Il nuovo capitolo del racconto di Victoria.

Nuova presentazione a cura dell’autrice: “Quella che era partito come un breve racconto, si è trasformato in qualcosa di più solido e concreto, grazie alle lettrici a cui ho presentato il mio scritto e che lo hanno apprezzato spronandomi a fare ogni giorno meglio. Questo è il coronamento di un grande sogno che ho sempre avuto nel cassetto, ma che non avevo avuto mai, almeno fino adesso, il coraggio di realizzare non considerandomi all’altezza. Vi presento l’amore sotto tutti i punti vista, vi presento le due persone che ormai fanno parte della mia vita e vi racconterò la storia di come il loro amore è nato in una città magica come lo è Firenze. A&O”.

18° CAPITOLO

 

18.

 

Non riuscimmo a salutare nessuno, uscimmo dal locale senza dare spiegazioni. Gli unici a cui mandai un messaggio appena fuori furono Bruno e Elena, meritavano delle spiegazioni per il mio comportamento illogico. Mi sentivo come tornata alla fase dell’adolescenza, quando cambiavo idea ogni minuto, scappavo via senza dare spiegazioni a nessuno e senza alcun collegamento logico in quello che facevo. Stavo agendo d’impulso, come una ragazzina alle prime armi. Achille sembrava più infastidito e più disorientato di me per questo tumulto di azioni incontrollate che eravamo propensi a fare quando eravamo insieme. Al contempo, dovevamo essere sinceri: non ce ne fregava assolutamente niente di quello che avrebbero pensato gli altri. Era quello che sul momento ci sembrava più giusto fare.

Fortunatamente Achille aveva parcheggiato la macchina non poco distante dal locale e poi era venuto fino al ristorante a piedi con gli altri. Aveva pensato, giustamente, che non sarei riuscita a camminare facendo la strada di prima dopo tutta la serata sui trampoli. Mi aiutò ad arrivare e a salire sulla macchina. Appena seduta mi levai i tacchi e mi massaggiai i piedi doloranti. Mi rilassai sul sedile cercando di controllare il respiro ancora accelerato a causa del bacio di pochi istanti fa. Achille azionò la Jeep che si accese con un rombo deciso partendo spedita verso casa, come se avesse capito la nostra urgenza di restare finalmente da soli.

Guardai Achille al volante: aveva un gomito appoggiato contro il finestrino e la mano tra i capelli, lo sguardo fisso davanti a sé e il piede premuto sull’acceleratore.

Se questa sarebbe davvero stata l’ultima notte con lui, avevo intenzione di dargli tutto e di prenderne altrettanto, facendo il pieno dei suoi baci e del suo sguardo, come avrebbe fatto una formica con le briciole di pane accumulate per passare un inverno difficile. Volevo fare la scorta, avendo però la consapevolezza che non si sarebbe trattato di un’assenza di pochi mesi, giorni o settimane, ma che si sarebbe trattato di tutta una vita. Una vita senza di lui, chiedendomi come sarebbe stato se lo avessi scelto. Volevo fare una scorta che durasse a vita, anche se sapevo già che non sarebbe bastata nemmeno per cinque minuti da quando me ne fossi andata. Avrei vissuto con il vuoto incolmabile lasciato da un angelo che era entrato per poco tempo nella mia vita, ma con un’intensità tale da spazzare via qualsiasi cosa vi si trovasse davanti.

Achille cambiò posizione alla guida e intrecciò le sue dita alle mie, stringendole. Ci guardammo, ma entrambi non sapevamo cosa dirci, ma soprattutto non riuscivamo nemmeno a sostenere per tanto il nostro sguardo.

Il viaggio non sembrò durare molto e in pochi minuti, mi sembrò, arrivammo a casa sua.

Entrò e parcheggiò nel vialetto proprio vicino alla mia auto. Spense il motore e tutto diventò tremendamente silenzioso. Lo guardai e Achille appoggiò la testa contro l’appoggiatesta, chiuse gli occhi e sbuffò sonoramente. Presi un lungo respiro. Mi sganciai la cintura e mi misi a sedere in collo a lui. Iniziai a baciargli il mento barbuto, scendendo verso il collo, succhiandolo, ma mi trattenni, non volevo lasciargli un segno che gli ricordasse me. Ma lui, iniziando a frugare all’interno della salopette riuscendo ad afferrare un mio seno, stringendomelo ed eccitandomi a tal punto da far male, disse.

Continua, lasciami un segno visibile che tutto quello che abbiamo vissuto era vero e non frutto della mia mente malata≥.

Non ti accorgi che tu puoi essere amato da chiunque tu voglia≥ dissi, continuando a succhiarlo, fino a lasciargli una timida macchiolina rossa sul collo.

Voglio essere amato solo da te. Ti è così difficile capirlo?≥ mi rispose sbattendo violentemente il pugno contro il volante.

Sussultai e mi strinsi a lui. Mi infilò le mani tra i capelli per tenermi ferma mentre si impadroniva della mia bocca con baci disperati. Inspirò forte. Poi mi attirò più vicina a sé, le mani che scivolavano su di me ruvide e nervose. Aprì la portiera e mi portò fuori dalla macchina in collo, come una novella sposina. Gli allacciai le bracciai al collo e continuai a baciarlo.

Hai freddo?≥ mi chiese abbandonandosi alla dolcezza dei nostri corpi a contatto.

Con te, mai≥ risposi.

Mi mise a sedere sull’enorme parafanghi del Jeep Wrangler ed iniziò a spogliarmi indumento per indumento con una lentezza e una sensualità che mi fecero gemere. La prima cosa a volare a terra, fu la giacchetta seguita dalla fine cintura che chiudeva la salopette. La veste scivolò giù dalle mie spalle, lasciandomi con il busto scoperto in reggipetto di pizzo nero, che fu il terzo indumento a togliermi appoggiandolo sul cofano della macchina. Tolsi le braccia dal tessuto e mi aggrappai al parafango. Achille si allontanò di poco per osservarmi meglio, mi guardava come se fossi una dea che soltanto lui avesse il privilegio di avere, era lo stesso modo in cui lo guardavo io.  Si passò una mano tra i capelli esasperato e poi iniziò a baciarmi il collo scendendo pian piano verso i seni. Sulla collina non si udiva nessun rumore, soltanto i nostri respiri spezzati che riecheggiavano nella campagna. L’unica luce era quella della luna e delle stelle che illuminavano la nostra passione.

Mi strizzò un seno con una mano, prima di prendere in bocca il mio capezzolo. Appoggiai la testa contro il cofano e ansimai senza controllo per il calore infuocato della sua lingua e per la violenza con cui mi stava possedendo. Succhiava così forte che la soglia tra dolore ed eccitazione divenne sempre più bassa, finché non gridai aggrappandomi alle sue possenti braccia e inarcando la schiena.

Voglio lasciarti un segno indelebile≥ disse in un sussurro.

Gli occhi lanciavano lampi di fuoco, diventando sempre più rossastri. Si scostò, gli feci scivolare velocemente a terra la giacca e gli levai la maglia. Si rituffò su di me baciandomi con ardore, leccandomi la lingua nel suo modo speciale. Mi abbracciò e mi cinse un braccio intorno ad i fianchi, mi sollevò rapidamente dal parafanghi e con l’altra mano mi tolse la salopette e con un veloce gesto anche il perizoma. Così rimasi nuda davanti a lui, all’aperto, sotto il chiarore della luna. Era una sensazione magica di libertà.

Lo vidi inginocchiarsi davanti a me. Dilatai gli occhi e cercai di chiudere le gambe, ma lui me lo impedì mettendosi in mezzo bloccando ogni mio movimento, mi afferrò i polsi immobilizzandomi. Cercai di divincolarmi senza successo.

No, Achille no. Ti prego…≥, ma prima che riuscissi a dire altro, si era già immerso tra le mie cosce.

Lo sentii gemere dolcemente: era un contatto così intimo, più intimo di qualsiasi altra cosa avessi mai provato. Iniziai a tremare non riuscendo ad impedirgli di smettere e allargando le gambe senza vergogna avvicinandomi sempre di più alla sua bocca e alla sua lingua.

Non lo meritavo, non meritavo tutto questo, non meritavo di avere quest’uomo fantastico inginocchiato davanti a me, non meritavo niente di ciò che lui voleva darmi, ma ero incapace di frenarmi.

Immersi le dita nel groviglio disordinato sulla sua testa e mi abbandonai alle sensazioni. Lo spinsi freneticamente più vicino a me. La sua lingua si spinse dentro di me, leccando e succhiando con delicatezza e ardore. Succhiò il mio clitoride con gesti ritmici e costanti. Io mi contorsi, emettendo un grido roco, mentre l’orgasmo mi scuoteva e le mie membra tremavano. L’orgasmo sembrò durare un’eternità, mentre Achille gemendo tra le mie cosce non si fermò nemmeno un secondo e continuò il suo doloroso assalto. Mi sentivo stremata e calde lacrime mi bruciarono gli occhi per poi scorrermi lungo le guance fino al collo.

Achille infine mi lasciò, interruppe quel prezioso contatto e lentamente risalì verso la mia bocca baciando ogni centimetro del mio corpo in pura venerazione asciugandomi le lacrime salate. Nel percorso oltre a baci appassionati mi lasciava anche morsi esasperati, segni visibili del suo passaggio e del suo dolore.

Arrivò alla mia bocca ed il mio sguardo s’inchiodò al suo.

Sei tu che mi hai fatto diventare così debole. Sarebbe stato meglio, non averti mai incontrata!≥.

Le sue parole pesavano come macigni, ma dicevano la verità e me le meritavo tutte. Se non mi avesse mai visto, non ci sarebbe stato tutto questo dolore, che però non riusciva a superare il sentimento di felicità che avevamo provato in quei pochi giorni insieme. Achille era riuscito a penetrarmi fin sotto la pelle, entrando in circolo nel sangue, facendomi diventare dipendente da ogni singola molecola del suo corpo.

Cercai di sdrammatizzare l’atmosfera cupa che aleggiava tra noi.

Me lo hai detto tu, no? Le nostre anime si appartengono, le nostre vite si respingono. Quest’incontro ci sarebbe stato prima o poi, meglio che sia avvenuto adesso. Avremo sempre qualcosa che ci legherà per tutta la nostra esistenza, forse in un’altra vita riusciremo a stare insieme≥.

Scuotendo la testa in senso di negazione, mi caricò in collo afferrandomi per le natiche. Gli avvolsi le gambe attorno ai fianchi e premetti la fronte contro la sua. Senza nemmeno raccogliere i vestiti sparsi sul prato, entrammo in casa. Achille mi fece scendere a terra, gli sfilai i pantaloni ed i boxer. Ci abbracciammo e continuammo a baciarci, ad accarezzarci beandoci di noi. Andammo in camera, ma quando aprì la porta mi sentii mancare il fiato e mi tappai la bocca per l’emozione. Sul materasso c’era una distesa di petali rossi che andavano a formare un cuore e delle candele sparse qua e là che davano alla stanza un’aria soffusa e romantica. Ma non era quello che mi colpì di più, facendomi restare senza fiato: sulla parete in cui si appoggiava il letto, che divideva dal resto della stanza la cabina armadio, vi era appesa una foto che la ricopriva quasi tutta e che raffigurava Achille ed io la sera della grigliata. Non mi ero nemmeno accorta che qualcuno stava scattando delle foto. In quella eravamo in piedi in mezzo al giardino, colti in un momento segreto di tenerezza: eravamo messi di fianco alla telecamera, Achille aveva una mano sul mio fondoschiena, l’altra mano era intrecciata alla mia, come se stessimo ballando un tango, le gambe intrecciate come a saldare un vincolo indissolubile. Ero un po’ piegata indietro e lui incombeva su di me. Achille mi guardava dall’alto sorridendomi allegramente, io lo stavo guardando come si guarderebbe il principe azzurro: avevo gli occhi nei suoi e la mia bocca si apriva in un sorriso smagliante. Un groviglio di capelli biondi e marroni. Felici come mai prima di allora.

Indietreggiai, ma mi scontrai con il corpo di Achille. Mi scostò i capelli e mi baciò il collo.

Era per una bell’occasione. Non volevo spaventarti, anzi, l’unica cosa che volevo era renderti felice…≥.

Mi voltai, lo afferrai per le mani e lo feci distendere sul letto assieme a me.

≤ …Lo hai fatto, più di qualsiasi altra persona al mondo!≥ risposi.

Allineando il mio corpo nudo al suo, premetti il mio viso sul suo collo leccando piano la sua pelle. Le sue braccia mi circondarono, le sue mani corsero su e giù per la mia spina dorsale. Lo spinsi sulla schiena e salii su di lui, posando la mia bocca sulla sua. La sua erezione era imprigionata tra le mie gambe. Sentii le sue mani tra i miei capelli, che mi trattenevano per assumere il controllo del bacio, accendendomi di desiderio. Strofinai il clitoride sul suo grosso membro, usandolo per eccitarmi.

Fammi dimenticare chi sono≥ sussurrai guardandolo negli occhi.

Achille, in risposta, emise un suono roco di desiderio e mi fece girare, rotolando sopra di me schiacciandomi sul materasso.

Alzò la testa, guardandomi nella luce fioca delle candele, aveva gli occhi pieni di rabbia, più per se stesso che per me, i capelli biondi in disordine su un lato che gli lasciavano scoperto l’incavo del collo e la parte sinistra del volto. Mi aprì le gambe e disse, ≤ Sono tuo≥ e scivolò dentro di me, caldo e liscio come la seta. Il respiro mi si fermò e m’inarcai con violenza sotto di lui aggrappandomi con tutte le mie forze alle sue spalle.

Olimpia≥ sospirò, tenendomi stretta a sé. ≤ Tornerai, so che lo farai≥ disse in un sussurro.

Iniziò a muoversi dentro di me. Allungai le braccia sopra la testa aggrappandomi a qualsiasi cosa trovassi, premendo il seno contro il suo torace. Fece ruotare i fianchi e si immerse ancor più profondamente, molto lentamente, strappandomi un gemito roco.

Oh gesù!≥ ansimai senza controllo.

Mi riempì straziante e irrefrenabile. Iniziai a gemere senza più controllo. Lui ruotò i fianchi, tirandosi indietro, fermandosi e affondando di nuovo. Ripeté il movimento all’infinito, facendomi andar fuori di testa. Le sue spinte provocanti, studiatamente lente, era come se volessero dirmi “Vedi? Siamo perfetti, ma dove stai andando? Il tuo posto è proprio qui”, e quel “qui” era proprio il punto in cui il suo pene toccava perfettamente il mio clitoride, strappandomi l’anima.

Oh cazzo, Olimpia resta!≥ disse.

Achille!!≥ gli feci eco io gemendo, sembrò quasi una preghiera.

Allora, iniziò a spingere senza fermarsi. Si appoggiò ai gomiti e assunse un ritmo serrato che mi lasciò incapace di pensare e di reagire e come promesso, mi dimenticai di tutto il resto del mondo. Mi afferrò la testa e mi baciò con violenza, mordendomi di nuovo il labbro inferiore. Mi sciolsi ed esplosi sotto il suo peso. Aprii gli occhi sperando di trovare i suoi che prontamente trovai davanti a me e non li lasciai più. Lui venne poco dopo urlando il mio nome e spingendo sempre più forte, ed infine, si fermò svuotandosi completamente dentro di me.

Sarò per sempre tua≥ dissi scivolando nel sonno.

 

Riemersi da un sonno travagliato e pieno d’incubi. Rimasi per un po’ distesa a letto ad ascoltare i suoi profondi respiri, non realizzando che per me era già l’ora di andare. Lo guardai dormire a pancia in giù, aggrappato al cuscino, con la bocca leggermente aperta, il volto disteso e rilassato. Gli scostai delicatamente i capelli, attenta a non svegliarlo, gli studiai le forme del viso imprimendomelo nella memoria. Sembrava un angelo caduto per sbaglio sulla terra. Indugiare un altro po’ mi avrebbe ucciso.

Mi mossi con rapidità. Mi alzai, afferrai un asciugamano e scesi al piano inferiore. Uscii di casa e sistemai le mie cose velocemente facendo attenzione a non far tanto rumore. Raccolsi i tacchi e la borsa che infilai in macchina. Raccolsi i vestiti dal prato che, una volta in casa, indossai velocemente. Quella dannata cintura davvero non entrava nei passanti della salopette, sbuffavo e gemevo battendo i piedi a terra esasperata per farla entrare. Le mani tremavano violentemente rendo impossibile qualsiasi movimento. Tirai un forte sospiro cercando di non farmi prendere dal panico. Raccolsi le Converse che avevo lasciato in questi giorni a casa sua e me le infilai.

Guardai un’ultima volta la casa, immersa nel silenzio mattutino, la studiai e toccai il legno che la rivestiva completamente. Era meglio andare, prima di rovinare quello che era stato uno splendido addio.

Ma mentre mi avviavo alla porta, sentii la sua presenza alle mie spalle.

Olimpia!≥ disse straziato.

Sentire il suo tono dolce, profondo, ma deciso mi fece bloccare a soli due passi dalla porta di casa. Avrei preferito sparire in quell’istante piuttosto che affrontarlo e guardarlo negli occhi.

Resta≥.

Una semplice parola, quasi una supplica. Restare. Avrei voluto tanto farlo, la parte irrazionale di me che cercava di prendere il sopravvento sul mio corpo mi diceva di mollare qui le mie paure, di spogliarmi e tornare a letto con lui. Lo avrei tanto voluto anch’io, ma non potevo. Lottavo contro me stessa per cercare di restare ferma nella mia posizione, mantenere la distanza fra di noi, ma soprattutto di non guardarlo in quel pozzo di emozioni che erano i suoi occhi. Non dovevo girarmi, dovevo essere fredda.

Non posso. Devo andare≥.

Non è vero, tu non devi andare. Non hai nessuno che ti obbliga a farlo≥.

Ed era così. Nessuno mi puntava la pistola alla tempia intimandomi di tornare a casa, non avevo né obbligo né bisogno di andare via. Potevo in quell’istante scegliere di mollare tutte le certezze che avevo smarrito quando Achille era entrato nella mia vita e che stavo cercando disperatamente di ritrovare, ma quest’ipotesi non mi spaventava soltanto: mi terrorizzava. Mi sembrava di rivivere la mia adolescenza, rividi come in un film mia madre che mi aspettava sveglia sul divano di casa fino a tarda notte. Le lacrime che le rigavano il viso, ma io non le prestavo attenzione. Il bisogno di aiutarmi e le mie urla isteriche che le intimavano di farmi vivere la mia vita. All’epoca ero sicura di tutto, ma dopo l’arresto avevo capito che delle persone non ci si poteva fidare, che ci si doveva affidare a ciò che era più sicuro, senza correre il rischio di tuffarsi nel buio. Rividi, come un lampo, gli occhi di mia madre il giorno precedente, la stessa delusione di dieci anni fa, la stessa voce supplichevole. Le avevo fatto delle promesse che avevo intenzione di mantenere. Io volevo la luce e Achille non lo era, non per me. Achille aveva bisogno di essere amato ed io non potevo farlo.

No, non ho nessuno, infatti. Ma io voglio andare. Mi dispiace≥ dissi secca.

Fu come se mi fossi estraniata da quello che mi stava succedendo, fu come se ci fosse qualcun’altro al posto mio: una persona calcolatrice e decisa. Era una situazione surreale.

Pronunciando quelle parole feci un altro passo verso la porta e mi fermai, sentivo le gambe come fossero dei macigni, ed era difficilissimo camminare. Sentivo un peso sul cuore e le lacrime che mi bucavano gli occhi. Cercai di reprimere tutte queste sensazioni che cercavano di far esplodere il mio corpo. Era l’ora di riprendere le redini della mia vita, era l’ora di fare la cosa giusta, come non avevo fatto in precedenza.

Achille non si avvicinò, non tentò di afferrarmi, rimase dov’era, sapeva che questa era una battaglia che dovevo combattere da sola, lui non avrebbe potuto aiutarmi, non stavolta.

Perché Olimpia? Dammi solo una buona motivazione per cui te ne dovresti andare≥.

Una domanda più difficile di questa credo che in quel momento non me l’avrebbe potuta fare. Esitai qualche altro secondo a rispondere, cercavo di trovare le parole più fredde, più concise che facessero arrivare al meglio il concetto, forse così mi avrebbe lasciato andare.

Ho passato cinque anni della mia vita con Lapo. Cinque anni in cui abbiamo condiviso le nostre vite e i nostri sogni. Io ci devo provare: devo provare a recuperare il nostro rapporto. Ci devo provare. Ci dobbiamo dare una seconda opportunità, ci amiamo, ci vogliamo sposare. Non posso buttare tutto quello che abbiamo costruito al vento, per cosa? Sesso?≥.

Mi stavo odiando da sola per quelle parole, ma dovetti ammettere che, una parte di me, non riusciva a credere che questi cinque anni trascorsi con Lapo non fossero contati proprio niente nella mia vita. Se eravamo arrivati al matrimonio un sentimento profondo tra noi ci doveva essere.

Alle mie parole, Achille fece un leggero sospiro sconsolato, come se si aspettasse quella dichiarazione, come se gliele avessi dette mille e mille volte quelle parole, come se ancora non riuscissi a capire quello che tutto il cosmo cercava di dirmi.

Ti amo≥.

Fu come se fosse esplosa una bomba, perché sentirgli dire quelle parole era ancor più doloroso di quanto pensassi. Fece una breve pausa, che fece crescere la tensione fra noi.

Ho bisogno che tu sappia che ti amo come nessuno probabilmente ha mai amato. Con te vorrei passare tutto il resto della mia vita e l’ho capito la prima volta che ti ho visto. Non è solo sesso, lo sai bene. Non farci questo≥.

Le lacrime scivolarono giù e sempre più giù, ormai libere. Non tentai nemmeno di bloccarle, non ci sarei riuscita, altrimenti sarei crollata e tutti i tentativi di aggiustare questa situazione sarebbero stati vani.

Aprii la bocca per dirgli qualcosa e mi uscì.

Non mi basta≥.

Ma che cazzo avevo detto?”.

A quelle parole tolsi la distanza tra me e la porta e l’aprii. Guardai la mia macchina parcheggiata nel vialetto e cercai di dire ai miei piedi di uscire di lì, ma non ne vollero sapere. Aspettavano come me la reazione. Mi sentivo uno straccio, avrei voluto picchiarmi fino a farmi perdere i sensi.

Sentii un lieve sospiro e poi Achille si rivolse con voce rotta dal dolore e dalla rabbia. Pensai che mi stesse per fare una scenata, ma mi sorprese ancor di più.

Tu mi ami≥.

Basta. Questo era troppo. Sapeva benissimo quanto me che tutto quello che mi usciva dalla mia bocca in quel momento era falso. Lo amavo più di qualsiasi altra cosa al mondo, ma era vero, non bastava l’amore. Era l’ora di dare un taglio a questa conversazione, era l’ora di smetterla di farci male, anzi, di fargli male, io me lo meritavo, lui no, e invece tra me e lui quello che stava attraversando il dolore di perdere la persona che amava era lui, non io. Mi meritavo uno schiaffo, mi meritavo di essere chiamata con gli aggettivi più orribili, ma lui non lo faceva. Lui mi amava, mi rispettava e mi voleva.

Non abbastanza≥ risposi tutto d’un fiato.

Con quest’ultima frase, avevo segnato per sempre il mio destino.

Sentii un ringhio provenire alle mie spalle da una persona che stava lottando contro se stessa per frenare le proprie azioni. Dopo qualche altro istante di silenzio si schiarì la gola.

Se ti perdo Olimpia, non avrò più niente. Non farlo!≥ mi ripeté.

Il mio cuore sanguinò ed io vacillai. Mi dovetti ricordare che era la cosa più giusta da fare altre mille volte. Non andavamo bene l’uno per l’altra: lui aveva bisogno di una persona che lo amasse davvero e quella non potevo essere io. Riuscii quasi a convincermi.

Feci un passo falso: mi voltai e lo guardai. Era appoggiato alla colonna che separava l’ingresso dal salotto con le gambe accavallate una sopra all’altra, con i pantaloni della tuta bassi che gli facevano intravedere i leggeri peli del basso ventre. Il petto nudo che fino a poche ore fa stavo baciando e stavo leccando. Le braccia incrociate strette al petto, quelle che mi avevano tenuta dandomi gioia e pace. Era a piedi nudi e immaginai che sotto la tuta non portava nemmeno le mutande. I capelli erano tirati indietro, fermati da un leggero laccino nero. Le spalle dritte e fiere. La bocca una linea dritta, che non faceva trasparire alcuna emozione. E gli occhi. Quegli occhi. Ah, quegli occhi. Erano la mia rovina. Erano dolore, passione, rabbia, tristezza mescolati insieme formando un colore che in natura non esisteva. Abbassai lo sguardo colpevole. Era troppo tutto questo: lottare al tiro alla fune con quella piccola striscia invisibile che ci avrebbe uniti per sempre, lottare contro me stessa, lottare contro la voglia irrefrenabile di dirgli ti amo di abbracciarlo e fare l’amore fino all’alba del giorno seguente. Ma poi perché lottare? Ero davvero egoista e non avevo alcuna fiducia in lui. Mi facevo schifo, questa era la realtà, per avergli fatto questo. Non lo meritavo quest’uomo.

Lo guardai ancora un secondo e mi fotografai in testa per l’ultima volta il suo splendido viso e tagliai la fune.

Fece un ultimo disperato tentativo, si raddrizzò e venne verso di me, ma lo frenai con entrambe le mani alzate; se mi avesse toccato non me ne sarei andata, questo era chiaro.

Si fermò, rispettandomi come sempre ≤ Resta!≥ disse nuovamente con voce rotta.

Mi dispiace!≥ risposi con voce strozzata.

Non l’avrei più rivisto. Stava davvero finendo così.

Mi girai e l’ultima cosa che vidi nel suo sguardo fu il vuoto che mi raggelò.

Mi fiondai di volata alla macchina e lui non mi seguì. Con mani tremanti afferrai le chiavi dalla borsa che mi scivolarono a terra un paio di volte. Quando finalmente riuscii ad aprire la macchina, sentii chiamare il mio nome, mi voltai e intravidi Nicole e Alessandro entrare nel vialetto di casa con la loro macchina. Il piccolo scese di volata e mi salutò con la sua dolce manina paffutella contento di vedermi, contraccambiai subito. Sarebbe corso da me se la madre non lo avesse fermato, perciò l’aspettò trepidante per l’attesa del permesso di fiondarsi su di me che tardava ad arrivare. Nicole scese e si girò istintivamente verso di me con disprezzo. Ma il suo atteggiamento cambiò immediatamente quando si accorse del mio stato. Allargò gli occhi e mi studiò a pochi metri di distanza, cercò di avvicinarsi, ma glielo impedii alzando una mano in segno di resa. Aveva vinto lei. Mandai un bacio ad Alessandro e mi fiondai dentro la macchina partendo a tutto gas fuori da lì. L’ultima cosa che potevo fare ora era affrontare la furia cieca di Nicole, ma dovevo ammettere che in quell’istante le ero grata per aver fermato il piccolo.

 

Nel momento in cui mi ritrovai sola nell’abitacolo, mi resi effettivamente conto di come stavo. Ero disperata, piangevo e ormai non mi trattenevo più: singhiozzavo, tremavo e mi lanciavo addosso offese di qualsiasi tipo ad alta voce battendo ferocemente le mani contro il volante. “Perché gli avevo fatto questo? Perché?”.

Avevo impiegato tutto quel tempo cercando di scappare dalla sensazione di solitudine e perdizione che provai per la prima volta quando Lapo ed io avevamo litigato e mi aveva lasciata da sola in casa. Non volevo più sentirmi così. Mai più. Ma poi lui era andato via ed io mi ero fatta cullare tra le braccia di Achille, non volendo ci ero cascata e avevo accettato di cedere a questa tentazione fino a quando non sarebbe tornato il mio fidanzato. E mi sentivo bene, come mai prima dall’ora. Per tutti questi giorni mi ero sentita benissimo e mi ero dimenticata di ciò da cui stavo fuggendo davvero, perché non provavo niente se non una profonda pace. Ma ora, ora che avevo ripreso in mano il controllo della mia vita facendo la cosa giusta mi sentivo sola, persa, mentre un gelo si diffondeva pian piano dentro di me. Mi sentivo smarrita, non avevo messo in conto che mi sarei innamorata di lui. Questa consapevolezza mi colpì come un treno a tutta velocità. Mentre guidavo e riflettevo mi resi conto che non sapevo dove sarei potuta andare. A casa mia non ci sarei mai tornata. Volevo qualcuno che mi cullasse, che mi prendesse tra le braccia e mi facesse sfogare, che mi dicesse che sarebbe passato questo dolore che sentivo stritolarmi da dentro.

Solo da una persona sarei potuta andare.

Mi divincolai nel poco traffico della domenica mattina, sbarellando tra un’auto e l’altra. Non avrei dovuto guidare in queste condizioni, a meno che non avessi voluto davvero uccidermi. Arrivai sgommando alla piccola casa in periferia dove abitavano Bruno ed il suo compagno. Mi fiondai fuori dalla macchina e suonai il campanello più e più volte sperando che qualcuno mi aprisse. La porta si aprì e Bernardo si affacciò, quando mi vide s’impaurì, glielo lessi in faccia. Tutto lo stress accumulato in quelle poche settimane, tutta la lotta interiore tra la scelta giusta e quella sbagliata mi avevano annientata, e fu così che esausta le mie gambe cedettero e mi accasciai sul marciapiede, mi piegai in avanti come se avessi mal di pancia e mi lasciai andare completamente. Quel minimo di resistenza ad esporre tutti i miei sentimenti e la mia frustrazione cedettero a contatto con il marciapiede che sentivo freddo come una lastra di ghiaccio, nonostante la temperatura. Lo sentii urlare il nome di Bruno e poi lo vidi fiondarsi su di me. Tremavo come una foglia, mi sentivo scossa, sconquassata da mille emozioni diverse e dal freddo pungente che arrivava da dentro. Bernardo urlò a Bruno, che non sapeva ancora cosa stesse succedendo, di portare una coperta, di non fare domande e di muoversi, intanto lui era chinato su di me, al mio fianco, mi teneva per le spalle e mi sussurrava che sarebbe andato tutto bene qualsiasi cosa fosse successa. Mi massaggiava la schiena. Lo sentii urlare forse due o tre volte e quando sentii un’esclamazione di terrore, alzai la testa.

Vidi Bruno in cima alle scale guardarmi con orrore. Le lacrime gli rigarono il viso.

Le parole mi uscirono come fiumi dalla bocca, anche se in modo sconnesso tra loro.

L’ho lasciato. Me ne sono andata. Io l’ho fatto. Gli ho spezzato il cuore. Ho fatto la scelta giusta e … mi odio per questo≥.

Ricominciai a piangere e le parole mi morirono in gola. Bruno dopo l’attimo di paura si fiondò su di me, mi avvolse la coperta e mi caricò in braccio. Affondai il viso nell’incavo del suo collo. Sotto un certo aspetto mi sentii a casa e mi tranquillizzai leggermente. Ero ancora scossa da fremiti. Lui andò a sedersi sul sofà facendomi accomodare sulle sue gambe e mi cullò come una bambina sussurrandomi parole di conforto e d’amore. Fu lì che mi addormentai dopo una notte quasi insonne. Tra le braccia di una delle persone che amavo di più al mondo e che nonostante le mie scelte era lì per me per sempre.

 

Mi ritrovai sdraiata sul letto della stanza di Bruno con una tuta grigia pesante addosso. Non avrei saputo dire che ore erano, fu come svegliarsi dopo una sbronza pesantissima. Mi ricordavo tutto quello che era successo, ma era una visione sbiadita e confusa, come se non l’avessi davvero vissuta, come fosse un sogno. Ma non lo era. Cercai di mettermi a sedere sul letto e di organizzare le cose: l’avevo lasciato, Lapo sarebbe tornato tra poco e tutto sarebbe tornato come un mese fa, alla normalità. L’ultima parola non mi dava nessun conforto. La normalità non era ciò che il mio cuore voleva: voleva la spensieratezza, l’incertezza, l’improvvisazione, ma soprattutto due bellissimi occhi castani che quando ti guardavano sapevano raccontarti cos’era il vero amore come in una favola. Non avevo più lacrime da versare, mi bruciavano gli occhi e volevo far di tutto per stare meglio.

Andai nel bagno e mi guardai allo specchio: ero un cencio, avevo il viso pallido e grandi macchie scure sotto gli occhi. Poi notai sul collo dei segni di un rosso acceso. Alzai la maglia e vidi che il seno, il ventre ed il fianco erano ricoperti di piccole macchioline rosso fuoco. Achille aveva lasciato un segno visibile, in tutti i sensi.

Mi coprii la faccia con le mani cercando di bloccare anche quelle piccole gocce che volevano uscire come per farmi male, per punirmi. In quel momento sentii dei mormorii attutiti provenire dal salone. Non era la televisione e in casa non c’erano solo Bernardo e Bruno. Mi feci coraggio e andai verso la porta, la scostai e sentii solo brevi accenni della conversazione che si stava svolgendo. Bruno a quanto pareva era sconvolto dalla paura che gli avevo fatto, non mi aveva mai vista così e lo potevo capire, anch’io non ero mai stata così. Poi sentii una voce che mi fece sospirare, lei era una di quelle persone che mi avrebbero fatto affrontare la verità senza sfuggire o sviare l’argomento con i suoi grandi occhi celesti e il suo caschetto sbarazzino biondo. Alice era lì per farmi riflettere, ne ero più che cosciente. Poi sentii Cleo, infuriata come al solito: stava imprecando contro di me e stava dicendo che appena mi avrebbe vista mi avrebbe internato in un manicomio. La situazione mi divertiva, ma non riuscii a piegare la bocca per fare un sorriso. L’ultima voce che sentii mi fece tornare le lacrime agli occhi, era la voce strozzata dall’emozione di Elena, la mia piccola sorella. Era preoccupata per me, era disperata perché non sapeva come potermi aiutare. Decisi di andare di là, m’infilai le pantofole che Bruno mi aveva lasciato vicino al letto e andai ad affrontare le mie quattro fiere, se ce l’aveva fatta Dante, anche se le sue erano state solo tre, ce l’avrei fatta anch’io.

 

Mi trascinai lungo il corridoio, e quando spuntai nel salotto quattro paia di occhi, che mi terrorizzavano, si girarono contemporaneamente verso di me sentendo i miei piccoli passi strascinati. Bruno era seduto sulla poltrona con in mano una tazza fumante di quello che presumevo fosse thè, Cleo era seduta sul bracciolo, Alice aveva preso una sedia e si era messa tra il salone e l’entrata della cucina, Elena era seduta sul tavolo della cucina con i piedi su una sedia. Intravidi anche dall’altra parte della sala dove si trovava, dietro un arco, la cucina, Bernardo, che fu l’unico a salutarmi molto gentilmente e con un gran sorriso. Gli altri rimasero in silenzio studiando ogni mia singola mossa. Ero in piedi con le braccia conserte strette per proteggermi da questo dannatissimo freddo che sentivo pur con le pantofole di lana, una tuta di pile grigia e i capelli raccolti in un crocchio improvvisato. Li guardai, poi abbassai lo sguardo colpevole sui miei piedi, mi accomodai sulla parte di divano che era lasciata libera, mi rannicchiai nel mezzo, mi presi le ginocchia tra le braccia. Mi persi nel vuoto, ma percepii i movimenti attorno a me. Tutta l’attenzione si concentrò sulla mia figura immobile: Bruno girò la poltrona che prima era rivolta verso la cucina, piantò saldamente i piedi a terra, appoggiò la tazza di thè sul tavolino appoggiando i gomiti sui ginocchi e unì le mani davanti alla bocca fissandomi accigliato. Sentii addosso lo sguardo truce di Cleo, che si sistemò sul bracciolo della poltrona preparandosi alla battaglia. A quanto pareva era l’unica che non provava nemmeno un goccio di compassione per me, ma puntava soltanto a massacrarmi d’insulti finché non avessi chiesto pietà. La sentivo frenata come se le avessero chiesto di aspettare prima di scatenarsi, lo capii perché si mordeva il labbro furiosamente. Alice si spostò nell’altra poltrona davanti a quella di Bruno, così che io fui in mezzo, senza poter scappare da nessuna parte. Mi guardò con il suo solito sguardo indulgente e pieno di comprensione. Elena si alzò e si mise a sedere a terra con i gomiti appoggiati al tavolino di legno che si trovava in mezzo al salotto, cercando di catturare il mio sguardo. Ci riuscii e quando la guardai le uscì una lacrima silenziosa. Provavo solo dolore, il mio volto s’inclinò in una smorfia e poi continuai a fissare il vuoto. La tensione cresceva tra noi e nessuno riusciva a dire una parola. C’era, partendo dalla mia sinistra, paura, ira, tristezza, compassione e infine dolore, tutti sentimenti che però erano mescolati in buona percentuale con tanto amore. Bernardo, che tutti noi conoscevamo benissimo, odiava le situazioni di iper-tensione, cercò così di rilassare l’atmosfera avvicinandosi a me, mi si mise a sedere vicino e mi passò una mano sulla testa.

Ti posso offrire qualcosa piccola?!≥ mi chiese continuandomi a lisciare.

Mi voltai piano verso di lui cercando in tutti i modi di metterlo a fuoco, ma l’unica immagine che la mia testa mi proiettava ad oltranza erano dei grandi occhi castani senza alcuna emozione. Annuii piano, cercando di controllarmi il più possibile.

Gli occhi di Bernardo si riempirono di speranza per un breve istante e mi chiese gentilmente cosa volessi. Volevo che mi portasse da Achille, ecco cosa volevo veramente. Aprii la bocca ingoiando un grumo di saliva che non riusciva a scendere, e invece risposi.

Un whisky, grazie!≥.

Sentire la mia voce fece sussultare tutti, perfino me: avevo una voce roca, tremolante e bassa. Mi fece riempire gli occhi di lacrime che scottavano. Mi pulii con un gesto deciso gli occhi.

Lui annuì comprensivo e si alzò dandomi dei dolci colpetti sulla testa. Passando toccò velocemente Cleo come per rimproverarla di qualcosa. Incrociai il suo sguardo e me ne pentii subito. Era davvero incazzata. Imprecò, si alzò di scatto e iniziò ad andare su e giù nella stanza, non tratteneva mai i sentimenti che provava e li esternava sempre con estrema violenza tutte le volte che voleva.

Il suo cellulare squillò, tutti lo guardammo, lei guardò prima l’i-phone e poi me, lo prese e me lo puntò contro.

Da quando ho saputo della stronzata che hai fatto quando Bruno mi ha chiamato -e sinceramente fossi stata in lui ti avrei lasciato su quel cazzo di marciapiede a marcire- sono diventata un fottuto call center!≥.

Rispose ancora infuriata, ma il tono si calmò subito quando sentì la voce di Enrico. Capii immediatamente di cosa stavano parlando ed il mio cuore iniziò a battere. Pensare che magari lui era con Achille, proprio dall’altra parte della cornetta, mi fece sussultare.

Lei gli disse di aspettare, poi mise in vivavoce e gli disse di continuare.

Qui è tutto una merda. Achille dopo aver spaccato mezza casa, si è rinchiuso in camera con una stecca di Marlboro e due bottiglie di scotch. È da ore che bussiamo alla porta, siamo tutti qui accampati per casa con coperte e cuscini, ma non ci vuole aprire. Ci siamo tutti: io, Giovanni, Simone, Riccardo e Luigi. Anche Ettore, che, dopo che siamo riusciti a placarlo impedendogli di andare a cercare Olimpia e strozzarla con le sue mani, ha fatto il giro della casa ed ha preso una scala: sta cercando il momento giusto per spaccare la finestra, insieme a Leonardo. Viola è attaccata alla porta che piange e gli supplica di aprirle, ma da dentro non si sente nulla da quando ha spaccato tutto. Alessandrino è tornato casa con Nicole, non fa che chiedere di vedere il padre, e anche se gli diciamo che è malato lui non ci crede. Nicole chiama ogni secondo per vedere come sta e dice che se avesse saputo cos’era successo appena scesa dalla macchina avrebbe ucciso Olimpia≥. Ci fu una pausa e tutti mi guardarono. Enrico sospirò e proseguì ≤ Ho paura cazzo, non l’ho mai visto così!≥.

Cleo tolse il vivavoce e per la prima volta la vidi pentita per aver reagito troppo d’impulso. Bernardo si avvicinò con il whisky che scolai tutto d’un fiato senza sentire il bruciore alla gola, mi alzai di scatto e mi girò la testa violentemente, cercai di avviarmi verso la cucina, ma inciampai. Bruno fu svelto, mi prese per le spalle e mi fece risedere sul divano di pelle, mi divincolai e scoppiai a piangere. Era una situazione irreale, non mi sembrava vero quello che stavo vivendo in quel momento, e mi domandavo come diavolo fossi finita in quella situazione. Mi c’ero infilata davvero con le mie mani in questo groviglio di problemi e dolore? Ma se lo avessi subito spinto via la prima volta che si era avvicinato pericolosamente a me nel prato della mia futura casa tutto questo lo avremmo potuto evitare, invece no.

Piangevo disperatamente, ma le lacrime uscivano piano e ardevano come lava. Alice si avvicinò, si sedette vicino a me e mi prese le mani. Rispose alle mie domande inespresse.

Non avresti potuto evitare questa situazione neanche volendo. Achille ti ama dalla prima volta che ti ha visto e avrebbe fatto di tutto per infilarsi nella tua vita. L’unica soluzione pacifica sarebbe stata accettare il tuo amore verso di lui e finirla per una volta di ascoltare la testa ascoltando piuttosto il tuo cuore. Senza più paure!≥.

La guardai negli occhi, mi chinai e misi il volto nel suo grembo. Mi cullò silenziosamente per qualche minuto dicendomi parole di conforto. Elena si avvicinò e si appoggiò alle mie gambe.

Vidi Bruno e Cleo scambiarsi una breve occhiata, vidi quest’ultima raccogliere frettolosamente le sue cose. Bruno l’afferrò per un braccio e la spinse verso la cucina, ma lei si divincolò, e a quel punto la loro conversazione silenziosa si scatenò nell’uragano che sapevo essere la mia migliore amica.

E lasciami Bruno!≥.

Tutti si voltarono verso di lei, anch’io mi sollevai per guardarla, stava raccogliendo le sue cose disseminate per la casa, era rossa in viso e si muoveva a scatti furiosi infilandosi tutto ciò che le capitava tra le mani in borsa. Si avviò verso la porta, Bruno tentò di bloccarla un’ultima volta, al che si voltò verso di lui ed esplose.

Bruno ti ho detto di lasciarmi! Cosa credi? Che rimanga a consolare una cogliona? Vado da chi ha veramente bisogno≥ poi si voltò verso di me e mi puntò un dito contro ≤ E te? Te non dovresti proprio piangere. Ti dovresti vergognare. E con questo con me hai chiuso, non provare nel modo più assoluto a rivolgermi la parola. Mai più, sei una persona meschina!≥ con quelle ultime parole se ne andò sbattendo la porta.

Può essere peggio di così?≥ chiesi, ormai sconfitta.

 

CONTINUA…

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77 commenti

  1. GiusiG

    onestamente sono esterrefatta da questi commenti. Cavolo ragazze ma abbiate la bontà di mettervi nei panni di chi vuole condividere parte del suo tempo e della storia che ha creato con perfette sconosciute. Si a commenti costruttivi, si ai dibattiti ma non c’è bisogno di eccedere in alcun modo per entrambe le parti (paladine o no). Ognuno è libero di esprimere il proprio parere nei giusti modi… Vicky mi spiace il fatto che ti sia sentita attaccata capisco che dopo una serie di critiche quelle di Kia sia stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso e che anche tu ai i tuoi giorni no (voglio dì non sei mica Lapo), mi spiace che tutte noi sappiamo essere certe volte delle tigri pronte a mangiare chi la pensa in modo diverso… Però care compagne la prox volta prima di attaccare pensate a quanto è bello aver condiviso questa storia e tutto ciò che ne deriva… Peace and Love ragazze che è meglio….:D

  2. Lalla

    stavo per scrivere che il capitolo è molto bello (senza aggiungere critiche, almeno questa volta)… sono arrivata tardi sembra 🙂
    (in realtà rileggendolo mi trovo abbastanza d’accordo con Kia, ma non lo dico che non sono costruttiva)

    oh, comunque, il lunedì è per la ff; il martedì per star dietro a tutti i commenti (una ff nella ff) 😉

  3. Federica

    Scusatemi, ma io voglio farvi una domanda.. Che senso ha questo attaccarsi l’un l’altra?
    Personalmente leggo ogni lunedì il romanzo a puntate di Victoria e aspetto con ansia ogni inizio settimana per continuare questa storia d’amore che mi fa impazzire! Quindi quando poi leggo questi commenti noiosi e, a mio avviso poco costruttivi, mi innervosisco. Se quello che scrive Victoria non vi giace smettete di leggerlo e di criticare quello che per qualcuno, come ad esempio me, il lunedì trova un piccolo spazio nella vita quotidiana per rifugiarsi in una splendida fantasia che ci fa ridere, emozionare ed eccitare. Davvero, trovo ridicolo smontare così il lavoro di qualcuno che senza guadaniare un soldo mette a nostra disposizione il suo tempo.
    Detto questo, Victoria sei troppo brava!

  4. Adry

    Victoria per me la tua storia è fantastica!!!!!! Sicuramente ci potrà essere qualche difetto, ma scatena grandi emozioni e io personalmente nn vedo l’ora che sia lunedì……sperando di nn piangere come una fontana un’altra volta!!!!!!!

  5. Luana

    Sono d’accordo anche io: questa storia é veramente bella! Mi ha da subito suscitato tantissime emozioni e Victoria scrive ogni capitolo meglio rispetto al precedente! Complimenti a te Victoria, per me sei davvero brava! Tornando alla storia é stato davvero straziante questo capitolo! Povero Achille! Ora cara Victoria ci hai anticipato che il prox capitolo l’hai scritto fin dall’inizio. Quindi vuol dire che é un capitolo cruciale x i nostri amici. Che succederà ? Rivede Lapo e si accorge che proprio non si può fare? boh mi sembra troppo presto! Interviene finalmente il padre di Olimpia? Non saprei! …. aiutooooo questa attesa é straziante!!!!! Forza Victoria ….

  6. Maria Gargano

    Capitolo fantastico!Mi sono emozionata..è stato straziante tutto anke il sesso!Quindi Vittoria complimenti!
    Ma my inpopular opinion sono dispiaciuta solo x Achille!!è brutto nn essere scelti xché si viene etichettati come la scelta sbagliata..è qualcosa ke ti distrugge dentro e spesso ti fa perdere fiducia in se stessi e negli altri!
    Certo anke Olimpia sta soffrendo ed è straziante ma la scelta l’ha presa lei e ha ragione Achille nessuno la sta costringendo.
    La reazione di Cleo è stata eccessiva ma la capisco..x esperienza personale a volte x far capire alle persone ke stanno sbagliando la consolazione nn basta anzi spesso è proprio anti producente!
    E darà la reazione di Achille capisco a questo punto tutta la preoccupazione di Ettore..ci sono persone ke nn si riprendono più ma queste perdite o questi dolori e lui in fondo voleva solo preservare il suo amico.
    Dato ke xò Vittoria ribadisce ke l’amore vince sempre sono fiduciosa ke tutto si risolverà e sarà giusto ke quando sarà Achille faccia penare molto Olimpia xché ora lei nn lo merita.
    Comunque ancora complimenti..devo dire ke sei migliorata tantissimo dai primi capitoli!Alla prox
    Un bacione