Esclusivo! In regalo un estratto di “Fatta a Rovescio” di Eva Dann

Un piccolo regalo di Pasquetta, per rendere ancora più gradevole questo lunedì di festa!

FRONT7[1]

Grazie alla disponibilità dell’autrice, in regalo per voi un estratto del nuovo romanzo di Eva Dann – “Fatta a Rovescio” – in esclusiva  per il nostro sito.

Pubblicato  in self-publishing lo scorso 12 aprile è balzato, in meno di ventiquattro ore, in testa alla classifica dei romanzi erotici più venduti di Amazon, mantenendo il primato da oltre una settimana. Un traguardo di tutto rispetto per l’esordio di Eva, a cui vanno le nostre congratulazioni per il risultato ottenuto.

www.50sfumatureitalia.it

Nel frattempo, iniziano ad arrivare anche le prime recensioni a cinque stelle, e molte lettrici si chiedono quando potranno leggere il seguito di questo romanzo dal finale innovativo, un vero pugno allo stomaco. Posso solo dirvi: dovrete pazientare, Work in Progress!

Proprio così, Eva al momento è al lavoro sul secondo episodio, ma chissà, magari prossimamente riusciremo a strapparle qualche anticipazione. Mai disperare, ho i miei metodi di persuasione!

Vi lascio in compagnia dell’estratto che racconta il primo incontro. Quel  famoso sguardo che ha fatto scattare la molla verso la strada, senza ritorno, del peccato.

 

FATTA A ROVESCIO di Eva Dann-www.50sfumatureitalia.it

 

ESTRATTO

In meno di dieci minuti arriviamo in quello che credo sia l’edificio principale del complesso. Maestoso. Una palazzina di tre piani esternamente tutta rivestita di specchi. Dalla piantina allegata alle istruzioni pervenutemi ieri sera credo si tratti dell’ingresso con reception. Dietro a questa dovrebbe esserci un mondo intero.

L’interno è più maestoso dell’esterno e non mi dovrebbe stupire, questa area serve per ricevere le personalità di tutto il mondo, normale che trasudi eleganza, classe e grande efficienza professionale.

C’è un enorme banco sulla destra adibito al ricevimento e illuminato da migliaia di faretti. Ma il vero spettacolo mozzafiato sono le vetrate sul retro che mostrano un cortile con prato all’inglese circondato da tutti i padiglioni del Centro. In questo caso non più specchi esterni, ma mattoni grigi a vista. Freddo, e in calo di tono a confronto di questo ingresso.

Dopo aver presentato la mia lettera di convocazione il receptionist mi indica la strada e corro a presentarmi al responsabile risorse umane. Busso ed entro in un ufficio piccolino e molto caotico, ci sono documenti ovunque e due segretarie, all’apparenza indaffaratissime al telefono, che non mi rivolgono neanche uno sguardo.

Oggi sembro invisibile, prima il gruppo alla fermata della navetta, ora le segretarie. L’unico che mi ha notato…

Sto ancora ricordando quel suo viso e quella sua macchina strana, forse l’ho già vista su qualche rivista, ma non ricordo quale.

«Dott.ssa Ray?»

La voce del responsabile risorse umane mi riporta in questo ufficio.

Mi avvicino alla sua scrivania e resto in piedi, ancora non mi ha invitata ad accomodarmi, e non sembra intenzionato a farlo.

Continua a leggere una cartella, io allungo l’occhio sulla targhetta dorata posizionata in mezzo ai documenti sul tavolo: Ing. Zucker. Come mai un uomo con studi scientifici svolge un lavoro per cui servono studi umanistici?

Finalmente alza la testa e mi fissa. Immobile. Questi secondi sono eterni.

«Può accomodarsi» annuncia indicandomi la sedia con la sua mano.

«Grazie.»

«Questo è quanto le devo.»

Mi passa una cartellina rivestita di pelle blu e mi snocciola una serie di numeri di codici di accesso ai vari settori, un faldone di regolamento e un invito a  leggere con attenzione il tutto prima di cominciare il mio lavoro al laboratorio. Ciò che dovrò fare me lo spiegherà nel dettaglio la mia futura capa, ma solo tra due giorni, ora è fuori sede, presenzia a un congresso in Germania.

«Le auguro un buon lavoro e una buona permanenza. E’ pregata, qualche giorno prima del termine del suo mese di stage, di riportare in questo ufficio il suo badge e il suo pass.»

E’ tutto.

Abbassa la testa e ritorna sui suoi documenti.

«Allora arrivederci» lo saluto.

«Come?»

«La stavo salutando.»

«Ah si certo, buona giornata Dottoressa.»

Ok, la galanteria, o anche solo la buona educazione non è prerogativa della gente che bazzica in questo Centro.

E non posso fare altro che uscire e studiare il tomo che mi è stato appena consegnato e che tengo infilato sotto al mio braccio.

Cerco un punto ristoro, per riordinare i documenti e le idee.

E’ decisamente affollato per essere a metà mattina e ora, con disappunto, mi accorgo che la gente comincia a notarmi.

Eppure non ho certo l’aspetto appariscente oggi, anzi, dopo il caloroso discorso di benvenuto del tale delle risorse umane sarò anche tendente al colorito verdastro.

Mi arrampico su uno sgabello al bancone e tengo lo sguardo basso nella convinzione che se io non vedo loro, loro eviteranno di guardare me.

Sono solo l’elemento nuovo, mi ripeto mentalmente, è logico attirare tutti gli sguardi.

Peccato che la tattica diversiva da perfetta idiota che mi ero prefissata non funzioni, scorgo con la coda dell’occhio un’ombra avvicinarsi a me da un lato. Non alzo lo sguardo, continuo a far finta di nulla, prendo il menù e provo a leggerlo. L’ombra si avvicina sempre di più, sembro proprio io la sua meta finale. Provo ad alzare solo gli occhi girando la testa verso il suo lato.

Dio mio, il tale con la macchina prototipo.

Alzo la testa sul suo volto che ora è senza la copertura degli occhiali.

Fu quello il mio primo, grande errore, il primo di una serie che mi avrebbe portato sull’orlo di un abisso, dal quale mi sarei lasciata cadere senza pudore, senza vergogna e anche implorando di essere spinta ancora più giù.

Ma non avrei potuto fare altrimenti. E’ già scritto il nostro destino? Possiamo evitarlo?

Non ricordo esattamente cosa accadde in quel momento, forse un flash come quelli che ti accecano lasciandoti con migliaia di coriandoli davanti agli occhi, ma ricordo perfettamente il suo viso.

Occhi azzurri cristallini, quasi trasparenti, su un viso virile dai lineamenti delicati, a tratti infantile, e un naso dritto, perfetto.

Distolgo  subito lo sguardo allarmata da quel rimbombo che sento nelle mie orecchie: è il mio cuore impazzito.

Abbasso la testa nuovamente bassa e riprendo a sistemare i documenti. Non li vedo nemmeno ovviamente, ho solo un pensiero nella testa: il suo volto.

Ma il cafone continua a fissarmi appoggiando un gomito al bancone del bar, e sorseggiando una qualche bevanda in un bicchiere tumbler basso. Nonostante la forma tipica del bicchiere non credo sia whisky, non a quest’ora almeno. Ma non giurerei che sia acqua e limone a giudicare dall’odore.

Quasi calamitata verso di lui, torno a guardarlo e non posso evitare di squadrarlo.

Le sue scarpe sono eleganti e di gran classe: Church niente meno! Uno di quei modelli all’ultimo grido super costose, quel tipo di calzatura che i miei amici usano solo nelle occasioni speciali o nelle loro serate, non certo per la routine di tutti i giorni.

Risalendo qualcosa comincia a stridere con la classe delle sue calzature: il resto dell’abbigliamento.

Non lo si può definire personale come gusto, perchè appare per quello che è senza scusanti possibili: trasandato. Pulito, profumato di bucato, ma trasandato.

I pantaloni verde scuro sono troppo lunghi e troppo larghi in vita. Gli cascano sui fianchi perchè non sono trattenuti da alcuna cintura. Un pullover verde militare che sembra aver visto giorni migliori e il colletto della camicia è fuori misura e usurato agli angoli.

Pat aveva parlato di nerd? Forse non ci era andata così lontano.

Riacquisto un certo contegno e cerco di ignorarlo. Lui sorseggia quel liquido senza staccarmi gli occhi di dosso, io inizio a soffrire un certo disagio perché comincio a sentire una strana, familiare euforia.

Due emozioni letali se combinate assieme nello stesso momento e che potrebbero produrre effetti devastanti.

Posa il bicchiere sul bancone con un gesto quasi di stizza e mi si avvicina.

«Lei è la ragazza che stamattina camminava in mezzo alla strada?»

La sua voce l’avrei riconosciuta in mezzo a una fanfara, così sinistra, così roca, così eccitante.

«Credo di si se si riferisce al fatto che lei è il pirata della strada.»

Non ho il coraggio di guardarlo in faccia se non per brevi istanti, spero così di dargli l’idea di essere scocciata dalla sua presenza.

«E’ nuova quindi?»

Mi chiede armeggiando con la ghiera del suo orologio.

«Si.»

«A che settore l’hanno assegnata?»

«Ricerche biomarine.»

Sbuffa, immagino sia una branca alquanto noiosa per lui.

Ma poi, lui cosa fa qua?

«Una pesciologa. Poteva fare di meglio»

 

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COVER

COVER "FATTA A ROVESCIO"

 

 

5 commenti

  1. Kiki

    Strepitoso 🙂 L’ho letto tutto d’un fiato 🙂
    Ora datemi il seguito 🙂
    KING I LOVE YOU!

  2. Rossa

    Azz…. e io che pensavo che il secondo volume fosse già pronto!!! NOoo! Un’altra estenuante attesa! non ce la posso fare!!!
    Stella grazie e tienici aggiornate!