ESCLUSIVO! “Colazione di Natale” di Irene Cao – Parte #1

 

 

Un sentito e toccante regalo che Irene Cao ha voluto fare a tutte le sue lettrici tramite 50 Sfumature Italia. Un racconto natalizio inedito scritto in occasione delle Festività del 2015 in esclusiva per questo blog.

Vi lascio alla magia del Natale attraverso le parole di Irene, ricordando che l’autrice è intenta a scrivere il suo prossimo romanzo!

 

 

Colazione di Natale

di Irene Cao

 

 

 

Correvo nella calle.

Correvo sul ponte e non mi davo pace.

Correvo sotto i portici, al riparo dalla folla, lasciando piazza San Marco ai turisti avidi di fotografie.

C’era un’unica corsa per l’isola di San Servolo, quella delle 15 e 12, e non potevo permettermi di perderla, sennò al provino non m’avrebbero più fatta entrare.
Di solito non mi prendevano mai: qualche piccolo ruolo da figurante in produzioni minori, ma niente di più. Stavolta, però, ero su di giri. Un film hollywoodiano, roba grossa. E poi per due giorni di riprese pagavano bene.

Correvo e guardavo con disprezzo i miei vestiti macchiati di spocchia. Mi risuonavano in testa le ultime parole del preside nel mio primo giorno da supplente al liceo Marco Polo:
«Mi raccomando, Morante, cerchi di adeguare il suo guardaroba al decoro imposto dal luogo scolastico».
A ventott’anni non avevo ancora voglia di decoro, ma da quel giorno mi ero rassegnata a dire addio ai jeans stracciati, alle canotte attillate e al tacco dodici, costringendomi a fare spazio nell’armadio a una triste collezione di pantaloni, camicette e ballerine bon ton.

Correvo e a ogni passo provavo in silenzio una posa, un cambio d’espressione, due battute improvvisate in inglese. Stavolta ce la fai, mi ripetevo con insicura convinzione. Stavolta è tua. Si comincia così e poi, nel giro di un anno, sei sul set e mandi a ’fanculo la scuola e questo lavoro di merda.

Avevo smesso di correre.

Senza accorgermene, ero arrivata al pontile dei vaporetti con discreto anticipo. Specchiandomi nel display del cellulare, mi ero sistemata i capelli e il trucco. Non mi piacevo mai abbastanza.

Lui era lì. Non l’avevo riconosciuto subito. Ero stata rapita dalla familiarità di quella figura in bilico sul parapetto, ma non ero sicura.

Non può essere lui, è una visione, avevo pensato.

Mi ero accorta che mi stava spogliando con gli occhi. E quegli occhi, neri più del petrolio, potevano essere soltanto i suoi.

Mi ero avvicinata all’imbarcadero e, con un gesto deciso della mano, mi ero levata gli occhiali da sole.
Volevo essere certa.
Non stavo sognando.
I nostri sguardi si erano incrociati a una velocità fulminea, fondendosi in un tutt’uno corposo e denso. In quel momento lo stomaco mi si era accartocciato come una foglia secca, sul punto di squagliarsi in tanti pezzettini.

Lui aveva sorriso, solita fossetta sulla guancia che scalda il cuore. Poi, scivolando giù dalla ringhiera e piantandosi sul legno del pontile, aveva detto piano, come se faticasse a ricordare il mio nome:
«Eva? Sei tu?».

Fabio era ripiombato nella mia vita così, per caso, alle tre di un pomeriggio autunnale che odorava di Natale. Non lo vedevo da otto anni. Ne avevo perso ogni traccia dopo quella notte a Panarea.

Gli ero andata incontro e mi ero lasciata raccogliere dalle sue braccia, incapace di trattenere il moto di gioia che dal petto mi stava esplodendo ovunque.

«Che cosa ci fai tu a Venezia? T’avrei fatto in giro per il mondo» gli avevo detto, disorientata e con lo sguardo sospeso a mezz’aria.

«Sono qui da cinque giorni e ci rimango fino a gennaio» aveva risposto lui, euforico.
«Ho avuto un contratto nel corpo di ballo della Fenice.»

«Dài?»

«Sì, nemmeno io ci credevo quando me l’hanno detto.»

Ero felice per lui. Da una vita rincorreva il sogno del palcoscenico. «E ora? Anche tu a San Servolo per il provino?»

«Eh già.»

«Che coincidenza assurda!»

Non l’avevo più rivisto da quella sciagurata vacanza a Panarea che doveva servire a risollevare me e mia madre dal dramma dell’abbandono. Lei, piantata da un marito, io da un padre. Era stato Fabio il primo a cui avevo concesso il permesso. Fabio, il figlio di Mariagrazia, l’amica siciliana di mia madre. Il primo a cui, senza dire e senza far capire, avevo dato tutto di me.
Le sue dita dentro di me. La sua lingua dentro di me. Il suo sesso dentro il mio. Mi aveva schiusa con delicatezza, come se avesse avuto a che fare con un fiore di cristallo fragile che si ha paura di rompere.

Lui, il primo.

Quante probabilità c’erano di rivederlo? Proprio quel giorno, proprio a Venezia, dove gli occhi si perdono tra le calli tutte uguali? Quante cen’erano, di probabilità? Una su mille, forse. Ed era stato un attimo. Carpe diem! Sidice che la vita è questione di attimi e l’attimo bisogna essere bravi a coglierlo alvolo. Come dopo quella notte in un attimo ci eravamo perduti, lasciandoci addosso solo il profumo del ricordo, quel pomeriggio in un attimo ci eravamo ritrovati. Vivi, veri, in carne ed ossa, avulsi da ogni logica di spiegazione.

Manca poco alle quattro. Sono pronta. Ci siamo dati appuntamento alle Zattere. Ho passato tre ore per decidere che cosa mettermi, lisciarmi i capelli e passarmi lo smalto sulle unghie. Non so se sto facendo la cosa giusta. So solo che ieri ero con lui e ora voglio essere di nuovo con lui.

Per essere dicembre fuori c’è un’aria tiepida, un sole che scalda. Lui è già lì, davanti al chiosco verde, seduto a un tavolino, che scrive qualcosa sulla moleskine aperta a metà, con gli occhi puntati sul canale della Giudecca. Rimango a guardarlo di spalle, seguo la sua mano che ondeggia sulla stilo nera. Mi avvicino di qualche passo, ma sento le gambe soccombere, come tronchi tagliati a metà. Devo farmi uscire due parole sennò svengo qui, penso.

«Allora, ti hanno preso?» chiedo con un filo di voce.

Fabio si volta, lasciando cadere la stilo sulla piega della moleskine.
«Macché» dice abbozzando un leggero sorriso, e s’affretta a scostare dal tavolino la sedia accanto a lui per farmi posto.

«Nemmeno a me m’hanno presa.»

«Te l’avevo detto» continua Fabio, «cercavano biondi, non era per noi.»

«Hai ragione.» Allargo le braccia, incerta. «È che voglio continuare a crederci. Poi, un giorno, smetterò di provarci.»

«Quando ce l’hai fatta, smetterai.» Richiude la moleskine e ci poggia sopra il portafoglio in pelle nera.

«No, penso molto prima.»

Fabio si avvicina al bancone per ordinare da bere. Saluta il barista con una stretta di mano e una pacca sulla spalla, come se lo conoscesse da una vita. Per essere qui solo da cinque giorni, si è integrato bene, penso.

Rimango seduta al tavolo e lo osservo, incantata. Mi piace stare qui. Mi piace questo posto. Mi piace lui.

Vedo che continua a confabulare con il barista e, mentre aspetta al bancone, addenta un tramezzino ai gamberetti, almeno credo, a giudicare dal colore.

«Vuoi?» mi fa cenno, sollevando la mano con la metà che gli rimane da mangiare, avvolta nel tovagliolino imbrattato di salsa rosa.

«No, grazie» gli faccio segno con l’indice e abbozzo un sorriso impacciato.

«Grazie, ma non ho fame.»

Fabio divora il tramezzino a una velocità supersonica. Due bocconi ed è ben chefinito. Dovrei essere seccata e, invece, lo guardo quasi con ammirazione. Fa parte del suo modo d’essere, quel fare ruvido e primitivo che esterna con tanta naturalezza. Lui era ed è rimasto così. Libero.

Mi raggiunge al tavolo con uno spritz all’aperol in una mano e un crodino nell’altra.

«Ecco il tuo analcolico.» Mi passa il bicchiere e mi stampa un bacio leggero sul collo.

Un formicaio di brividi mi si rovescia su tutto il corpo, annidandosi, pungente, nel profondo di me. Mi affretto a togliere dal bicchiere lo spiedino con l’oliva e, prendendola tra i denti, me la caccio in bocca per tappare la voragine che sento crescere nella pancia.

Camminiamo fino a Punta della Dogana.

Comincia a sentirsi il freddo della sera, adesso. Il sole è definitivamente calato sulla laguna e i lampioni, insieme alle luci di Natale, iniziano ad accendersi intorno alla basilica della Salute.

Ci guardiamo più volte, insicuri. Ho voglia di baciarlo. Ho voglia di attraversaregli ultimi metri della mia esitazione, squarciare la mia timidezza, ma ho ancora addosso una collana di paure interminabili.

Imbocchiamo il vicolo deserto che porta al museo Peggy Guggenheim, senza  avere idea di dove andare. Seguiamo la strada, ci lasciamo pilotare dal susseguirsi  delle pietre che pulsano vita sotto al rumore dei nostri passi. È la città a guidarci.Ho sempre amato Venezia anche per questo. Solo qui mi sento libera di perdermi,tanto poi è la città a farmi ritrovare: bisogna solo assecondarla, abbandonarsi  senza timore tra le sue calli come tra le braccia di una mamma premurosa e di  poche pretese, dimenticarsi del tempo segnato sugli orologi e degli spazi disegnati  sulle mappe.

«Non so che ore sono, ma inizio a sentire fame. Andiamo a mangiare qualcosa?»  propone Fabio.
«Vabbe’ che tu sarai una di quelle che mangia una carota una volta  alla settimana, se capita.»

«Non dire così, ti prego.» Scuoto la testa, incassando il colpo. Una morsa mi stritola lo stomaco stanco. Soffro nel mio sorriso.

Nessuno lo sapeva, eppure lui l’aveva capito: che non mangiavo come le persone normali. L’aveva intuito dal mio sorriso mozzato che doveva trattarsi di qualcosa di scomodo, di uno di quei mali profondi e inspiegabili di cui era meglio non parlare.

Fabio mi prende la mano e mi guarda negli occhi, indulgente.

«Andiamo a casa tua. Se hai un po’ di musica ti faccio ballare, così poi ti viene fame.»
La sua voce è calda, placida, irretita dal mio sguardo offeso.
«Vediamo se hai fatto progressi con la danza.»

«Vediamo, sì.»

Speravo me lo chiedesse, di andare a casa mia. Me l’avevano chiesto in tanti, e quei pochi a cui avevo detto sì non mi avevano lasciato niente, nemmeno il gusto di un ricordo piacevole.

Sentivo che stavolta era diverso.

Fabio non era quei pochi.

Fabio era il primo.

 

FINE PRIMA PARTE.

La seconda  parte sarà pubblicata martedì 15 dicembre.

 

 

Irene Cao

 

 

Foto credits  Giuli Barbieri

 

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11 commenti

  1. Carmen

    Ma che piacevole risveglio e che piacevole regalo..
    Grazie Irene sono tua fan da sempre!

  2. Adele

    Grazie Irene, è troppo tempo che non esce qualcosa di tuo. Aspetto con ansia e nell’attesa mi godo questo

  3. Marina M.

    Toh, allora Irene c’è ancora! Ed è più in forma che mai 🙂
    Aspettiamo il tuo prox libro tesoro 🙂

  4. Marzia

    Caro staff, vedo che avete perso un’autrice che scriveva racconti qui ma ne avete guadagnato una che ne vale 100 anzi, non è paragonabile 😉
    Me ne rallegro con tutte voi e grazie per il regalo a noi 🙂
    Buon Natale a tutte!

  5. Lolly

    Ma noooooooooooooooooooooooooo!
    Una settimana è troppo lunga 🙁 🙁
    Grazie Irene Cao x questi auguri

  6. Kamira

    Meraviglioso Irene 🙂
    E grazie ancora per questo regalo 🙂
    Un sereno augurio di Buon Natale da chi ti segue/sostiene dal tuo primo libro, cioè io e il mio “Club della Tequila Letteraria” di Como.

    K&Friends

  7. Desi

    Gran stile disscrittura, ggrazie IIrene per il tuo rregalo

  8. Cinzia

    Momento Di Altissimo Godimento e Gongolamento
    Non serve aggiungere altro