio>  segna le cuffie appoggiate alle maniglie.

scommetto che nelle cuffie c’è anche  il cinguettio degli uccellini”

Vorrei fare la spiritosa, ma qualcosa mi trattiene, prima di fare qualche figura, una al giorno è sufficiente.

Sta a vedere che è proprio cosi!

<Basta che scegli il programma che preferisci, puoi anche personalizzarlo con la App dal tuo iPAD>

Resto a bocca aperta,  esterrefatta. Malgrado sia consapevole che niente è inarrivabile per lui, riesce ancora a stupirmi per  le sue singolari scelte.

<Devo dire che sei riuscito a incuriosirmi, accetto l’invito. Domani mattina proverò questo” marchingegno”>.

Scuoto la testa sorridendogli

<Queste stanze sono nuove vero? Non c’erano…> incespico, quando non c’erano?

<non c’erano… prima> mormoro esitante.

<Ottima osservatrice, come sempre>, risponde  raggiante e togliendomi dall’impaccio <ho acquistato anche questa parte dell’attico quando il precedente proprietario lo ha messo in vendita. Così il piano è  tutto mio, anche quello superiore.

Di sopra ho fatto sistemare un appartamento per Jason e Gail più grande. Si  sono sposati due anni fa. Gail è Mrs. Taylor adesso.

Abbiamo a disposizione entrambi gli ascensori e loro utilizzano quello a nord. Ci sono altri  lavori in fase di ultimazione, te li mostrerò>.

Mi spiega con semplicità, ma i suoi occhi brillano di orgoglio.

<E’ proprio una bella casa Christian, hai ragione ad esserne fiero>, lo elogio  sinceramente,

<spero di incontrare Gail, vorrei farle le congratulazioni. La vediamo per cena?>

<A dire  il vero ha lasciato qualcosa di pronto in frigorifero. Ha pensato che era meglio lasciarci soli. Ma avrai sicuramente  un’altra occasione> stringe le spalle.

<A proposito di cena, dai che andiamo a mangiare, anche Max sarà affamato>.

Max, come previsto, è ancora nella sua camera alle prese con un gioco di palline colorate con cui creare delle figure geometriche.  E’ talmente concentrato che neanche ci guarda. Intorno ha una scatola aperta con i pezzi di puzzle distribuiti sul pavimento, dei cubetti colorati che non  ho capito a cosa servono.

Christian se ne accorge e mi ferma sulla porta, riportandomi in corridoio.

Mi guarda accigliato e si avvicina tanto che sento il calore del suo respiro. Cerco di restare impassibile, ma sono tradita dal mio corpo che ne è attirato come una calamita e sento l’elettricità che si insinua tra noi.

<Cosa è successo prima, Anastasia. Stai bene? Non era dovuto al viaggio quel malessere. Sono molto preoccupato. Vuoi che chiami un medico?> la sua voce ha un tono basso, roco, sembra quasi una dichiarazione più che una domanda sulla mia salute.

Andava tutto bene fino a prima. Ci siamo tenuti a distanza di sicurezza e parlato con distacco, quasi come due “amici”.  Ora invece sono di nuovo con il cuore in gola e le orecchie che ronzano. Non  riuscirò mai ad accettare di stargli vicino senza toccarlo, abbracciarlo, baciarlo. Tutto quello che desidero fare in questo istante.

Ho la bocca secca e devo schiarirmi la voce prima di riuscire a parlare.

<Mi dispiace farti preoccupare Christian. Credo…,  anzi, è  stato un attacco d’ansia. Ritornare qui, in questa casa è stata un’emozione molto forte.  Ho cercato di convincermi che ero in grado di affrontarla,  ma ne la mia mente ne il mio corpo è riuscito a far fronte al tumulto che mi si è scatenato dentro. Adesso è passato comunque, il  momento più difficile è stato entrare> gli dico schiettamente quello che vuole sapere e so che apprezza che io dica la verità.

Inutile che  ci giri intorno, non ci sono altre spiegazioni.

Infatti annuisce comprensivo.

<Nonostante quel momento ti trovo serena e  voglio ripeterti che sei una brava mamma. Ho visto l’intesa che c’è fra te e Max>, mette le mani giunte in segno di preghiera <vorrei diventare un altrettanto bravo genitore come te> aggiunge con una leggera apprensione.

Gli sorrido, ha già conquistato Max. Non sarà un lavoro difficile e glielo dico.

Con lo sguardo, con il cuore e con poche e semplici parole.

<Sarai sicuramente un papà… speciale>

Piega le labbra in un  tenero sorriso ricordando le parole di Max,  che  in quel momento  si intrufola tra di noi con le mani sui fianchi.

Forse stava per aggiungere qualcos’altro, ma non riesce a proseguire. L’affamato qui sotto reclama.

<Mamma ho fame. Possiamo mangiare per favore?> ha gli occhietti piccoli a forza di fissare le palline colorate e le guance arrossate dalla concentrazione.

Io e Christian gli prendiamo una mano per ciascuno e andiamo in cucina per la nostra prima cena insieme, soli, noi tre.

L’ insalata di pollo di Gail  è una prelibatezza, ho   il  vago sospetto che si sia ricordata delle mie preferenze, la ringrazio mentalmente.

Max che ne ha già mangiate due belle porzioni, tenta di   spiegarci come funzionano alcuni dei suoi nuovi giochi, poi  si accorge del suo disegno appeso al frigo e fa un cenno di intesa con Christian.

L’atmosfera è piacevolmente armoniosa e mi sto godendo la loro compagnia che mi risarcisce del  malessere e dalle tensioni di prima.

Dopo cena aiuto Max a lavarsi e indossare  il pigiama.

E’ scombussolato  dal viaggio e dalle ore di differenza,   appagato da tutte le novità e i giochi di oggi. Christian si impegna a leggergli una delle nuove fiabe che ha raccolto nella   biblioteca, ma è riuscito a malapena a dirgli il titolo e le prime due righe. Che non credo abbia neanche sentito. Dormiva già profondamente.

Anch’io sono stanca, un accenno di mal di testa dovuto forse alla tensione, e le palpebre  che tentano con ostinazione di chiudersi.

Vorrei andarmene in camera, isolarmi perché ho bisogno di raccogliere i miei pensieri e  riflettere.

Ritrovare quelle foto e il suo atteggiamento ermetico mi hanno  messo un’inquietudine strana.

Invece le mie gambe seguono il passo di Christian e mi ritrovo nel salone, seduta sul divano davanti alle mille luci di Seattle che brillano nel cielo  dell’West Coast.

Continua…

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24 commenti

  1. cris

    Bellissimo. Tanto malinconico. Non vedo l’ora che esprimano i loro sentimenti il loro amore. È una sofferenza per entrambi. Al prossimo…..

  2. benedetta

    Nooooooooo super bello emozionante quando diranno a Max che Cristian e il suo papà?
    continua cosi sei davvero Brava anche se e una tortura aspettare sabato prossimo….. 🙂

  3. monica

    oh mio Dio… cioè é perfetto tu sei perfetta! io amo qst storia

  4. magala

    bellissimo ……… peccato che solo fra 7 giorni sapremo il seguito ……..

  5. Alessia

    Molto molto bello ! Continua così .. Spero proprio che christian e Anastasia si rimettano insieme magari sposandosi di nuovo e perché no Avendo un altro figlio!! 🙂
    Complimenti 🙂

  6. Andromaca

    Certo che tu sai come creare l’attesa! Ogni settimana ci lasci trepidanti e desiderosi di conoscere gli sviluppi di questa storia e sei un po’ crudele: potresti svelare qualcosa di più ogni tanto, scrivendo dei capitoli più lunghi.
    Ho una domanda. Pensi di tornare a raccontare dei fatti dal punto di vista di Christian come nei primi capitoli? Mi piaceva molto.
    Complimenti

  7. Mrs. Grey

    bravissima 🙂 molto triste questo capitolo spero che vada a finire bene 😉

  8. annarita

    Bellissimo..fai vivere le loro emozioni.. una settimana è una vita xó.. complimenti ancora. .

  9. Niky71

    È davvero emozionante leggere la tua storia xche’ , a differenza del libro, non sai la trama. È molto coinvolgente e ti accorgi in un secondo che già sei arrivata alla fine del capitolo!!!! Questo lato di CG mi piace davvero tanto!!! Bravissima, continua così !!!!!

  10. EleSteele

    Aspettare un’altra settimana sarà una torturaaaaaaaaa! Complimenti davvero!!!!

  11. cosil

    Scusa se te lo dico, ma c’è un’ altra fan fiction praticamente uguale alla tua…….cominciata molto tempo fa…..
    molto prima della tua!

  12. lolly74

    sei fantastica hai ritratto il rientro all’escala senza tralasciare nulla …..e poi la suspans del continuo che purtroppo e a sabato prossimo….. CATTIVA…. 🙁 😉 SCHERZOOOOOO SEI BRAVISSIMAAAAAAAAAAA BRAVA CONTINUA COSI’….. <3

  13. Neemia Fortu

    uffaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!!!!!!!!!un altra settimana!!che ansia?!

  14. Melly

    Ti prego nn lasciarci in sospeso…nn smettere di scrivere…

  15. serenity

    giuro…sei l’unica che mi emoziona così tanto.sei troppo brava,sono tutte brave le ragazze che mettono le loro fanfiction ma credimi tu hai superato pure la scrittrice di 50 sfumature.non so che darei per essere anche solo una briciola brava come te..mi piace molto scrivere ma non penso che potrei essere capace di dare solo un quarto delle emozioni che dai tu.sei davvero brava..continua….

    • Anthea

      wowww… grazie ! Il tuo incoraggiamento mi conforta. E a volte credimi, ne sento veramente la necessità.

      buona lettura, :))

  16. Cinzia

    Grazie per questo capitolo che mi mancava…..

    Anthea sei veramente molto brava, tanto che l’altra sera ho letto tutti i capitoli della tua Fan Fiction e senza nemmeno accorgermene ho fatto le 3 di mattina……
    Quando si dice che un capitolo tira l’altro………aspetto con ansia il 16° e di nuovo grazie.

    • Anthea

      Sei gentile Cinzia, grazie a te che mi leggi. 🙂