ESCLUSIVO! “Colazione di Natale” di Irene Cao – Parte #2

 

 

 

 

Un sentito e toccante regalo che Irene Cao ha voluto fare a tutte le sue lettrici tramite 50 Sfumature Italia. Un racconto natalizio inedito scritto in occasione delle Festività del 2015 in esclusiva per questo blog.

Vi lascio alla magia del Natale attraverso le parole di Irene, ricordando che l’autrice è intenta a scrivere il suo prossimo romanzo!

 

 

 

Colazione di Natale

di Irene Cao

 

 

 

Part  II

 

Il monolocale in calle dei Cerchieri si apriva al secondo piano di un vecchio palazzo con la facciata dismessa, scrostata, consumata dal salso e dall’alta marea.
Al piano terra ci abitava l’architetto Zonta, che per sé si era tenuto anche l’attico con vista sul Canal Grande. Gli pagavo l’affitto ogni mese, prosciugando più di mezzo stipendio, ma ne valeva la pena, solo per il lucernario sopra il letto a baldacchino. Era come avere il cielo a portata di mano, e tra le stelle ogni tanto mi sembrava di riuscire a scorgere mio padre.

«Però, ti sei sistemata bene qui» commenta Fabio, guardandosi in giro.

«È tutto molto minimalista» gli dico, orgogliosa di quelle due stanze. «È proprio quello il bello.»

«Già.»

Mi metto a rovistare nervosamente tra la pila di cd ai piedi dello stereo. Sfilo la custodia dei Gotan Project, estraggo il cd masterizzato e lo infilo nello sportellino, pigiando il tasto play.

Facendo leva con le punte sui talloni, Fabio si leva le scarpe, abbandonandole sul tappeto ai bordi del letto.

«Io ballo sempre a piedi nudi» mi dice, tendendomi la mano.

«Allora stavolta anch’io.»

Mi libero degli stivaletti in pelle e, impugnando la sua mano, inizio adassecondarne i movimenti.

Fabio ha il ritmo nel sangue. Mi fa volteggiare. Lo seguo, fidandomi ciecamente delle sue mosse.
Sudati, ci affacciamo alla finestra che dà sulla calle e rimaniamo ad osservare i movimenti delle nuvole che si percepiscono tra una stella e l’altra, ad ascoltare un mondo che non offre altro che silenzio.

Fabio mi cinge le spalle da dietro.

Quasi all’istante sento addosso il peso disorientante dei suoi occhi, dalla nuca fino ai piedi: ovunque mi sfiori il suo sguardo, pur senza vederlo, ne sento il calore.

Le labbra di Fabio sul mio collo. Il profumo sottile di cocco intorno a me. Brividi. Caldi. Invadenti.

Mi volto.

Fabio mi afferra il viso tra le mani e affonda la sua lingua nella mia bocca. Mi prende in braccio e mi stende sul letto, bloccandomi i polsi con le dita, come se volesse impedirmi ogni tentativo di fuga.

La sua lingua dentro di me. Le sue mani sopra di me. I suoi occhi addosso a me.

Sono sua. Di nuovo sua. Ancora sua.

Mi strappa via i jeans e il maglione bianco.

Incomincio a spogliarlo, aprendogli a uno a uno i bottoni della camicia e sganciandogli la cintura in cuoio dei pantaloni.

Fabio si china fra le mie gambe, allargandole appena con le mani. Le ricopre di baci e sale con la lingua, lentamente, lungo l’interno delle cosce.

Guadagno spazio, mi protendo in avanti e gli lecco un capezzolo, fino a sentirne la fibra amara tra i denti.

La sua lingua è sempre più vicina, scivola sotto di me. Poi, dentro di me. Sono già bagnata. Fabio sale più su con la lingua e con le mani, sentendo che mi apro piano sotto di lui. Fruga. Desidera. Esplora.

Piego il bacino ad arco, senza più scuse.

Fabio spinge la lingua ancora più a fondo e con una mano mi accarezza, come la prima volta.

Gemiti.

Fabio non si stacca da quel posto, sentendo che dentro è più caldo, più umido, più salato. Gli sollevo la testa tirandolo piano per i capelli. Occhi contro occhi. Bocca contro bocca.

Fabio finisce di spogliarsi, liberandosi dall’elastico delle mutande che cadono ai bordi del letto. Allargo ancora le cosce, lasciandolo premere il sesso duro e liscio contro le labbra bagnate. Lo vedo. Ha gli occhi iniettati di sangue, i muscoli tesi, nel cuore un’energia prepotente da liberare tutta dentro di me. Mi penetra con una sola spinta, violenta e ruvida.

Fidati Eva. Di lui ti devi fidare. Senza paura.

Lo sento dentro per qualche secondo. Poi mi rovescio sopra di lui e glielo afferro con una mano. Fabio abbassa gli occhi e incontra i miei, lucidi, narcotizzati.
Senza staccare lo sguardo da lui, inizio a leccarglielo. Me lo faccio scivolare in bocca, succhiandolo fino alla base, con movimenti lunghi e lenti, mentre lui mi accarezzala testa.

Una mano sul mio seno. Poi di nuovo lì, nel mio nido liquido. Le mie dita si stringono intorno alle sue, accompagnandole. Fabio inizia a disegnare piccoli cerchi, come se stesse scrivendo sulla sabbia bagnata, mentre la mia lingua scivola veloce sulla sua pelle nuda e liscia.

«Aspetta, così non resisto» sibila Fabio, gli occhi socchiusi e fumosi.

Ci stacchiamo il tempo di un attimo. Mi rovescio sotto di lui. Mi lascio penetrare, stavolta più a fondo, fino a sentirlo tutto.

Gemiti, sempre più affannosi. Fidati Eva. Di lui ti devi fidare.

Ancora gemiti. Sospiri. Graffi. Strette. E poi, di nuovo, respiri corti. Pelle sudata.

Sangue nelle vene. Tremore nella testa. Vertigini. Un grido mozzato.

Fabio esce di scatto e bagna di sé i miei seni.

Occhi contro occhi. Bocca contro bocca. Pelle contro pelle. Viso nel viso. Ci respiriamo.

È un suono grezzo, vivo, sanguigno. Un suono che libera emozione.

Ci eravamo rivisti per puro caso e, come molecole nel mezzo di una trasformazione alchemica, avevamo fatto un salto in una dimensione diversa dalla realtà, lasciando entrare in gioco un’energia così violenta da disorientare entrambi.

Da molto non passavo la notte con un uomo sapendo già che mi ci sarei svegliata insieme la mattina dopo. Ero terrorizzata. Felice, ma terrorizzata, tanto che le maniavevano ripreso a tremarmi come da piccola.

Verso le tre eravamo crollati nel sonno, ma nessuno dei due era riuscito a dormire, quella notte. Ci eravamo rigirati nel letto, cercandoci più volte, insaziabili, tenendoci strettissimi, ingordi di desiderio, come se dei nostri corpi avessimo voluto afferrare tutto, anche i respiri.

Alle sette e un quarto, ci aveva pensato mia madre a destarmi dall’estasi in cui mi ero lasciata cadere. Mi chiamava tutte le mattine a quell’ora. Gliel’avevo chiesto io di svegliarmi, perché il più delle volte il trillo della sveglia lo sentivo, sì, ma poi mi rigiravo dall’altra parte, finendo per fare tardi al lavoro. Era sempre lei a darmi la forza per affrontare la luce esigente e dura del mattino.

Colma d’imbarazzo, avevo risposto sottovoce e, cercando di non farmi sentire da lui, in punta di piedi mi ero trascinata fino alla porta d’entrata.

«Ciao mamma» avevo borbottato, sbucando sul pianerottolo.

«Ma perché parli così piano?»

 «Non so, forse non prende bene il cellulare.»

«Non farmi stare in pensiero. Sicura che va tutto bene?»

«Sì, stai tranquilla.»

«Mi raccomando, non ti stressare troppo. Buona giornata!»

Ero rientrata in casa, i piedi nudi sul pavimento freddo e i brividi del mattino che affioravano come spilli sulla pelle ancora calda. Mi ero infilata addosso la sua camicia azzurra che sapeva di ambra.

Fabio aveva aperto un attimo gli occhi e li aveva richiusi l’attimo dopo, accecato dal raggio di sole che filtrava dalla finestra.

«Ma è suonato un cellulare? Che ora è,scusa?» aveva chiesto, con la voce impastata di sonno.

«È solo ora che io mi prepari per andare al lavoro. Ma tu dormi, tranquillo» gli avevo risposto, voltandogli le spalle. Non sopportavo l’idea di farmi vedere con i capelli ingarbugliati e le borse sotto gli occhi. Non avevo ancora quel grado di confidenza con lui. Forse, non ce l’avevo mai avuto con nessuno.

Avevo aperto un’anta dell’armadio per scegliere in fretta quello che sarebbe stato meglio indossare e, con i vestiti in mano, ero sgusciata in bagno. Camicia bianca ben aderente al busto, pantaloni neri a sigaretta, decolleté nere tacco tre, perché il dodici, o anche solo il nove, sarebbe stato troppo azzardato per la scuola. Troppo indecoroso per il preside. Mi ero fatta un trucco veloce e mi ero raccolta i capelli, fissandoli sulla nuca con una coda ordinata.

Avevo sfilato la giacca nera dall’appendiabiti e afferrato la borsa con gli appunti  di grammatica latina.

«Ho solo un’ora stamattina, poi tre ore buche e l’ultima a mezzogiorno.» Mi ero avvicinata a Fabio, che dal letto mi guardava ad occhi spalancati, riemergendo poco alla volta dal sonno profondo. «Per le nove e mezza sarò di ritorno. Ho speranze di ritrovarti qui?»

«Ovviooo» aveva grugnito lui.

«Ti ho lasciato un po’ di caffè. I biscotti e il resto sono nello scaffale sopra il fornetto.»

«Tranquilla, non mangio mai a colazione» aveva detto in maniera sconnessa, e si era rigirato su un fianco, per non perdere gli ultimi precari minuti di sonno instabile.

Mi ero chinata su di lui e, fiera, gli avevo lasciato uno stampo di rossetto fresco sulla guancia, sussurrandogli nell’orecchio un debole «ciao!».

Alle otto e quindici, ero in Seconda D a fare l’appello, a segnare gli assenti sul registro, a pensare dopo voglio abbracciarlo per un’ora intera, e a correggere l’ennesima versione di Tito Livio.

Una felicità nuova si era impossessata del mio volto. Se n’erano accorti anche i mostri, che, vedendomi entrare in classe con quel sorriso fresco, mi avevano maliziosamente urlato in coro:

«Prooof, che bella che è stamattina!».

Non riuscivoad incazzarmi con i mostri. Io ci tentavo ogni volta, ma sapevo che non sarei mai riuscita ad essere arcigna come la Orlandi, il terrore dell’istituto.
E così la mia classe era reputata la più casinara di tutto il liceo. Meglio un casino che un lager, infondo.

Terminata la lezione, ero fuggita dal Marco Polo come una ladra, prima che il preside avesse potuto intercettarmi dal suo ufficio e affibbiarmi la solita  sostituzione d’urgenza. Avevo percorso a passo spedito la strada di casa piena disperanze, nella testa un bel film che scorreva a spezzoni con noi come protagonisti intorno all’albero di Natale. Fabio Ferri ed Eva Morante. Suona bene, mi dicevo. Avevo estratto il cellulare dalla borsa per avvertirlo che sarei arrivata a momenti, ma, nel farlo, mi ero accorta che di lui non avevo il numero.

Avevo salito la rampa di scale con il cuore in gola, avevo aperto piano la porta e mi ero levata le scarpe, attenta a non far rumore. Non volevo svegliarlo. Avevo scostato lentamente la tenda che dava accesso alla camera, con la voglia irrefrenabile di posare la mia bocca sulla sua.

Fabio non era più lì.

Il letto rifatto con cura.

 Nessun biglietto sulla scrivania, nessun post‐it appiccicato al muro, nessun pezzo di carta sotto il magnete sul frigo.

Fabio se ne era andato.

Mi ero seduta a gambe incrociate al centro del letto che lui mi aveva rifatto con tanto zelo. Il pianto stava iniziando a nascere dentro i miei occhi. Raschiava,  strangolava la mia gola, strisciava velenoso offuscando le pupille, ma ancora non scendeva. Mi tenevo la testa tra le mani. Anche lui è uguale agli altri: un uomo in fuga, pensavo. Eppure, speravo di sbagliarmi stavolta. Ci speravo davvero.

A un tratto riconosco lo squillo del campanello. Mi percuote dentro. È lungo, perentorio. Mi alzo a fatica, sentendo ogni singola fitta di dolore che il corpo mi vomita addosso. Di nuovo lo squillo. Urgente. Deciso. Il mio cervello saturo non ha la forza di formulare ipotesi. La testa pesa. Gli occhi esplodono. Il pianto non esce.

Premo il pulsante e faccio scattare la serratura. La porta si apre.

«Sono io.» Una voce. E due occhi familiari. Recenti.

Fabio ha in mano un sacchetto di carta che sa di cornetti caldi, lo sventola con un sorriso rassicurante. «Colazione per due?»

Una lacrima finalmente mi esce dagli occhi. Ma non è di dolore.

 

 

FINE.

La prima parte del racconto natalizio la trovi QUI .

 

Irene Cao A

 

 

Foto credits  Giuli Barbieri

 

Ancora un sentito GRAZIE a Irene.

 

@ Riproduzione riservata. Vietata la duplicazione di questi contenuti o parte di essi.

 

 

 

8 commenti

  1. Desi

    E’ magnifico…
    Delizioso davvero. Ora ho capito il titolo 🙂

  2. Marzia

    Davvero bello il finale. Grazie ancora Irene, attendo il tuo libro.
    Smuack

  3. Michela

    Che bello questo racconto, così fine e di classe anche se erotico.
    Grazie a tutte voi e buon natale

  4. Carola 88

    Auguri a tutte e un grande grazie a Irene! Aspetto il tuo prossimo capolavoro (fai in fretta please)